giovedì 17 agosto 2017

Poesia e prosa

ore 7
Mi sono iscritta ad un master, da tanto tempo ce l'avevo lì. Costa un botto e questo mi frenava, ma a casa abbiamo deciso che era giunto il momento. Il dentista può aspettare ancora un po'.
Studiare mi piace da matti, tutto quel sottolineare compulsivamente trovando ovunque assonanze e richiami, tutto quel piazzare post-it e metter giù schemi, mappe, riassunti. E le frecce? Cosa vogliamo dire delle frecce? Lunghe, corte, curve, che rimandano alla pagina tale, al tal concetto, all'esempio perfetto. Qua e là vergo anche un punto esclamatico, una piccola nota. Le mie dispense sono carte che mostrano la geografia di come imparo, che indicano le strade tracciate per comprendere.
Trascrivo le parti che mi suonano dentro, che illuminano qualcosa che prima stava al buio, che danno parole ad un pensiero che avevo in bozze. Sono appunti che restano per sempre.
Ho da sempre una memoria visiva eccezionale, mi basta leggere un paio di volte e porto dentro i concetti chiave, le definzioni, perfino qualche data e nome.
Ovviamente se le cose che studio mi piacciono è tutto più semplice, la memoria selettiva funziona così. Dovessi leggere di economia o fisica teorica sarebbe un'altra musica.
E insomma alle 7 piazzo tutti i miei strumenti sul tavolo da cucina e inizio un lavoro poco metodico (mi siedo, studio, poi sento l'esigenza di un caffè, mi risiedo, studio, verso il caffè, studio, silenzio il cellulare, accarezzo il cane, studio, mando un messaggio, studio...) ma per il mio personale bilancio energetico, molto efficace.
Vien solo da chiedersi se servirà. Nel senso che serve a prescindere, perchè credo fortemente nel nuovo che scombina un po' le certezze e le riassesta, che obbliga a cambiare assetto, sguardo, postura. Quindi senza dubbio insinuerà dubbi che vorranno risposte che implicheranno ricerca, e alla fine l'evoluzione è tutta lì. 
Ecco, però oltre a riempirmi di quesiti svotandomi le tasche, mi piacerebbe proprio che servisse nella pratica, facendomi salire uno scalino nella prosaica evoluzione dell'homo laborans. Che ai bei concetti e alle belle persone occorre pure materialistico riscontro.

lunedì 14 agosto 2017

Com'è andata


Sono sempre stata attratta da ragazzi inadeguati, inaffidabili e asociali. Accompagnarmi a soggetti alternativi, fuori dalle righe, mi pareva il gesto più estremo di protesta, lo schiaffo meglio assestato alle speranze che i miei genitori (più o meno consapevolmente) riponevano in me.
Così se fuori di scuola tutte le mie compagne dispensavano frivoli sorrisi ai portatori di grosse cilindrate e maglioncini dallo scollo a V, io chiedevo "hai da accendere?" al tipo biondo e parecchio rasta seduto in una vecchia 850. 
Spesso i soggetti in questione esprimevano il loro disagio esistenziale con gesti variamente forti e provocatori, come passare col semaforo rosso, dedicarsi alla street art notturna o bucarsi l'orecchio con un ago da calza. Il più centrato è finito negli Stati Uniti ed esercita la body painting.
Ho incominciato prestissimo, ma mi fidanzavo per modo di dire. Nel senso che loro anelavano ad una musa spregiudicata stile Courtney Love, e io sì e no mi facevo baciare. Quell'inconsistenza ribelle piaceva alla me sovversiva, ma non rassicurava la bambina complessa che ero, piena di inquietudini e ferite.
Così finivano per stancarsi della maestria con cui scansavo i loro vigorosi brancicamenti e veleggiavano altrove. Ma poco m'importava.
In un tiepido giugno, un punkettone con le braghe rosa zeppe di spilloni da balia e scritte anarchiche mi corteggiò goffamente. Disse una sera, per allentare la tensione: Cara-mella, manda-rino è morta-della. Consegnargli cuore, attese e affanni, mi parve la cosa più giusta del mondo.
A volte lo racconto a Edoardo e Jacopo, di com'è andata fra mamma e papà. Li diverte moltissimo.

mercoledì 9 agosto 2017

Tante estati


Agosto mi porta le estati passate. Sarà per la sua forma lunghissima e perlacea,  per il languore di lenzuola e penombre, o per il suo odore dolce di mele disfatte.
Indugio ad agosto, attendo le cose tornare con la risacca.
L'estate in cui precaria sulla bici del nonno vado con la Alessia a comprare il pane in capo al mondo, perchè dietro il banco ci sono due fratelli, belli da morire, che ci chiamano "ragazze". Appena fuori ci sediamo sotto l'albero a sbocconcellare il pane fresco, e immaginiamo il giorno in cui li sposeremo e diventeremo nuore. Ma no, si dice cognate.
Torna quella brada, in due sul Ciao rosso del Paolo, che siamo troppo piccoli per dare un senso a quella prossimità piena di segreti. Allora lui dice "fai la radio!" e io urlo a squarciagola Johnny, we're sorry, won't you come on home.
L'estate a passeggio sul lungomare di Paestum, i sandali intrecciati, aria densa di sugo rosso e salso. Così tante luci e suoni e facce da aver paura di perdere i bambini. Stringo le loro mani troppo forte, mentre il cuore fa il balordo e io lo metto in castigo dietro la lavagna.
E poi l'estate del guardaroba regalato in blocco, che tutto mi balla addosso, le ossa del bacino pungono se dormo a pancia in giù. Una sigaretta via l'altra nel francobollo della terrazza in città, che son le tre di notte e non c'è nessuno da poter chiamare.
In questo agosto di fiume e ciottoli, archivio ricordi che sanno di asfalto bagnato e cocomero.

domenica 6 agosto 2017

Agosto di commissioni e incombenze


Porto la bestiola al controllo veterinario, col caldo aveva manifestato qualche problema intestinale. 
Nella sala d'aspetto schifa gli altri cani presenti, non si lascia annusare le terga, come fan tutti. Si ripara fra le mie gambe se un suo simile prova ad accorciare quella che lei ritiene una sana distanza di sicurezza. Nei confronti degli umani invece, è tutta un languore seduttivo. Scodinzola, annusa, uggiola, manca solo che sorrida e faccia commenti di circostanza. Che  ne so, sembra lì lì per dire scuotendo la testa: "è l'umidità a fare la differenza, cara signora".
La dottoressa mi chiede se mangia, se beve. Rispondo che sì, mangia e beve, ma solo se staziono nei pressi, altrimenti fa anche a meno. Mi tocca intimarle "dai Olli, bevi", allora beve.
"Questa non l'avevo mai sentita", dice ridendo la dottoressa mentre la ausculta.
Seduta sotto alcune foto di gattini e conigli nani, mi vien su un pensiero.
"Scusi eh. Non è che Olli crede di essere umana, vero?" 


Vado in Posta per ritirare un pacco e trovo un impiegato che non ho mai visto. Qui l'ufficio postale ha tre sportelli, una manciata di dipendenti e un direttore che tutto sovrintende aggirandosi con aria torva nelle retrovie. Magari qualcuno è in ferie e il mio uomo fa supplenza.
Nonostante sia piuttosto giovane, porta occhiali spessi dalla montatura dorata e sfoggia una polo di filo a righine. E' evidente che da qualche parte sono ancora legali.
Gli consegno il cedolino per il ritiro, già inserito nel documento. Lui, senza mai guardarmi in faccia, esegue una sorta di rituale: apre e chiude il mio documento più volte, legge e rilegge il cedolino, lo compara a non so quali dati che evince dalla schermata del pc, si alza e apre un armadio, sembra cercare, poi si risiede e torna al cedolino, al documento, al pc. Per tutto il tempo mormora cose incomprensibili e lancia sguardi in tralice alle mie tette. Mi controllo e mi accollo, anche se scollata non sono, che non vorrei distrarlo.
Fra le ante di un armadio socchiuso che ha appena esaminato mi pare di riconoscere il mio pacchetto.
"Secondo me è lì", dico indicando timidamente, ma lui bofonchia qualcosa rivolto alle tette, prima di rivalutare il cedolino e riprendere la sua penosa ricerca sul retro.
L'impiegata che conosco e sta nello sportello a fianco decide di mettere fine allo strazio e si avvicina.
"Qual è?", mi chiede. 
"Quello con la scritta verde", dico io.
Urla trovato! e si allontana alzando un poco le sopracciglia.
Lui torna, recita alcune giaculatorie e mi allunga almeno otto carte da firmare prima di porgermi il pacchetto. E il breve saluto che formula, a denti stretti, non è rivolto a me.

giovedì 3 agosto 2017

Sbagli


Mi ci è voluto un attimo per incassare il colpo. Non troppo a dire il vero.
Pensa che tu abbia fatto solo scelte sbagliate. Ecco, sentirselo dire (a prescindere da chi sta pronunciando la frase e dal peso che si può dare al soggetto citato) causa un vago capogiro. Transitorio però, perchè nel giro di qualche minuto, mi è salito l'incazzo.
Mi piacerebbe che questa persona, invece di pensare alle mie scelte, ponesse l'attenzione su di sè. Non certo perchè mi permetto di giudicare le altrui vite, io me ne guardo bene, bensì per riportare quello sguardo critico sulla sua, di esistenza. Come consiglio spassionato.
Che per dire, a me fa sempre un gran bene passare al setaccio azioni e parole, quelle che eseguo e pronuncio. Le osservo un po', mi chiedo se corrispondono al vero. Ecco, se il mio fare e il mio dire sono lo specchio di quello che davvero sento o penso, se non sono viziati da secondi fini, paure, irretimenti, parallele intenzioni, allora dormo sonni tranquilli. Altrimenti mi bastono. Perchè mi capita di non essere proprio vera, di agire dominata da qualcosa che magari non so vedere.
Mi piacerebbe suggerire, a colui che pensa, l'uso quotidiano del setaccio. Se vuole, ne ho due o tre di riserva, sia mai che resti senza.
Fa da sorridere fra l'altro pensare che a forza di sbagli sono questa qui. Che non sniffo la colla, non dormo sotto un cartone, non la dò via al primo che passa.
Le scelte sbagliate alle quali ci si riferisce sono comunque essenzialmente due (abbandonare un sicuro impiego statale e divorziare), che per osmosi hanno ammantato di sbaglio tutto il resto.
Non perdo tempo spiegare, a chi si arroga il diritto di opinare, che uno sbaglio implica una scelta e che non sempre ci è data tale opportunità. Inoltre, se nel ventaglio delle scelte si annovera quella dello struzzo io me ne dolgo, ma trovo scabroso vivere nell'irrisolto.
Non perdo tempo a raccontare, a chi non sa vedere, dei tanti segni e di nessun rimpianto.

sabato 29 luglio 2017

Un buon tacer



Mi fanno male il collo, le spalle, sto parecchio rigida in questi giorni. Torniamo dalla spesa un po' stanchi, fuori ci sono 30 gradi. Scarichiamo tutto, sistemiamo la roba in frigo, ancora con le scarpe addosso. Mi pulsa la testa. Decidiamo di aprire una bottiglia che stava in fresco, vado in bagno a lavarmi le mani prima di mettermi ai fornelli.
"Vuoi un massaggio per quelle spalle?", lo sento dire dalla cucina, mentre mi cambio. 
Lo voglio eccome.
Cerca la pomata altoatesina, quella che resuscita i morti e mi aspetta sul divano.
Lo raggiungo corrucciata, scalza, coi capelli malamente raccolti. Lui mi guarda tutta.
"Ce biele che tu sês", dice in un fiato.
Che ogni tanto, per le cose di pancia, gli viene su il friulano. Sì, gli sembro bella proprio.
Mi scapperebbe il siparietto. Ma come bella, che son tutta malconcia e dolente e repulsiva?
Invece saggiamente taccio, e me la godo.

mercoledì 26 luglio 2017

Piccole cose


Ho sempre chiesto di me, del mio valore, agli occhi degli altri. Quanto bella, brava, simpatica, quanto amabile ero. Solo poi ho capito, pesando il costo e lo strazio di plasmarmi per quegli occhi, che era ora di smetterla. Ma è cosa recente.
Così mentre - con fatica - imparavo a farmi qualche carezza, mi sono ritrovata a mandar giù tutto questo biasimo. 
Ecco, se mi accusassero di crimini contro le piante da terrazzo o sventolassero il mio triste curriculum da casalinga equilibrista e pasticciona, allora ok. Invece no, qui si parla di quello che mi appartiene, che mi pare di far meglio.
Perchè se dovessi citare due cose che ho fatto bene nella mia vita, due cose compiute con cura e amore, quelle sono i miei figli e il mio mestiere. Sì, le cose belle e luminose alle quali ti appendi pure nel più cupo dei giorni, che le guardi e sorridi anche se non vuoi.
Meno male che i figli vengon su uno splendore.
Ovvio che masticare disprezzo fa la bocca cattiva, e poi tutto ciò che mangi ha quel sapore. Anche le robe dolci. 
Succede allora che dovrei godermi le ferie e invece dormo poco, mangio alla cazzo e in preda ad impulsi o rigetti viscerali. Succede poi che interpreto male anche altri segnali, che mi sembra di essere inadeguata e brutta e sciocca e poco interessante. Che mi si inceppano le parole, che mi si annodano i capelli e alla fine non mi posso nè ascoltare nè guardare.
Mica dico sia giusto, o razionale. Chiaro che pesco nei miei fantasmi adesso, chiaro che non dovrei.
Ecco, tutto ciò per raccontare di ieri sera. Ci eravamo appena seduti a tavola, quel momento in cui ancora ti sistemi sulla sedia e metti il vino nel bicchiere. Si parlava. Dalla porta finestra aperta ho visto, con la coda dell'occhio, entrare qualcosa. Ma discretamente, silenziosamente, eppure risolutamente. Un uccellino rotondo dai grandi occhi si è posato sulla tovaglia, di fronte a me. Ha alzato e abbassato il petto marroncino e morbido due o tre volte, tranquillo e immobile, appena il tempo di accorgermi che c'era e di portare una mano alla bocca.  Poi si è voltato ed è uscito così come era entrato. Senza un frullo, senza un suono. 
Non sono matta, non del tutto perlomeno, ma un istante dopo avevo le lacrime agli occhi. 
E non so dire perchè.


domenica 23 luglio 2017

Inno alla mestizia


Insomma ce l'hanno fatta. A ripensarci, era chiaro da subito. L'ideologismo si maschera da buonismo che si palesa in turpi azioni vestite di rosa. 
C'è ottusa determinazione, c'è ferocia nel modo in cui hanno diffuso il tumore, costruendo narrazioni così manipolate e intrise di pretesti, da risultare ridicole.
Ma il cancro ha viaggiato (perchè nessuno sa essere più convincente di chi si mette in bocca la parola verità e il popolino bue ama i paladini, poco importa se portatori di menzogna).
Ho inghiottito mille volte quest'anno, ho fatto la gran signora. Quante cose avrei potuto ricordare loro, quante risposte secche, affilate, contundenti, avrei potuto scegliere. Non l'ho fatto, e forse qui risiede il mio errore, ma proprio non mi calza l'assetto da guerra.
Sono quelle risposte mancate a svegliarmi di notte, e un dolore che sbatte rabbioso. 
Credevo scontata la corrispondenza fra azioni compiute e parole pronunciate: parole da stronzo/gesti stronzi, parole garbate/gesti garbati. Che grossolana e fastidiosa ingenuità.
Perchè c'è chi ti consegna i più larghi sorrisi mentre a tua insaputa asfalta la tua strada di fango, merda, calunnia. Scopro l'acqua calda cazzo, ma non so davvero come si possa. Io non so.
Di sicuro imparo, ancora una volta e tristemente, a stare in guardia.
Così mi appresto ad attraversare un altro corso d'acqua. Niente ponti o passerelle, niente punti d'appoggio per guadare. Del resto nella mia vita i passaggi, le mutazioni, i cambi di rotta, li ho fatti sempre un po' alla cieca, senza rete. Non sono una che pesa le conseguenze, che sa far strategia, basta guardarmi. Curioso che qualcuno immagini il contrario.
Mi si diceva l'altra sera, nel tentativo di addolcire il mio disincanto, che le persone come me (ma che persona sono io?) non suscitano blande risposte. Se piaci, piaci da matti, se stai sulle palle, ci stai pesantemente, a gamba tesa. E capita a volte che tu stia pesantemente sulle palle a chi piacevi da matti, perchè "da matti" significa rulli di tamburi, cuore in tumulto, fiato sospeso: chi mai è all'altezza di cotanta attesa?
Torno sempre là. Alle cose tiepide che non sono me, a me che disdegno le tinte neutre. 
Indossa la mestizia Gioia, annuisci pudicamente e per favore smettila di sviscerarti senza ritegno. Che così chiassosa propro non ti si può guardare.

lunedì 17 luglio 2017

Ricetta


Gli esseri umani contengono svariati ingredienti, miscelati in proporzioni dissimili. 
Allegria, opportunismo, animosità e nostalgia q.b., ad esempio.
O pignoleria, dolcezza, determinazione e un pelo di presunzione. E via così.
A volte sono gli altri, con il loro farci da specchio a mostrarci di cosa siam fatti. Altre volte, immersi nelle contingenze, nel fare e nel dire, ne cogliamo da soli peso e misura.
Capita così che in questa fase della mia vita io faccia i conti con gli ingredienti base, quelli che rendono una donna con due braccia e due gambe, una Gioia fatta e finita. 
Ad analizzarle bene, le due sostanze sembrano incompatibili quanto il limone e la panna montata.
Se però prendiamo come esempio la pizza, in cui acqua e farina la fanno da padrone, possiamo osservare che i due ingredienti principali rappresentano in realtà degli opposti: secco, polveroso e inerte il primo, liquido, argentino e vivo, il secondo.

Ingredienti per fare una Gioia:
Ingrediente A: Slancio verso l'altro.
E' l'ingrediente che fa di me un animale gregario, mai sazio di carezze e parole, capace di occuparsi nello stesso momento di un cuore infranto (al telefono), di un piatto su richiesta (ai fornelli), di un problema matematico (col labiale) e del campanello che trilla (sorvolando cani e oggetti sparsi). 
Si incarna nell'attitudine a mettere da parte stanchezze ataviche e necessità impellenti dinnanzi a agli affetti, alla loro presenza, al bel dare. Si concretizza nel piacere viscerale di avvolgersi in quella trama densa e rassicurante che solo le corrispondenze amorose riescono a tessere.

Ingrediente B: Anelito alla tana.
Scoperto in fase recente - ma non per questo degno di minore rilevanza - si palesa in modo fulmineo e decretando una certa urgenza: la risposta dev'essere immediata e concreta.
Nel momento in cui B domina su A (abbastanza raramente, va detto), Sweet Joy deve far largo ad una sua riottosa e agguerrita copia.
Necessito in quei momenti di spazi e tempi assolutamente miei e desidero eseguire azioni per nulla consone alla vita comunitaria e vagamente triviali, tipo:
- aggirarmi seminuda per casa
- mangiare roba fredda in piedi davanti al frigo
- seminare la biancheria dove capita
- piazzare un pezzo dei Black Eyed Peas fino a far vibrare i bicchieri
- guardare per l'ennesima volta Ghost con un calice di Prosecco a destra ed il pacchetto di Kleenex a sinistra
- nutrirmi di cose tossiche
- svegliarmi alla 10, pranzare alle 11, fare merenda alle 17, cenare alle 22, fumare due sigarette alle 24 guardando le stelle e leggere/scrivere finchè la testa non crolla (orari assolutamente aleatori e passibili di modifiche).

In verità A tende a giocare sporco, in quanto ad un tratto (spesso al punto "nutrirmi di cose tossiche") manda avavti i sensi di colpa, suoi fidi emissari.
B in quel frangente può solo constatare la disfatta e ritirarsi in buon ordine, lasciando il campo ad A e alla sua fitta rete di gesti, parole e appaganti interdipendenze.
Questa salvifica dinamica, porta nel mio ecosistema una certa armonia, bilanciando le istanze e i vettori.
Ecco, l'importante è non prendere sotto gamba B, perchè a lui basta poco, ma se gli girano non ce n'è per nessuno.

martedì 11 luglio 2017

Pop me


Non saprei riconoscere una sonata di Chopin o apprezzare un assolo di Knopfler. Ma individuo la sigla di Lupin III dall'attacco della fisarmonica.
Non metto in sequenza i presidenti americani, ma potrei datare l'esordio del gioco dei fagioli con una certa precisione.
Ho una cultura pop.
Questo non significa che faccia mia tutta la spazzatura, che ingurgiti ogni cosa senza un filtro. Ma guardo senza imbarazzo Real Time mentre sbrigo una questione di lavoro via mail. Ascolto un pezzo di Lady Gaga mentre cerco la ricetta del tabulè. O gioco con un certo accanimento a Quizduello, che tanto concilia il sonno.
Il pop mi incuriosisce, mi attrae anche nelle sue accezioni più kitsch. Lo osservo curiosa, lo assaggio, ne getto gli scarti. Ho guardato tre puntate di "Uomini e donne", ancora agli albori: l'ho trovato così triste e meschino da causarmi una sorta di nausea. Ho letto un libro di Fabio Volo, mi è sembrato tanto insulso e mediocre da destinarlo alla carta straccia. Ma come dire, non ho preclusioni, mi va di poter dire "è una merda solenne" perchè ci sono andata abbastanza vicino da annusarla.
Si potrebbe eccepire che il tutto suona come una gran perdita di tempo. Invece no. Perchè se ho amato Saramago è anche grazie a Fabio Volo. E se mi garbano tanto Ang Lee o Van Dormael, posso dire un po' grazie a Gabriele. Muccino intendo.
Il gioco dei contrasti mi è sempre piaciuto: la bellezza si fa più splendente quando poggia sul fango. Che poi sia chiaro, non rinnego affatto il mio fango. Lo esploro con grande attenzione e spesso ne cavo dei buoni pezzi. Pezzi che a volte mi fanno la vita leggera, come quando ho ballato il Gangnam Style con i miei figli, ridendo a crepapelle. O quando con l'amica del cuore, seguace di X Factor,  mi lancio in azzardati pronostici e vibranti sermoni a difesa del mio favorito. C'è da divertirsi un mondo.
Che pure alla sagra del paese, sulle note di una polketta dallo squallido tempo binario, farei due salti in compagnia. Tanto io sono pop, non ho nulla da perdere.

venerdì 7 luglio 2017

Un senso

Il piccolo museo degli esploratori
L'idea di tornare al lavoro, per coprire il mio turno al centro estivo, mi turbava non poco. 
Si arriva a metà giugno cotti, sfiniti, col pre/post esami per trenta ragazzi che toglie il sonno. Poi se dio vuole tutto finisce, saluti e vai al mare. Nuoti, mangi frittura di pesce, ti stiracchi e divori libri come se non ci fosse più un domani. 
Ma purtroppo il sogno brucia velocissimo e come in una brutta malia, ti trovi nell'ingresso della scuola ad accogliere il primo recalcitrante iscritto al centro estivo. Sì, quella realtà in cui bambini stufi marci di fare mille cose dovrebbero impegnarsi lietamente a fare ancora mille cose. Quel posto dove qualcuno, detto anche "animatore del centro estivo", si prodiga nel coinvolgere i bambini di cui sopra in moltissime allettanti  e ridanciane attività, che loro tendenzialmente schifano. Perchè anelano soltanto a farsi un po' i fatti loro. Scavando buche, sfogliando un Topolino, ciondolando pigramente dal divano al terrazzino. In mutande magari.
Ecco, preferisco di gran lunga la scuola, le lezioni, il programma, l'orario scandito e il sentore di quaderni nuovi.
Contro ogni pessimistica previsione, quest'anno è andata bene, ma bene in modo strano. Perchè da subito mi sono sentita in un bel flusso, come se tutto funzionasse oliato e senza resistenza alcuna. Nonostante le differenze - il più piccolo meno di cinque anni, la più grande quasi dodici - ci siamo intesi e ognuno ha scelto il suo posto.
Mentre ieri stavamo sulle panchine, sotto gli alberi con i sacchetti della merenda, ho pensato al senso di pieno. Mi accompagna quasi sempre adesso e - lo realizzo proprio lì, seduta su quella panchina - è venuto dal buon fare. Dal credere fermamente che nel mio piccolo, sono capace di costruire un poco di armonia. Fa proprio bene.

sabato 1 luglio 2017

Patologie



Che io sia affetta dal morbo jealousy è cosa nota. Sono proprio nata col virus, che al tempo se ne stava annidato nella minuscola cassa toracica, inattivo. Perchè è proprio quello il quartier generale di jealousy, il luogo segreto da cui scocca dardi incandescenti: lo spazio fra lo sterno e la quinta vertebra toracica. 
C'è voluto poco affinchè il patogeno si facesse virulento. Un bel giorno d'estate, mentre leccavo un gelato seduta sul mio passeggino con le gambe a ciondoloni, colsi lo sguardo della mia mamma rivolgersi ammirato verso un essere perfetto. Vestitino stirato, scarpette lustre, scriminatura inappuntabile. La bionda dea dei fiori ricambiò lo sguardo di mamma con un sorriso bianco e luminoso, poi proseguì nell'aureo incedere.
Scoprii quel giorno che jealousy possiede artigli acuminati e zanne potenti, che sa infliggere ferite laceranti e profonde. Ferite con la tendenza a cronicizzare, nel caso in cui le cure non risultino massimamente tempestive ed efficaci.
Ora, vivere con jealousy in corpo non è una passeggiata (e potrei mordere chi viene a dirmi che jealousy non esiste, che è un insano riflesso delle umane paure, o un'emozione sopravvalutata e primordiale), ma come tutti gli inguaribili, ho imparato ad averne il - parziale - controllo. 
Riconosco i segni che ne annunciano gli accessi, provo a visualizzarla come una palla scura dentro di me (tu non sei la tua gelosia, cretina!) e mi impongo contegno nelle parole e nei gesti (magari mi verrebbe da dire "quella sciacquetta dalle cosce grosse poteva anche chiudere il suo forno se doveva dire una tale fila di stronzate", accompagnando la frase con un dito medio alzato all'altezza della faccia, invece taccio e sorrido). Anche se potrebbe sembrare liberatorio e catartico abbandonarsi alla paurosa sintomatologia che jealousy determina, tocca stare molto in guardia. Perchè la bastarda ti prende la mano, ecco.

Tutto questo pippone di preambolo, per riportare un singolare dialogo.

Io: Sai, qualche volta quando vai in montagna con la bici, mi dico che magari troverai una brava come te, pure gnocca. Mi immagino che lei ti si affianchi, muscolosa e molto in forma, esclamando "che strepitosa bicicletta", stuzzicando così il tuo orgoglio di atleta e possessore di meravigliosa/sudatissima bicicletta.
Ecco, penso che arrivati in cima farete una pausa insieme, bevendo avidamente dalle vostre borracce degli accattivanti integratori colorati e che lei in quel momento ti passerà il suo numero di telefono...
Lui: Sia chiaro che me, nessuna mi affianca. E se anche mi affianca le faccio vedere io chi mangia la polvere.

Ecco, psicologia femminile vs psicologia maschile. C'ho ancora molto da imparare.

domenica 25 giugno 2017

Isole


Ci piace quest'isola secca e lunghina. Somiglia a un'elisione senza disciplina, a un segno meno tracciato con poca convinzione, a una luna sottile e bambina che gioca a fare il morto. 
Come sempre siamo partiti prestissimo e abbiamo fatto parecchia strada in macchina, svegli quanto basta per tenere gli occhi sulla strada. Che sei lì a chiederti: ma ho preso la crema solare?, e non ti capaciti di essere partito veramente. 
Poi succede che di botto, appena scendi sul molo e fai i biglietti per il traghetto, sei in vacanza. Sarà quel bianco che riflette ovunque il sole, o l'odore del catrame che confonde. E viene da fare una cosa vacanziera, tipo comperare una vaschetta di patate fritte anche se sono le nove del mattino, o annodarsi sul fianco un telo mare.
Pure le altre volte, nell'attesa, ci è piaciuto osservare la moltitudine in transito, le tante lingue nell'aria a cui far corrispondere mondi, volti, come nel gioco in cui tiri una riga da sinistra a destra. Questi sono francesi, non c'è dubbio. E questo? Con le gambe lunghissime e i sandali di cuoio?
In una delle poche chiazze d'ombra ci siamo passati una birra fresca, abbiamo infilato le mani in un cartoccio unto e profumatissimo. Poi la fila delle auto si è mossa, e ci siamo affrettati frugando nelle tasche alla ricerca dei biglietti, scordando la lattina sul marciapiede. Mi sono voltata per recuperarla, ma già un uomo si era avvicinato, guardandosi un poco intorno. L'ha raccolta, ha bevuto ad occhi chiusi, la mano sul fianco.
Sali sul traghetto tra i ragazzi nordici, coi musi biancolatte e gli zaini enormi, in mezzo alle facce dei locali spaccate dal sole, un poco ostili.
Se iddio vuole, nessuna traccia di italiani coi rayban a specchio.
Si siede poco distante uno strano trio, gente dell'est: fenotipi che da noi non si vedono più. Hanno addosso tutta la fatica di stare al mondo di quelli che sono venuti prima, segni inequivocabili. Fronte bassa, occhi piccoli e rapaci, gesti che non conoscono convenzioni. Lei pare una contadina ungherese, ha capelli corti che si direbbero regolati con le forbici da cucina. Ride buttando la testa indietro, spalanca la bocca.
Sono talmente stanca di questo guardare che dimentico la compostezza e mi addormento distesa sulla panca. 
L'isola ci viene incontro, ci apre le porte. E ha la voce roca, l'aria trasandata e la bellezza di sempre.

giovedì 15 giugno 2017

Fine anno, tempo di saluti e silenzi



Cambia scuola questo bambino che mi piace tanto. Devo aver commesso un atto grave per meritarmelo, ma nessuno ha avuto la voglia di mostrarmi l'inciampo. Se intendevano punirmi, hanno mirato bene.
E insomma questo bambino che si appresta a salutarmi, l'altro giorno mi confidava che le nuove maestre non gli paiono troppo simpatiche. Nè carine. Che sicuramente non faranno dei bei lavori. Io gli ho spettinato i capelli e ci è salito il magone. 
Tra noi c'è una sintonia rara, che si è fatta da sè con gli occhi, senza bisogno di dir nulla. Anime che si sono già incontrate, chissà come e quando, che si parlano.
Se c'era una fotocopia da fare, dei fogli da distribuire, se mi fermavo a sistemare l'aula o a riordinare i libri, lui era lì, affacendato, pronto a farsi carico di un'incombenza. Se leggevamo un racconto (e si sa, un'insegnante legge ai suoi bambini ciò che la emoziona, augurandosi di ispirare cotanti palpiti) lui sedeva in prima fila e tutto proteso rideva quando c'era da ridere, sospirava se c'era da sospirare. Pur essendo in seconda, aveva svolto il programma di terza, e tutto affrontava pieno di curiosità, passione, quesiti, proposte. Ha quella brama di fare e sapere che anima pochi, che non conosce pause o stanchezza.
L'avevo nominato Segretario Numero Uno e siccome il suo posto resterà vacante, gli ho proposto di passare il testimone.  Mi ha chiesto del tempo per riflettere e ieri è arrivato con una lettera, che ha voluto leggere ad alta voce.
Io ho scelto M. perchè conoscendolo dall'asilo già mi sembrava molto bravo. Adesso che è in terza è molto responsabile e anche un super amico, ma spero che nessuno si offenda perchè non è stato scelto.
M. si è proprio commosso e nel suo discorso da neo-eletto ha dichiarato di sentirsi addosso una grande responsabilità, ma che farà sicuramente del suo meglio. Si sono stretti la mano.
Ecco, io spero di averti insegnato a vedere, a stupirti, a dubitare e cercare risposte. Ti lascio queste parole, che mi paiono tanto belle e ti strizzo l'occhio come facevo sempre, incrociandoti nei corridoi.

Non esiste una cosa più poetica di un’altra. 
La poesia non è fuori, è dentro.
Cos’è la poesia? Non chiedermelo più, guardati allo specchio, la poesia sei tu.
Vestitele bene le poesie.
Cercate bene le parole, dovete sceglierle, a volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola.
Scegliete, perchè la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere.


Buon viaggio, Segretario Numero Uno.

sabato 10 giugno 2017

Volevo una vita raminga

I bambini di seconda leggono un brano. Lei, biodina, sognante, alza la testa dal libro e mi guarda.
"Cosa significa circo maestra?"
No, non può essere. Non ho capito bene la domanda. Mi avvicino a lei, scandisco bene.
"Quale parolina non conosci, tesoro?" 
"Circo. Cosa vuol dire?"
Mi manca il fiato per un attimo, ma i compagni fanno subito a gara per rispondere e riempiono il mio silenzio.
Prendo dolorosamente atto dell'amara verità: esiste un bambino (uno solo? e se fossero tantissimi?) che non conosce il significato della parola CIRCO. Mi sembra una scoperta che ha a che fare con l'evoluzione, con la pluralità di rutilanti offerte attraverso le quali oggi passa l'infanzia, più o meno consapevolmente. Cosa sarà mai un circo al cospetto dell'animazione 3D sul megaschermo, dove tutto pare vero ma è ancor meglio che vero? O del videogioco in cui "sei tu il protagonista!", che basta fare un clic qui e via nell'iperspazio.

Quand'ero piccola il circo metteva su le tende nel piazzale davanti a casa. In quella periferia polverosa transitavano compagnie misere e scalcagnate. Ma ai miei occhi di bambina, era quella la prova tangibile che esisteva un mondo altro, più incantato e desiderabile del mio, in cui i sogni arditi che facevo avevano forma di piroette, ruggiti, cilindri e lepri bianche.
I carrozzoni sostavano per qualche settimana e i bambini circensi venivano scuola alla Domenico Rossetti. Stavano solo tra loro, non parlavano e non giocavano con nessuno di noi. Li guardavamo di taglio, sospettosi ma riverenti. 
Un paio di volte, e come grande concessione, la mamma mi portò allo spettacolo serale. Non so neanche dire il fremito, il turbamento, mentre si prendeva posto sulle panche di legno e le luci si spegnevano. Facevo appena in tempo a calmare il cuore che di colpo zac!: rullo di tamburi, parata degli artisti, clown con gigantesche scarpe e fiori all'occhiello da cui usciva acqua a profusione.
Ridevo, sospiravo, portavo le mani alla bocca per uno stupore o uno spavento. Ad ogni numero mutavo i miei progetti per il futuro. Sarò la ragazza bella e sorridente del lanciatore di coltelli. No, sarò l'acrobata a testa in giù. Anzi, sarò la contorsionista sinuosa chiusa nella cassa del tesoro.
Se il domatore di tigri, regale nella divisa rossa coi borroni dorati, avesse allungato una mano, con un balzo l'avrei raggiunto, pronta ad indossare i panni di una stella giramondo.

Non pensavo ai poveri leoni vinti, all'elefante stinto e triste, alle scimmie rabbiose che la notte dormivano stipate in una gabbia troppo piccola. 
Io vedevo finalmente farsi carne la poesia, quel velo iridescente e malinconico che stendevo ogni giorno sulle cose, per raccontarmele più belle.

sabato 3 giugno 2017

Evvai!

Insomma ho vinto.
Ho scritto un racconto di 9000 battute, a pezzi e nei ritagli di tempo. Che ogni volta dovevo ritrovare il filo, i colori, le voci dei miei beniamini, per metter giù due righe decenti.
L'ho letto e riletto. Smussato e corretto.
Poi ho compilato la domanda con tutti i miei dati, che andava scannerizzata e allegata. Bonifico on- line di dieci euro per le spese di segreteria (diffida di chi chiede più di venti euro, disse un mio insegnante) e via, inviato il malloppo.
Poi ho atteso. E loro mi han risposto che avevano ricevuto ogni cosa.
Ora, non mi importa che fino ad agosto non si saprà nulla, perchè io il mio personale concorso l'ho già vinto. Ho sempre scritto e raccolto montagne di file. Racconti smozzicati, incipit da Cavalcata delle Valchirie morti sul nascere, centinaia di inizi e storie spezzate.
Ti tuffi in preda all'enfasi, la forza di gravità fa il resto. Nuotare per raggiungerte la riva opposta però, richiede fatica, impegno, espone al fallimento.
Nelle poche occasioni in cui sono riuscita a chiudere il cerchio, c'era un traguardo obbligato: una scadenza, l'impegno di una consegna.
Questo concorso mi ha proprio stanata, non sto neanche a spiegare la serie di coincidenze. La storia è cresciuta dentro di me dal primo giorno e si è lasciata raccontare senza mai remare contro. 
Ma in realtà, conta che l'ho fatto perchè volevo farlo. Nessuno attendeva il mio racconto con la mano tesa, nessuno mi avrebbe tirato le orecchie se avessi fatto a meno di consegnare. E pure l'insieme delle formalità/adempimenti - deterrente e alibi personale assoluto - è andato via liscio come un bicchier d'acqua.
E insomma son qui a comunicarvi che ce l'ho fatta. Ho vinto.

lunedì 22 maggio 2017

A Bulutn e a voi bloggheri amici

Si...eccomi.
Siccome poi state in pensiero e mi scrivete (ma quanto è bello che i bloggheri amici si preoccupino per te?), allora volevo fare capolino un attimo.
Sto bene. Ma alla fine dell'anno scolastico tutto si fa più convulso e denso. Mi sento sovraccaricata e stanca, solo questo.
E poi é nata in me una storia che sto disperatamente cercando di raccontare nei ritagli di tempo. I miei personaggi stanno lí ore ed ore in attesa di pronunciare una battuta. E non posso trascurarli troppo.
Scusate se latito. É per poco.

sabato 6 maggio 2017

Lucciole o lanterne


L'eterno dilemma.
Un'amica mi racconta del suo compagno, dei gesti e delle parole che cominciano a ripetersi uguali. Ogni attimo, scambio, spostamento, dialogo ancora da venire, potrebbe essere annunciato profeticamente fin dal risveglio. Magari questo è anche vita, come dice Fra, ma non basta.
Ce lo dicono ovunque e in tutte le salse: l'amore scade, è deperibile e soggetto al declino. Fremiti, bramosie, palpiti, sospiri, si infilano gradualmente nel dimenticatoio e finiscono per essere archiviati in qualche recondito scaffale della memoria.
Tempo diciotto mesi, e addio ai baci colmi di languore. Spazio sei stagioni, e le parole incandescenti si fanno secche comunicazioni di servizio.
"Ho preso io il pane". "Domani siamo a cena dalla zia Bice". "Accendi tu il riscaldamento quando arrivi". Se proprio proprio uno è creativo antepone un vezzeggativo. Tesoruccio, dolcezza, gioia mia.
E ci sta, ci sta tutto, perchè mica siamo satelliti. Ci sono sinergie, incombenze, trame, tocca pensare ad ogni cosa: la bolletta da pagare, la batteria dell'auto, gli straordinari, Enigaseluce che ti cerca mentre mangi le penne al pomodoro, le pulizie di primavera e il cambio degli armadi.
Certo che è vita. Tutto lo è. Ma anche un sasso nella scarpa e il cerume nelle orecchie fanno vita.
Boh, non so, io ci ho sempre provato a metter su un'esistenza in versi. Non sono capace senza, mi si avvilisce il passo.
Ma la cosa bella, quella che ogni volta mi ricarica di nuova enfasi lirica, è che più te la colori questa vita, più sfumature riesci a vedere. Come in tutte le cose, è l'allenamento a fare la differenza.
Una ricetta nuova, un reggiseno di pizzo bianco, una vignetta a matita da appiccicare allo specchio, uno sguardo d'intesa - "ma lo sai quanto mi piaci?" - , l'idea di piantare assieme una fila di pomodori in fondo al giardino. Anche dopo sedici stagioni, nella vita provo a cucire la Vita.
Però ecco, tornando all'amica, se i colori li devi mettere per due, se i ricami e le rime li devi tessere da solo, finisci per perdere la voglia. Lasci stare, smetti, volgi lo sguardo altrove.
Allora gliel'ho detto. Provaci ancora una volta: invitalo a cena sul prato, prepara delle uova ripiene, cospargi di zucchero qualche fragola rossa. Accendi la musica dei grilli, sciogli i capelli e vedi un po'.
Un'ultima volta, tu prova.

lunedì 24 aprile 2017

Più del mare

Ieri ho deciso che i bambini mi piacciono più del mare. E io me lo sposerei adesso, il mare.
Abbiamo dato una mano ad un'amica che gestisce una fattoria didattica, mettendo a disposizione le nostre competenze. Le mie, di apprendista maestra e socia di maggioranza della "forever child association". Le sue, più dignitose, di ispettore forestale e fotografo naturalista.
Così  abbiamo messo in fila questi nove tipetti svegli, e via nel bosco. 
Poche indicazioni: osservare moltissimo, parlare pochissimo, raccogliere nel sacchettino in dotazione cose interessanti da poter analizzare in seguito.


E così, da un sasso all'altro, col torrente celeste che sciabordava appena sotto, i piedi andavano ora lesti ora pensosi, mente le mani facevano incetta di piccoli tesori.
Lui davanti a fare strada, io dietro a serrare le fila, e in mezzo le cento domande, i mille stupori. Di chi è questa tana? Come si chiama questo fiore? Perchè il bruco ha i peli? Ma il fiume, dove va adesso?
Sulla strada del ritorno la bambina di prima elementare mi dice che lei non si innamorerà mai, perchè deve aprirsi un'azienda agricola e non avrebbe tempo. La più piccola infila la sua mano nella mia e non mi lascia il tempo di rispondere.
Lui camminando si volta, cerca i miei occhi, e nel sorriso che mi fa c'è la stessa gioia perfetta che anima i passi dei piccoli esploratori.
Quando arriviamo a destinazione cerco affannosamente la bimba che si negherà l'amore.
Magari, le dico prima di consegnarla alla mamma, potrebbe aiutarti a mangere le mucche. Pensaci.
Ride spettinata, mi saluta con la mano.

sabato 15 aprile 2017

Gente, animali

Avranno avuto trent'anni. 
Lui un po' sovrappeso, pantalone della tuta da giorno di ferie pre-pasquali e maglietta infilata dentro.
Lei colossale, gigantesca, impedita nei movimenti. Ma non proprio tutta, il suo tanto si sviluppava dalla vita in giù. Una cosa seria, una deformità.
In un camerino si provava dei vestiti. Lui molto animato le scovava i pezzi giusti, le cercava le taglie, cambiava gli scarti e chiedeva ragguagli alla commessa. Poi attendeva che lei indossasse.
Quando la tenda si scostava poco poco, lui infilava la testa dentro e se la rimirava.
"Vediamo... Sì, è perfetto questo abbinamento, ti sta benissimo! Vuoi provare anche questo? Guarda che colori!". 
Tenace, appassionato, proteso.
Ho pensato che era una cosa bella ma triste.
Ho pensato che non vorrei qualcuno a occuparsi di me a quel modo.


Mi piacciono i regazzi, mi piace la loro compagnia. Non posso sentir dire che sono menefreghisti, superficiali e cialtroni. Chi si riempie la bocca di queste banalità qualunquistiche, dovrebbe chiedersi cosa lascia loro. Quale testimone passa. Quali azioni ha speso, perchè sia buona la terra che consegna alle loro mani.
L'altra sera ho attraversato il bosco con un gruppo di ventenni, fino alle pendici di un bel monte costoluto. Dovevano girare alcune scene per un cortometraggio e non conoscevano la zona.
Ho fatto loro un sacco di domande rasentando l'invadenza e li ho ascoltati parlare. In un modo sollecito e informale, ma sempre educato, mi hanno raccontato dei loro sogni ambiziosi. 
Li trovo ingenui sì, paiono da un'altra parte. Sfugge loro la complessità di quanto li circonda, che chiederebbe a gran voce presenza, azioni, scelte precise. Ma la colpa è nostra. Quando protestavano abbiamo elargito ciucci e caramelle per riempirgli la bocca, quando si opponevano abbiamo spiegato. E spiegato, spiegato, spiegato fino alla nausea, strappandogli via le parole.
Eppure, anche se abbiamo portato via loro la possibilità di caricarsi sulle spalle il peso (e la gioia) delle responsabilità, io li vedo splendere. Hanno questi occhi pieni di altrove che mi spezzano il cuore. Come se la realizzazione dei loro sogni, il loro mondo perfetto, non fosse qui.


La mia bestiola cresce. Travolge ogni cosa animata e inanimata con la sua energia vitale dirompente: corre, scava, sgarfa, lecca, morde. Mi regala risate pure e bambine, quando la guardo rotolarsi nella sabbia in riva al fiume. Si solleva impastata e felice, poi mi guarda che pare dire grazie.
Grazie a te, Olli.


mercoledì 5 aprile 2017

Sgrunt

Mi riesce facile motivare e sostenere altri. Mi riesce difficile farmi sostenere, perchè spesso evito di dire. Che ha dell'incredibile a pensarci, perchè rispetto ai miei drammi esistenziali sono stata di un'incontinenza tragicomica. Da bambina fagocitavo chicchessia: bastava una prossimità umana, di qualsiasi grado e genere.
Non più. 
E se da una parte questo è un bene, perchè mi adopero per trovare le risposte più calzanti, le mie risposte, dall'altra tendo ad andare in accumulo. Tra un pazienza e un passiamo oltre, finisco per raggiungere il colmo senza alcun preavviso e - apparentemente - senza oggettiva e sensata giustificazione.
Mi cade di mano qualcosa. per dire, e vien giù il finimondo. 
Sarebbe il caso dare voce ai fastidi. In modo giudicante (eh sì, a intervalli regolari vorrei smettere di dire "ma forse lui/lei intendeva"...), polemico e per nulla a modo. Oppositivo e scorretto. Fanculizzando senza ritegno ed esclusione di colpi.
Ci penserò.


Per il momento ho voglia di elencare alcune cose che ODIO.
1) Chi pensa solo con la sua testa. Del tipo "io faccio così, ho sempre fatto così = così è buono ed universalmente valido (ma come mai nessuno mi capisce?)".
2) La routine. Dopo un poco do di matto: ho bisogno di scompaginare le cose, di cambiare un orario, di ficcare nei gesti obbligatoriamente ripetuti un naso rosso, un segnavia azzurro, una birra ambrata, uno slip iridescente, una sorpresa nella carta gialla, una coperta a scacchi fatta per i baci e l'erba.
3) Quando mangio la mia merenda e qualcuno mi chiede se può averne un pezzo. Idem quando finalmente riesco a concedermi cinque minuti per fare pipì e appena mi accomodo qualcuno bussa alla porta. La MIA merenda, la MIA pipì. Alla larga, please.
4) Le sfingi. Mai un cedimento, un neurone storto, un muso, una risata grassa, occhi roteanti, mani scomposte. Sorriso (se tale si può definire quella smorfia di vaga condiscendenza) appena accennato e che pare dipinto. Detesto, detesto, detesto.
5) Le sfingi di cui sopra che se ti infervori, ti incazzi, ti esalti, ti domano con un flemmatico: "calmati, non alzare la voce", tipo San Francesco con il lupo. Da coltello fra i denti.
6) Il cielo grigio e traslucido che fa strizzare gli occhi e accavalla i pensieri.
7) Chi ravana nel torbido. Chi sguazza negli irrisolti. Chi si nutre di sussurri, discordie, ugge.
8) I ritardatari cronici.
9) Le scarpe con le zeppe.
10) Quelli che studiandoti con la testa appena inclinata dicono partecipi "ti vedo stanca". E dunque? Puoi sollevarmi in qualche modo? Mi cancelli le occhiaie con un clic? Ti sostituisci a me quest'oggi di modo che io possa schiacciarmi un pisolo? No. E allora muto.
Sì ecco, mi pare di stare un filo meglio.

sabato 1 aprile 2017

Paura e rispetto


E' vero, torno sempre là. Ma mica vado io alla ricerca delle vicende amorose, son loro che mi trovano.
Ho saputo qualche giorno fa di un affair: sposata lei, separato lui.  I due non volevano certo che la cosa salisse agli onori della cronaca, ma le bugie hanno le gambe corte. Qualcuno li ha beccati e ora io so. Come so io, sapranno altri, che (immagino e spero) eviteranno di rendere virale la questione. Se la grattino gli interessati.
Sicuramente il marito di lei ancora vive nell'oblio, ed è questo a farmi fremere un pochino le froge. Che si guardi a lui pensando "ecco quel poveretto...", mi causa un certo disagio.
Perchè di tutte queste faccende sentimentali/erotiche/coniugali mi salta all'occhio unicamente il tema del rispetto. 
Ribadisco per l'ennesima volta che son stata oggetto e origine, in tempi diversi, di menzogne,  tradimenti e altri irrispettosi inganni. Che proprio l'averli attraversati in prima e terza persona mi ha condotto al personale diktat secco ed incisivo: se rispetto non mento.
Certo che può accadere, ci mancherebbe. Di confondersi e invaghirsi, di scoprire che quel che si credeva amore non lo era affatto, di ritrovare vibrazioni e palpiti perduti. 
Ma nel momento stesso in cui avverti lo sfarfallio e porti le mani al petto colto da stupore, la storia precedente è già morta e sepolta.
A quel punto, non si può star lì a tergiversare. A sezionare la nuova avventura per capire se sarà davvero l'idillio immaginato. 
Già, perchè se poi non si rivela all'altezza? Se non dà alcuna garanzia di continuità e solidità (dato che per definizione l'avventura è indeterminata)? Si può fare marcia indietro, no?
Eh no. 
Oddio, è all'ordine del giorno. Storia extraconiugale inconfessata finita malamente, pianti e stridor di denti, rientro nei ranghi a capo chino (e cosparso di cenere).
Io non capisco il senso. E' tutto lì sul tavolo, chiaro e ben allineato come un'equazione matematica. Che poi va bene, mi si parla dei figli, del dolore che all'altro si causa, dei genitori anziani e del lavoro precario. Tutto sacrosanto e lecito e umano. 
Ma io chiamo questo: paura.
Perlomeno la mia, era squallida paura. Ho provato a camuffarla dietro a buone intenzioni, a raccontarmi che si chiamava abnegazione e sacrificio, ma squallida è rimasta, fino all'ultimo giorno. 
E' che rispettandosi ci si libera.
Che liberandosi, si libera rispettosamente l'altro.
Che l'altro ha - eguale - diritto all'Amore.

sabato 25 marzo 2017

Lavori in corso

Son soddisfazioni grandi. A dire il vero, mai avrei pensato.
Proprio io, che perdevo sostanza quando coglievo vaghi cenni di dissenso, se mi pareva di deludere, di non corrispondere. Quando mi si attribuivano intenti, parole, silenzi, che non mi appartenevano. Se non leggevo me, nell'immagine che davano di me.
Poi succede che qualcuno ti dipinge proprio male - calando buone dosi di veleno - e capita (sorpresa!) che non ti capovolgi tutta, che non ti metti per l'ennesima volta al muro e non tiri fuori le budella così, a gratis.
Capire che tutto sommato passo oltre, è un piacere non da poco.

Invece non vengo a patti con la mia parte aerea e molle. 
Quella ma che dolce anima sensibile e luminosa!, però la realtà è fatta di terra. Legni. Ossa.
Quella che costruisce barchette coi gusci di noce e immagina rotte e approdi, senza economia. 
Quella che ancora vede nelle altrui intenzioni le sue.
Cazzo, ma ancora non mi entra in testa?
A ben pensarci ci sarebbero delle strategie operative, piccoli e semplici accorgimenti per sognare un po' al ribasso. Che starei tanto meglio.
1) smetterla di indossare queste:


2) darci un taglio con gli Smarties (che quando li tiro fuori dal tubo, vedo quale colore vince) e con i Fonzies (che in ogni pacchetto ce n'è uno ciccione, sempre);
3) piegarmi alle scarpe adatte ed acquistare finalmente un paio pantofole;
4) finirla con gli spuintini in macchina, che son briciole dappertutto;
5) abbandonare il cuscinetto Ikea, che abbraccio languidamente durante il sonno.
Dovrei provare, magari non ne esco grigia come penso.

venerdì 17 marzo 2017

People



Sono state giornate di immersione umana, non sono avvezza.
Domenica c'era un festival letterario interessante, non proprio sotto casa, ma ci tenevo tanto. Prima della conferenza abbiamo trovato tempo per la mostra fotografica, una gioia di burrasche, onde spumeggianti e diari di bordo da capitano di ventura.
Ho visto questa vecchina col bastone, bella proprio, che davanti ad ogni foto sostava assorta. Il marito, pur se meno provato fisicamente, appariva un poco stufo. Lei si è voltata appena un pelo a dire (secca, ma con garbo): "caro, se sei stanco mettiti pure seduto". 
E checcazzo (ndr).
Poi cose da vedere, da ascoltare e gente, tanta. In sala, menre Bjorn Larsson raccontava il mare, non riuscivo a staccare gli occhi dalla moltitudine, come se ogni corpo presente mi si mostrasse pieno di tracce, di segni e io dovessi assulutamente fare in tempo a tradurli uno ad uno.
Quei due, così legnosi e grigi. Lei che gli rubava le risposte e diceva le parole sue, lui che s'era dimenticato di saperle. Stavano tutte incastrate in quella schiena le sue parole mute, così rigida, in quei capelli, così immobili.
Poi la signora davani a me, una coda di cavallo tanto libertina su due spalle pingui e vinte. Quel neo così brutto, sulla nuca, ma forse nessuno mai l'aveva baciata lì (ma qualcuno, l'aveva mai davvero baciata?) e aveva potuto notarlo, guardarlo. Volevo avvertirla io. Ma non ho avuto coraggio.

Martedì la giornata l'abbiamo passata in un reparto di ospedale. Che appena varchi la soglia stai in un altro universo, con regole e linguaggi e codici tutti suoi. Ma basta un attimo. Un paio di pantofole, un sentore di brodo, un neon che occhieggia e sei già dall'altra parte, un poco meno vivo. E quando fa sera ed esci, tiri l'aria in petto che è un piacere.
Insomma anche lì, tra infermieri e medici (adesso che non indossano tutti zoccoli Scholls puoi capire tante cose dalla calzatura), tra pazienti allettati e in transito, e varie tipologie di parenti in visita (ma quella bionda con il rossetto, sarà la moglie o l'amante?) m'è parso di stare sotto un bombardamento. Colori, voci, odori, intrecci di storie. Non posso esimermi. Perchè mentre guardo la caposala algida e severa giungere coi referti, mi sembra di cogliere una debolezza nel passo. Allora dico una cosa stupida, senza senso e lei sorride largo, che la vedo bambina. Ecco.

Che stanchezza. Che bellezza.

venerdì 10 marzo 2017

Donne du du du


Non si poteva concepire di lasciare i piatti nel lavello. Una volta intendo. Toccava subito rigovernare, pena un senso inestinguibile di fallimento, disfatta e colpa.
La nonna, che ci teneva ad introdurmi ai garbati e operosi compiti domestici propri delle ragazze da sposare, li lavava subito dopo aver messo la mela gialla sul piattino del nonno.
Voleva che asciugassi le stoviglie, man mano che lei sciacquava. E io polemizzavo.
A cosa serve asciugare se hai lo scolapiatti? E' una perdita di tempo!
E già a discutere. Idem per spolverare, stendere i panni, stirare. Passava col ferro pure gli strofinacci, nonna.
La mamma no, lei era moderna, lavorava già tanto fuori casa. Che la sera mangiavamo un panino caldo col formaggio che colava. O penne al gorgonzola. Il piatto più elaborato che mi proponeva era il petto di pollo con la panna. La panna veniva giù a fiumi a quei tempi e io ne andavo matta.
Con la mamma i lavori di casa si facevano random. Senza metodo insomma. A volte tutto un repulisti, altre ci si dimenticava della polvere e dei letti sfatti e si andava a spasso. Al mare. A comprare perline. A mangiare un gelato. A vedere i fuochi sul molo.
Grazie alla mamma, non entro in conflitto se a volte lascio i piatti della cena nel lavello. Se non passo regolarmente la polvere e spesso impilo la roba da stirare. Poi ancora impilo. 
Grazie alla mamma, propendo per andare a spasso. Al mare. A comprare perline.
Sensi di colpa, zero.

sabato 4 marzo 2017

Patata affair



L'altro giorno chiacchieravo con il prof di matematica che lavora da noi alle medie. Mi raccontava che un ragazzo piuttosto svogliato e problematico si è dato un'inattesa mossa quando una compagna carina l'ha puzecchiato. O meglio. Scherzando gli ha detto che se non si fosse impegnato di più con lo studio non lo avrebbe invitato alla sua festa di compleanno.
E il prof commentava che come sempre, "a pussy hair pulls better than a pair of horses". O in friulano: "al tire plui un pel di frice ca un par di buus".
L'indiscusso potere della patata (con i suoi corsi e ricorsi storici, e risvolti sociali, e influssi sulle cose del mondo) mi ha sempre riempita di stupore. Non certo perchè sono tanto candida e virginale da stupirmene, ci mancherebbe. 
Solo perchè uno si dà tutta la spiegazione antropologica, mette in conto la spinta riproduttiva, la perpetuazione della specie e via così. Ma vien da pensare che alcune manciate di millenni abbiano un filo ingentilito - o perlomeno smussato - gli istinti primordiali. Invece si pensa male.
Così un "no", dolcemente espresso, ma senza vaghezza nè margine, si trasforma in un due di picche. 
Non vorrei perpetuare la specie con te, scusa
E dall'oggi al domani diventi la nemica numero uno, col bollo di presuntuosa, tronfia, sprezzante e vanagloriosa. Altrimenti detta: stronza cosmica. Guerra aperta.
Ora, caro Austrlopiteco, credo di potermi permettere serenamente di decidere che uso fare della mia patata. E se questo ferisce il tuo maschio orgoglio preistorico, mi duole assai, ma tant'è.

martedì 28 febbraio 2017

Attrezzi


Seguo passo passo due storie d'amore piene di tormenti.
Le seguo perchè stanno sulla mia strada e perchè mi si chiede di esser parte. Dovrei esprimere un pensiero, un'opinione, dovrei poter svelare una qualche verità dalla mia posizione passiva di mero osservatore. O forse, dovrei alleggerire, sgravare.
Ci provo. Ma inevitabilmente una parola citata me ne porta altre, da me sentite o pronunciate. Un gesto raccontato ne rianima un altro, che mi è appartenuto.
Allora mi accorgo di usare il mio filtro, ed è un filtro sporco, perchè di quelle parole e di quei gesti io conosco il dopo. Ma il mio dopo non sarà mai il loro dopo. Ogni dopo ha i suoi colori, la sua densità, la sua forza trasformante.
Mi colpisce l'infinita fragilità che si accanisce virulenta su persone più che adulte e all'apparenza solide, consapevoli di sè. Persone intelligenti e colte, riconosciute per le loro competenze professionali, per la loro capacità di entrare in empatia e dirmere questioni, conflitti. Persone "fatte e finite".
Ecco, queste persone al cospetto dell'Amore subiscono un crollo strutturale. Non sembrano neanche più capaci di tradurre messaggi - ai miei occhi - limpidi e diretti. E mi vien da dire se lui ti ha detto questo, come fai ad aver capito quest'altro? Oppure, se ha agito così, non ti sembra che le sue intenzioni siano chiare?
Fatico a tenere la guista distanza, a non ergermi a giudice. Fatico a non profetizzare finali rosei o catastrofici. Non so e non voglio consegnare i miei strumenti, i miei attrezzi, per smontare e rimontare ipotesi, destrutturare atteggiamenti, analizzare risposte.
Perchè, e io lo so bene, succede che da un giorno all'altro tutto si fa dolorosamente o felicemente chiaro. Senza bisogno di attrezzi e domande e risposte.

mercoledì 22 febbraio 2017

Io e lei

E' difficile spiegare un dolore alieno. Non puoi dire "piango perchè mi fa male un dente", o "piango perchè ho ricevuto una triste notizia". Lì vai sul concreto, la gente empatizza, comprende.
Dai dolori alieni invece si prende distanza.
Quelli, si acquattano. Li tieni buoni con le carezze date e ricevute, l'odore dell'erba, tempi lunghi e sgombri in cui far due schizzi su quello che verrà.
Ma basta un niente, una roba banale. E zac, saltano su pieni di zanne e artigli e ferocia.
Ieri m'ha preso il magone, perchè non credevo fosse ancora così la bestia. Un attimo ci è voluto, una stronzata senza importanza, e l'avevo già al collo.
Non mi ha ferita il suo morso, mi ha spezzata scoprire che è così forte. Che quasi sicuramente, resterà con me.
Mi é sembrata una tale condanna. Perché la bestia non la vuole nessuno, la bestia posso tenerla addosso soltanto io.
E l'idea di averla dentro, d'esser io, io e basta assieme a lei, m'ha fatto un male che non ricordavo da tempo. Un male di lacrime infinite, che non so neanche dove trovassero tanto posto, prima di scender giù.


domenica 19 febbraio 2017

Pubere me




Non so essere tiepida, moderata. Ho un nucleo pubere. 
Credevo che il tempo. O le ferite. O magari i numeri, la statistica.
Forse, c'è che mi piace fremere. C'è che a quel fremito ho voluto sempre lasciar spazio, che lì mi sono infilata quando tutto mi pareva ostile.
C'è che quando son stata senza, ho generato cataclismi e terremoti, pur di vibrare ancora.
L'assenza di alti e bassi, di slanci e speranze - di risate e malinconie - non mi è mai appartenuta. Sono per le cose che scombinano, spalancano, generano pieni e vuoti. Partire, far l'amore, sapido cibo, letture come pugni, luoghi che sgarfano dentro.
Così. Nutrire il fremito, cacciare il tepore. 

domenica 12 febbraio 2017

Ci sono eh

Sì, esisto ancora. Che poi mi scrivete i messaggi per dirmi che siete preoccupati e io mi commuovo.
E' che ti arriva una creatura così, e tu la desideravi fin da quando mettevi la maglietta con su Heidi e Peter e mangiavi la Girella. Ti arriva e scombina le cose, manda tutto sottosopra, ti fa dimenticare le cose poco belle. E di cose poco belle ce ne sono state davvero troppe ultimamente.
Oggi l'abbiamo portata nel bosco e annusava e mangiava le foglie e rincorreva la prima ape.
Ben arrivata Olli, io ti aspettavo da tanto.


domenica 29 gennaio 2017

aritmetica per un'amica


Le cose non capitano così, le cose accadono. Anzi, proprio cadono. Sembra una roba improvvisa quel crollo, quella rovina, invece stava tutto lassù da un sacco di tempo, massiccio e pesante. E a forza di crescere, cade.
Perché le parole non dette salgono verso l'alto, si fermano sui soffitti. Specie quelle brevi, secche.
I "no" privativi, i "va bene" sospirati, i "sí" sporchi di nostalgia.
Poi si dice ma come, così all'improvviso, non c'erano avvisaglie!
Invece c'erano eccome. Bastava alzare gli occhi ed era tutto gravido e compresso là, sopra le teste.
Affanni sparsi, alzate di spalle, sillabe, gesti interrotti. E quel che più pesa, i desideri accantonati.
Non ci si abitua mai a sottrarre. Si crede di poter togliere e togliere dal minuendo quelle che paiono piccole cifre, ma poi tocca tirare la riga e guardare il risultato. Si pensa che un poco possa bastare, ma alla fine - cazzo - serve l'intero.
Alza la testa, e guarda su. Puoi farlo.

sabato 21 gennaio 2017

Motivi per sorridere

Sono una che si entusiasma, basta poco. 
Se la radio passa un pezzo mai sentito, di quelli che mi si infilano ovunque e che mi impongono di oscillare in qualche modo, vado subito a cercare. Chi lo suona? Cos'altro ha fatto? Poi me lo piazzo sulla chiavetta, e lo ascolto allo sfinimento. Oscillando.
Mi piacciono i doni inattesi. L'altro giorno un'alunna mi ha portato un cuoricino di legno, su cui aveva inciso il mio nome col pirografo. Ho sorriso per qualche ora.
Sottolineo i libri febbrilmente e faccio orecchie sulle pagine. Poi rompo i coglioni a chi mi sta accanto ed enfaticamente cito, trovando infinite corrispondenze. Le parole mi infiammano, quando son belle.
Coi film però sono difficile. Non mi basta che scorrano, che siano ben costruiti. Devono tirarmi dentro. E dopo, sui titoli di coda, devo sentire l'irrefrenabile impulso di tornare ad una scena, una battuta, una certa inquadratura. 
Da Dio esiste e vive a Bruxelles, che aveva acceso in me parecchi cortocircuiti, filmicamente parlando era stato un po' un deserto.
Ieri sera Sky passava questo, premiato al Sundance:


Insomma, dire che mi ha tirata dentro mi pare riduttivo. Mi ha proprio risucchiata e divertita e commossa. E stupita.
Ecco, avevo bisogno di un entusiasmo. Che a me ne basta un briciolo.



domenica 15 gennaio 2017

Anticorpi

 
Sono stata un'adolescente assai brada.
Mamma lavorava anche di pomeriggio, eravamo sole, nessuno mi teneva sotto controllo. E io smaniavo.
Imbastivo poco realistiche sessioni di studio (considerati i pessimi risultati scolastici), incursioni in biblioteca, appuntamenti col papà o l'insegnante di piano e mamma preferiva credermi. 
Frequentavo brutte compagnie, ma brutte davvero, che adesso mi si rizzerebbero i capelli in testa se uno dei miei figli finisse a praticare certi ambienti, certi musi.
Volteggiavo sulle ali di un temibile mantra, che suonava come cogli l'attimo e rendeva lecite anche le azioni più turpi. Come vendere al banco dei pegni la spilla d'oro della bisnonna.
Cercavo di sbattere, di sbattere con forza. Più sonoro risultava l'impatto, più viva mi pareva d'essere.
Albergava però in me un istinto conservativo che prevaleva sul resto. Se accettavo un passaggio in auto, mi assicuravo che il conducente fosse abbastanza lucido da portarmi a casa intera. Misuravo le persone, i gesti, decidevo se fidarmi. Avevo naso, intuito.
Una parte di me sentiva che sarei passata indenne attraverso quegli anni. E pur stando in bilico, facevo sì che avvenisse, mi proteggevo.
Una sera, con un'amica all'uscita della discoteca, mi ero imbattuta in un gruppo di ragazzi grandi, tutti maschi, tutti ubriachi. Mi ero sottratta ai tentativi di palpeggiamento scansandoli e urlando loro in faccia, come si dovrebbe fare con un orso sul cammino. Avevo quindici anni, loro erano tanti e forti, ma (del tutto incoscientemente) non avevo paura. Scocciati, rabbiosi, se n'erano andati.
L'altra sera prima di dormire, mi chiedevo se questi nostri figli così amati e protetti e fragili, sanno. Se abbiamo dato loro modo di osservare, soppesare e trovare strategie. Se conoscono le loro debolezze, le loro risorse. Se là fuori potranno stringersi ed allargarsi, spostarsi o far fronte.
Mi fa paura, questa loro nudità.

domenica 8 gennaio 2017

Domani



Queste giornate di festa mi lasciano la bocca dolce.
Di cioccolato caramello e sale. Di risate stupide. Di bei disegni e lavoretti fatti con il legno, il cartone e i pastelli. Di un ciliegio centenario che - come me - aspetta giorni lunghi per fiorire. Di ore pigre e stiracchiate. Di una mostra piena di abbracci, che belli così non ne ho visti mai. Di regali buoni e giusti. 
Di progetti piccoli (voglio fotografare il mare quando nevica), medi (voglio camminare la Via Francigena) e grandi (voglio fare un master).
Domani è lunedì.
Domani è il primo giorno di scuola del nuovo anno.
Domani si torna in pista.

venerdì 6 gennaio 2017

Nata



Lo trova la mamma mentre sto sul divano verde, le braccia nude e sollevate, abbandonata a una qualche storia che legge per me. Si interrompe, tace e lo sfiora con un dito.  
E' sotto la spalla destra, appena all'interno, dove la carne si fa bianca, tenera..
Sembra un cuore, dice ridendo. 
Poi prende una penna e ne disegna il contorno. 

Eravamo due bambine.
Per un po' avevo fantasticato su quel marchio, che mi sembrava dettare appartenenza. Come tutti i bambini sognavo d'esser figlia di Andromeda, creatura celeste dotata di poteri prodigiosi, capitata chissà come sul pianeta Terra. E quella traccia lo rivelava finalmente in modo inconfutabile.
Poi, con l'adolescenza e il disincanto, me n'ero scordata.
Qualche anno dopo un dermatologo mi mostrò quell'ammasso di cellule scure ingrandito mille volte, dicendomi che per conformazione e pigmentazione si collocava fra i "nei sospetti", capaci di rapide e nefaste evoluzioni.
Così sporadicamente l'ho guardato. Innocuo e gentile, sempre uguale a se stesso. 

Qualche settimana fa chiacchieravo con la collega. Le dicevo che comincio a trovare fastidiosa la mia propensione liquida al contatto, all'estatico abbandono, all'osmosi, al trasporto. 
- Echeccazzo, basta! Potrò metter su un po' di scorza, farmi più solida? Magari ero destinata a fare la monaca, a distribuire tutto questo sentire anche in verticale, che si disperdeva un po'.
Questo ho detto.
E lei che sorride molto e sorride bene, ha risposto così.
- Tu sei nata per l'amor terreno, stella. Mica puoi scamparla tirando in mezzo Dio.
Nata. D'istinto mi son toccata sotto la spalla destra, appena all'interno, dove la carne si fa bianca, tenera.

lunedì 2 gennaio 2017

Salire, dire, festeggiare


Divento sempre più insofferente ad ogni tipo di costrizione.
L'altra sera per esempio si era deciso di salutare il nuovo anno su una cimetta vicino a casa. Abbiamo cenato presto, per essere più leggeri in salita. Ma faceva parecchio freddo, quindi ci è toccato vestirci bene, a strati. E già così, tutta bardata, coi piedi poco mobili negli scarponcini, cominciavo a far la faccia storta.
E la cuffia?
Vero, la cuffia.
Ecco, con la cuffia in testa mi pare che le meningi mi si comprimano, che i riflessi rallentino, che le radici dei capelli si torcano. Ma lucidamente, un tale frangente la imponeva. 
Inoltre, essendo buio pesto (ed era questo l'aspetto affascinante) abbiamo indossato efficacissime e tecnologiche pile frontali molto strutturate.
Così, mobile quanto l'omino Michelin e un po' oppressa dalla cuffia verde con annessa pila, ho seguito i suoi passi e il mio cono di luce nel bosco.
Va detto. Che le stelle così, lattiginose e pulsanti, io non le avevo viste mai. Che quel frusciare fra gli alberi, quel sentire e non vedere, destava i sensi, allertava occhi e pelle.
Solo che vuoi il freddo. O la stanchezza, o tutto quel fremere. Fattostà che ho sentito da subito un macigno sullo stomaco, come quando mangi troppo e poi fai qualcosa di fisico.
Se mi seccava, dirlo. Che era la nostra festa e io volevo correr su a gambe levate, leggera come una farfalla. Ma ho smesso di essere brava. Ho smesso di pensare che devo, altrimenti poi deludo.
Così ho detto. E ho scoperto che anche lui sentiva freddo e caldo. Che salire e sudare così infagottato, senza sapere se togliere o tenere addosso non gli piaceva, come non piaceva a me.
Allora ci siamo fermati sul pianoro a metà strada, dove si calano i deltaplani. E c'erano altre lucette lassù, un popolo silenzioso e senza volto, accomunato dall'attesa rispettosa, dalla contemplazione del presepe che si dispiegava sotto, dalla voglia di esserci, ma sottovoce.
Ci siamo seduti per terra. Un naso canino mi ha sfiorata, una voce poco distante ha comunicato che forse  mancava poco, altri arrivavano, prendevano posto. Nessun conto alla rovescia, non è servito. Perchè di colpo e senza rumore alcuno, tutto là sotto è esploso. Un fragore muto da togliere il fiato.
Solo cose belle. 
Anche a te.

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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