lunedì 22 maggio 2017

A Bulutn e a voi bloggheri amici

Si...eccomi.
Siccome poi state in pensiero e mi scrivete (ma quanto è bello che i bloggheri amici si preoccupino per te?), allora volevo fare capolino un attimo.
Sto bene. Ma alla fine dell'anno scolastico tutto si fa più convulso e denso. Mi sento sovraccaricata e stanca, solo questo.
E poi é nata in me una storia che sto disperatamente cercando di raccontare nei ritagli di tempo. I miei personaggi stanno lí ore ed ore in attesa di pronunciare una battuta. E non posso trascurarli troppo.
Scusate se latito. É per poco.

sabato 6 maggio 2017

Lucciole o lanterne


L'eterno dilemma.
Un'amica mi racconta del suo compagno, dei gesti e delle parole che cominciano a ripetersi uguali. Ogni attimo, scambio, spostamento, dialogo ancora da venire, potrebbe essere annunciato profeticamente fin dal risveglio. Magari questo è anche vita, come dice Fra, ma non basta.
Ce lo dicono ovunque e in tutte le salse: l'amore scade, è deperibile e soggetto al declino. Fremiti, bramosie, palpiti, sospiri, si infilano gradualmente nel dimenticatoio e finiscono per essere archiviati in qualche recondito scaffale della memoria.
Tempo diciotto mesi, e addio ai baci colmi di languore. Spazio sei stagioni, e le parole incandescenti si fanno secche comunicazioni di servizio.
"Ho preso io il pane". "Domani siamo a cena dalla zia Bice". "Accendi tu il riscaldamento quando arrivi". Se proprio proprio uno è creativo antepone un vezzeggativo. Tesoruccio, dolcezza, gioia mia.
E ci sta, ci sta tutto, perchè mica siamo satelliti. Ci sono sinergie, incombenze, trame, tocca pensare ad ogni cosa: la bolletta da pagare, la batteria dell'auto, gli straordinari, Enigaseluce che ti cerca mentre mangi le penne al pomodoro, le pulizie di primavera e il cambio degli armadi.
Certo che è vita. Tutto lo è. Ma anche un sasso nella scarpa e il cerume nelle orecchie fanno vita.
Boh, non so, io ci ho sempre provato a metter su un'esistenza in versi. Non sono capace senza, mi si avvilisce il passo.
Ma la cosa bella, quella che ogni volta mi ricarica di nuova enfasi lirica, è che più te la colori questa vita, più sfumature riesci a vedere. Come in tutte le cose, è l'allenamento a fare la differenza.
Una ricetta nuova, un reggiseno di pizzo bianco, una vignetta a matita da appiccicare allo specchio, uno sguardo d'intesa - "ma lo sai quanto mi piaci?" - , l'idea di piantare assieme una fila di pomodori in fondo al giardino. Anche dopo sedici stagioni, nella vita provo a cucire la Vita.
Però ecco, tornando all'amica, se i colori li devi mettere per due, se i ricami e le rime li devi tessere da solo, finisci per perdere la voglia. Lasci stare, smetti, volgi lo sguardo altrove.
Allora gliel'ho detto. Provaci ancora una volta: invitalo a cena sul prato, prepara delle uova ripiene, cospargi di zucchero qualche fragola rossa. Accendi la musica dei grilli, sciogli i capelli e vedi un po'.
Un'ultima volta, tu prova.

lunedì 24 aprile 2017

Più del mare

Ieri ho deciso che i bambini mi piacciono più del mare. E io me lo sposerei adesso, il mare.
Abbiamo dato una mano ad un'amica che gestisce una fattoria didattica, mettendo a disposizione le nostre competenze. Le mie, di apprendista maestra e socia di maggioranza della "forever child association". Le sue, più dignitose, di ispettore forestale e fotografo naturalista.
Così  abbiamo messo in fila questi nove tipetti svegli, e via nel bosco. 
Poche indicazioni: osservare moltissimo, parlare pochissimo, raccogliere nel sacchettino in dotazione cose interessanti da poter analizzare in seguito.


E così, da un sasso all'altro, col torrente celeste che sciabordava appena sotto, i piedi andavano ora lesti ora pensosi, mente le mani facevano incetta di piccoli tesori.
Lui davanti a fare strada, io dietro a serrare le fila, e in mezzo le cento domande, i mille stupori. Di chi è questa tana? Come si chiama questo fiore? Perchè il bruco ha i peli? Ma il fiume, dove va adesso?
Sulla strada del ritorno la bambina di prima elementare mi dice che lei non si innamorerà mai, perchè deve aprirsi un'azienda agricola e non avrebbe tempo. La più piccola infila la sua mano nella mia e non mi lascia il tempo di rispondere.
Lui camminando si volta, cerca i miei occhi, e nel sorriso che mi fa c'è la stessa gioia perfetta che anima i passi dei piccoli esploratori.
Quando arriviamo a destinazione cerco affannosamente la bimba che si negherà l'amore.
Magari, le dico prima di consegnarla alla mamma, potrebbe aiutarti a mangere le mucche. Pensaci.
Ride spettinata, mi saluta con la mano.

sabato 15 aprile 2017

Gente, animali

Avranno avuto trent'anni. 
Lui un po' sovrappeso, pantalone della tuta da giorno di ferie pre-pasquali e maglietta infilata dentro.
Lei colossale, gigantesca, impedita nei movimenti. Ma non proprio tutta, il suo tanto si sviluppava dalla vita in giù. Una cosa seria, una deformità.
In un camerino si provava dei vestiti. Lui molto animato le scovava i pezzi giusti, le cercava le taglie, cambiava gli scarti e chiedeva ragguagli alla commessa. Poi attendeva che lei indossasse.
Quando la tenda si scostava poco poco, lui infilava la testa dentro e se la rimirava.
"Vediamo... Sì, è perfetto questo abbinamento, ti sta benissimo! Vuoi provare anche questo? Guarda che colori!". 
Tenace, appassionato, proteso.
Ho pensato che era una cosa bella ma triste.
Ho pensato che non vorrei qualcuno a occuparsi di me a quel modo.


Mi piacciono i regazzi, mi piace la loro compagnia. Non posso sentir dire che sono menefreghisti, superficiali e cialtroni. Chi si riempie la bocca di queste banalità qualunquistiche, dovrebbe chiedersi cosa lascia loro. Quale testimone passa. Quali azioni ha speso, perchè sia buona la terra che consegna alle loro mani.
L'altra sera ho attraversato il bosco con un gruppo di ventenni, fino alle pendici di un bel monte costoluto. Dovevano girare alcune scene per un cortometraggio e non conoscevano la zona.
Ho fatto loro un sacco di domande rasentando l'invadenza e li ho ascoltati parlare. In un modo sollecito e informale, ma sempre educato, mi hanno raccontato dei loro sogni ambiziosi. 
Li trovo ingenui sì, paiono da un'altra parte. Sfugge loro la complessità di quanto li circonda, che chiederebbe a gran voce presenza, azioni, scelte precise. Ma la colpa è nostra. Quando protestavano abbiamo elargito ciucci e caramelle per riempirgli la bocca, quando si opponevano abbiamo spiegato. E spiegato, spiegato, spiegato fino alla nausea, strappandogli via le parole.
Eppure, anche se abbiamo portato via loro la possibilità di caricarsi sulle spalle il peso (e la gioia) delle responsabilità, io li vedo splendere. Hanno questi occhi pieni di altrove che mi spezzano il cuore. Come se la realizzazione dei loro sogni, il loro mondo perfetto, non fosse qui.


La mia bestiola cresce. Travolge ogni cosa animata e inanimata con la sua energia vitale dirompente: corre, scava, sgarfa, lecca, morde. Mi regala risate pure e bambine, quando la guardo rotolarsi nella sabbia in riva al fiume. Si solleva impastata e felice, poi mi guarda che pare dire grazie.
Grazie a te, Olli.


mercoledì 5 aprile 2017

Sgrunt

Mi riesce facile motivare e sostenere altri. Mi riesce difficile farmi sostenere, perchè spesso evito di dire. Che ha dell'incredibile a pensarci, perchè rispetto ai miei drammi esistenziali sono stata di un'incontinenza tragicomica. Da bambina fagocitavo chicchessia: bastava una prossimità umana, di qualsiasi grado e genere.
Non più. 
E se da una parte questo è un bene, perchè mi adopero per trovare le risposte più calzanti, le mie risposte, dall'altra tendo ad andare in accumulo. Tra un pazienza e un passiamo oltre, finisco per raggiungere il colmo senza alcun preavviso e - apparentemente - senza oggettiva e sensata giustificazione.
Mi cade di mano qualcosa. per dire, e vien giù il finimondo. 
Sarebbe il caso dare voce ai fastidi. In modo giudicante (eh sì, a intervalli regolari vorrei smettere di dire "ma forse lui/lei intendeva"...), polemico e per nulla a modo. Oppositivo e scorretto. Fanculizzando senza ritegno ed esclusione di colpi.
Ci penserò.


Per il momento ho voglia di elencare alcune cose che ODIO.
1) Chi pensa solo con la sua testa. Del tipo "io faccio così, ho sempre fatto così = così è buono ed universalmente valido (ma come mai nessuno mi capisce?)".
2) La routine. Dopo un poco do di matto: ho bisogno di scompaginare le cose, di cambiare un orario, di ficcare nei gesti obbligatoriamente ripetuti un naso rosso, un segnavia azzurro, una birra ambrata, uno slip iridescente, una sorpresa nella carta gialla, una coperta a scacchi fatta per i baci e l'erba.
3) Quando mangio la mia merenda e qualcuno mi chiede se può averne un pezzo. Idem quando finalmente riesco a concedermi cinque minuti per fare pipì e appena mi accomodo qualcuno bussa alla porta. La MIA merenda, la MIA pipì. Alla larga, please.
4) Le sfingi. Mai un cedimento, un neurone storto, un muso, una risata grassa, occhi roteanti, mani scomposte. Sorriso (se tale si può definire quella smorfia di vaga condiscendenza) appena accennato e che pare dipinto. Detesto, detesto, detesto.
5) Le sfingi di cui sopra che se ti infervori, ti incazzi, ti esalti, ti domano con un flemmatico: "calmati, non alzare la voce", tipo San Francesco con il lupo. Da coltello fra i denti.
6) Il cielo grigio e traslucido che fa strizzare gli occhi e accavalla i pensieri.
7) Chi ravana nel torbido. Chi sguazza negli irrisolti. Chi si nutre di sussurri, discordie, ugge.
8) I ritardatari cronici.
9) Le scarpe con le zeppe.
10) Quelli che studiandoti con la testa appena inclinata dicono partecipi "ti vedo stanca". E dunque? Puoi sollevarmi in qualche modo? Mi cancelli le occhiaie con un clic? Ti sostituisci a me quest'oggi di modo che io possa schiacciarmi un pisolo? No. E allora muto.
Sì ecco, mi pare di stare un filo meglio.

sabato 1 aprile 2017

Paura e rispetto


E' vero, torno sempre là. Ma mica vado io alla ricerca delle vicende amorose, son loro che mi trovano.
Ho saputo qualche giorno fa di un affair: sposata lei, separato lui.  I due non volevano certo che la cosa salisse agli onori della cronaca, ma le bugie hanno le gambe corte. Qualcuno li ha beccati e ora io so. Come so io, sapranno altri, che (immagino e spero) eviteranno di rendere virale la questione. Se la grattino gli interessati.
Sicuramente il marito di lei ancora vive nell'oblio, ed è questo a farmi fremere un pochino le froge. Che si guardi a lui pensando "ecco quel poveretto...", mi causa un certo disagio.
Perchè di tutte queste faccende sentimentali/erotiche/coniugali mi salta all'occhio unicamente il tema del rispetto. 
Ribadisco per l'ennesima volta che son stata oggetto e origine, in tempi diversi, di menzogne,  tradimenti e altri irrispettosi inganni. Che proprio l'averli attraversati in prima e terza persona mi ha condotto al personale diktat secco ed incisivo: se rispetto non mento.
Certo che può accadere, ci mancherebbe. Di confondersi e invaghirsi, di scoprire che quel che si credeva amore non lo era affatto, di ritrovare vibrazioni e palpiti perduti. 
Ma nel momento stesso in cui avverti lo sfarfallio e porti le mani al petto colto da stupore, la storia precedente è già morta e sepolta.
A quel punto, non si può star lì a tergiversare. A sezionare la nuova avventura per capire se sarà davvero l'idillio immaginato. 
Già, perchè se poi non si rivela all'altezza? Se non dà alcuna garanzia di continuità e solidità (dato che per definizione l'avventura è indeterminata)? Si può fare marcia indietro, no?
Eh no. 
Oddio, è all'ordine del giorno. Storia extraconiugale inconfessata finita malamente, pianti e stridor di denti, rientro nei ranghi a capo chino (e cosparso di cenere).
Io non capisco il senso. E' tutto lì sul tavolo, chiaro e ben allineato come un'equazione matematica. Che poi va bene, mi si parla dei figli, del dolore che all'altro si causa, dei genitori anziani e del lavoro precario. Tutto sacrosanto e lecito e umano. 
Ma io chiamo questo: paura.
Perlomeno la mia, era squallida paura. Ho provato a camuffarla dietro a buone intenzioni, a raccontarmi che si chiamava abnegazione e sacrificio, ma squallida è rimasta, fino all'ultimo giorno. 
E' che rispettandosi ci si libera.
Che liberandosi, si libera rispettosamente l'altro.
Che l'altro ha - eguale - diritto all'Amore.

sabato 25 marzo 2017

Lavori in corso

Son soddisfazioni grandi. A dire il vero, mai avrei pensato.
Proprio io, che perdevo sostanza quando coglievo vaghi cenni di dissenso, se mi pareva di deludere, di non corrispondere. Quando mi si attribuivano intenti, parole, silenzi, che non mi appartenevano. Se non leggevo me, nell'immagine che davano di me.
Poi succede che qualcuno ti dipinge proprio male - calando buone dosi di veleno - e capita (sorpresa!) che non ti capovolgi tutta, che non ti metti per l'ennesima volta al muro e non tiri fuori le budella così, a gratis.
Capire che tutto sommato passo oltre, è un piacere non da poco.

Invece non vengo a patti con la mia parte aerea e molle. 
Quella ma che dolce anima sensibile e luminosa!, però la realtà è fatta di terra. Legni. Ossa.
Quella che costruisce barchette coi gusci di noce e immagina rotte e approdi, senza economia. 
Quella che ancora vede nelle altrui intenzioni le sue.
Cazzo, ma ancora non mi entra in testa?
A ben pensarci ci sarebbero delle strategie operative, piccoli e semplici accorgimenti per sognare un po' al ribasso. Che starei tanto meglio.
1) smetterla di indossare queste:


2) darci un taglio con gli Smarties (che quando li tiro fuori dal tubo, vedo quale colore vince) e con i Fonzies (che in ogni pacchetto ce n'è uno ciccione, sempre);
3) piegarmi alle scarpe adatte ed acquistare finalmente un paio pantofole;
4) finirla con gli spuintini in macchina, che son briciole dappertutto;
5) abbandonare il cuscinetto Ikea, che abbraccio languidamente durante il sonno.
Dovrei provare, magari non ne esco grigia come penso.

venerdì 17 marzo 2017

People



Sono state giornate di immersione umana, non sono avvezza.
Domenica c'era un festival letterario interessante, non proprio sotto casa, ma ci tenevo tanto. Prima della conferenza abbiamo trovato tempo per la mostra fotografica, una gioia di burrasche, onde spumeggianti e diari di bordo da capitano di ventura.
Ho visto questa vecchina col bastone, bella proprio, che davanti ad ogni foto sostava assorta. Il marito, pur se meno provato fisicamente, appariva un poco stufo. Lei si è voltata appena un pelo a dire (secca, ma con garbo): "caro, se sei stanco mettiti pure seduto". 
E checcazzo (ndr).
Poi cose da vedere, da ascoltare e gente, tanta. In sala, menre Bjorn Larsson raccontava il mare, non riuscivo a staccare gli occhi dalla moltitudine, come se ogni corpo presente mi si mostrasse pieno di tracce, di segni e io dovessi assulutamente fare in tempo a tradurli uno ad uno.
Quei due, così legnosi e grigi. Lei che gli rubava le risposte e diceva le parole sue, lui che s'era dimenticato di saperle. Stavano tutte incastrate in quella schiena le sue parole mute, così rigida, in quei capelli, così immobili.
Poi la signora davani a me, una coda di cavallo tanto libertina su due spalle pingui e vinte. Quel neo così brutto, sulla nuca, ma forse nessuno mai l'aveva baciata lì (ma qualcuno, l'aveva mai davvero baciata?) e aveva potuto notarlo, guardarlo. Volevo avvertirla io. Ma non ho avuto coraggio.

Martedì la giornata l'abbiamo passata in un reparto di ospedale. Che appena varchi la soglia stai in un altro universo, con regole e linguaggi e codici tutti suoi. Ma basta un attimo. Un paio di pantofole, un sentore di brodo, un neon che occhieggia e sei già dall'altra parte, un poco meno vivo. E quando fa sera ed esci, tiri l'aria in petto che è un piacere.
Insomma anche lì, tra infermieri e medici (adesso che non indossano tutti zoccoli Scholls puoi capire tante cose dalla calzatura), tra pazienti allettati e in transito, e varie tipologie di parenti in visita (ma quella bionda con il rossetto, sarà la moglie o l'amante?) m'è parso di stare sotto un bombardamento. Colori, voci, odori, intrecci di storie. Non posso esimermi. Perchè mentre guardo la caposala algida e severa giungere coi referti, mi sembra di cogliere una debolezza nel passo. Allora dico una cosa stupida, senza senso e lei sorride largo, che la vedo bambina. Ecco.

Che stanchezza. Che bellezza.

venerdì 10 marzo 2017

Donne du du du


Non si poteva concepire di lasciare i piatti nel lavello. Una volta intendo. Toccava subito rigovernare, pena un senso inestinguibile di fallimento, disfatta e colpa.
La nonna, che ci teneva ad introdurmi ai garbati e operosi compiti domestici propri delle ragazze da sposare, li lavava subito dopo aver messo la mela gialla sul piattino del nonno.
Voleva che asciugassi le stoviglie, man mano che lei sciacquava. E io polemizzavo.
A cosa serve asciugare se hai lo scolapiatti? E' una perdita di tempo!
E già a discutere. Idem per spolverare, stendere i panni, stirare. Passava col ferro pure gli strofinacci, nonna.
La mamma no, lei era moderna, lavorava già tanto fuori casa. Che la sera mangiavamo un panino caldo col formaggio che colava. O penne al gorgonzola. Il piatto più elaborato che mi proponeva era il petto di pollo con la panna. La panna veniva giù a fiumi a quei tempi e io ne andavo matta.
Con la mamma i lavori di casa si facevano random. Senza metodo insomma. A volte tutto un repulisti, altre ci si dimenticava della polvere e dei letti sfatti e si andava a spasso. Al mare. A comprare perline. A mangiare un gelato. A vedere i fuochi sul molo.
Grazie alla mamma, non entro in conflitto se a volte lascio i piatti della cena nel lavello. Se non passo regolarmente la polvere e spesso impilo la roba da stirare. Poi ancora impilo. 
Grazie alla mamma, propendo per andare a spasso. Al mare. A comprare perline.
Sensi di colpa, zero.

sabato 4 marzo 2017

Patata affair



L'altro giorno chiacchieravo con il prof di matematica che lavora da noi alle medie. Mi raccontava che un ragazzo piuttosto svogliato e problematico si è dato un'inattesa mossa quando una compagna carina l'ha puzecchiato. O meglio. Scherzando gli ha detto che se non si fosse impegnato di più con lo studio non lo avrebbe invitato alla sua festa di compleanno.
E il prof commentava che come sempre, "a pussy hair pulls better than a pair of horses". O in friulano: "al tire plui un pel di frice ca un par di buus".
L'indiscusso potere della patata (con i suoi corsi e ricorsi storici, e risvolti sociali, e influssi sulle cose del mondo) mi ha sempre riempita di stupore. Non certo perchè sono tanto candida e virginale da stupirmene, ci mancherebbe. 
Solo perchè uno si dà tutta la spiegazione antropologica, mette in conto la spinta riproduttiva, la perpetuazione della specie e via così. Ma vien da pensare che alcune manciate di millenni abbiano un filo ingentilito - o perlomeno smussato - gli istinti primordiali. Invece si pensa male.
Così un "no", dolcemente espresso, ma senza vaghezza nè margine, si trasforma in un due di picche. 
Non vorrei perpetuare la specie con te, scusa
E dall'oggi al domani diventi la nemica numero uno, col bollo di presuntuosa, tronfia, sprezzante e vanagloriosa. Altrimenti detta: stronza cosmica. Guerra aperta.
Ora, caro Austrlopiteco, credo di potermi permettere serenamente di decidere che uso fare della mia patata. E se questo ferisce il tuo maschio orgoglio preistorico, mi duole assai, ma tant'è.

martedì 28 febbraio 2017

Attrezzi


Seguo passo passo due storie d'amore piene di tormenti.
Le seguo perchè stanno sulla mia strada e perchè mi si chiede di esser parte. Dovrei esprimere un pensiero, un'opinione, dovrei poter svelare una qualche verità dalla mia posizione passiva di mero osservatore. O forse, dovrei alleggerire, sgravare.
Ci provo. Ma inevitabilmente una parola citata me ne porta altre, da me sentite o pronunciate. Un gesto raccontato ne rianima un altro, che mi è appartenuto.
Allora mi accorgo di usare il mio filtro, ed è un filtro sporco, perchè di quelle parole e di quei gesti io conosco il dopo. Ma il mio dopo non sarà mai il loro dopo. Ogni dopo ha i suoi colori, la sua densità, la sua forza trasformante.
Mi colpisce l'infinita fragilità che si accanisce virulenta su persone più che adulte e all'apparenza solide, consapevoli di sè. Persone intelligenti e colte, riconosciute per le loro competenze professionali, per la loro capacità di entrare in empatia e dirmere questioni, conflitti. Persone "fatte e finite".
Ecco, queste persone al cospetto dell'Amore subiscono un crollo strutturale. Non sembrano neanche più capaci di tradurre messaggi - ai miei occhi - limpidi e diretti. E mi vien da dire se lui ti ha detto questo, come fai ad aver capito quest'altro? Oppure, se ha agito così, non ti sembra che le sue intenzioni siano chiare?
Fatico a tenere la guista distanza, a non ergermi a giudice. Fatico a non profetizzare finali rosei o catastrofici. Non so e non voglio consegnare i miei strumenti, i miei attrezzi, per smontare e rimontare ipotesi, destrutturare atteggiamenti, analizzare risposte.
Perchè, e io lo so bene, succede che da un giorno all'altro tutto si fa dolorosamente o felicemente chiaro. Senza bisogno di attrezzi e domande e risposte.

mercoledì 22 febbraio 2017

Io e lei

E' difficile spiegare un dolore alieno. Non puoi dire "piango perchè mi fa male un dente", o "piango perchè ho ricevuto una triste notizia". Lì vai sul concreto, la gente empatizza, comprende.
Dai dolori alieni invece si prende distanza.
Quelli, si acquattano. Li tieni buoni con le carezze date e ricevute, l'odore dell'erba, tempi lunghi e sgombri in cui far due schizzi su quello che verrà.
Ma basta un niente, una roba banale. E zac, saltano su pieni di zanne e artigli e ferocia.
Ieri m'ha preso il magone, perchè non credevo fosse ancora così la bestia. Un attimo ci è voluto, una stronzata senza importanza, e l'avevo già al collo.
Non mi ha ferita il suo morso, mi ha spezzata scoprire che è così forte. Che quasi sicuramente, resterà con me.
Mi é sembrata una tale condanna. Perché la bestia non la vuole nessuno, la bestia posso tenerla addosso soltanto io.
E l'idea di averla dentro, d'esser io, io e basta assieme a lei, m'ha fatto un male che non ricordavo da tempo. Un male di lacrime infinite, che non so neanche dove trovassero tanto posto, prima di scender giù.


domenica 19 febbraio 2017

Pubere me




Non so essere tiepida, moderata. Ho un nucleo pubere. 
Credevo che il tempo. O le ferite. O magari i numeri, la statistica.
Forse, c'è che mi piace fremere. C'è che a quel fremito ho voluto sempre lasciar spazio, che lì mi sono infilata quando tutto mi pareva ostile.
C'è che quando son stata senza, ho generato cataclismi e terremoti, pur di vibrare ancora.
L'assenza di alti e bassi, di slanci e speranze - di risate e malinconie - non mi è mai appartenuta. Sono per le cose che scombinano, spalancano, generano pieni e vuoti. Partire, far l'amore, sapido cibo, letture come pugni, luoghi che sgarfano dentro.
Così. Nutrire il fremito, cacciare il tepore. 

domenica 12 febbraio 2017

Ci sono eh

Sì, esisto ancora. Che poi mi scrivete i messaggi per dirmi che siete preoccupati e io mi commuovo.
E' che ti arriva una creatura così, e tu la desideravi fin da quando mettevi la maglietta con su Heidi e Peter e mangiavi la Girella. Ti arriva e scombina le cose, manda tutto sottosopra, ti fa dimenticare le cose poco belle. E di cose poco belle ce ne sono state davvero troppe ultimamente.
Oggi l'abbiamo portata nel bosco e annusava e mangiava le foglie e rincorreva la prima ape.
Ben arrivata Olli, io ti aspettavo da tanto.


domenica 29 gennaio 2017

aritmetica per un'amica


Le cose non capitano così, le cose accadono. Anzi, proprio cadono. Sembra una roba improvvisa quel crollo, quella rovina, invece stava tutto lassù da un sacco di tempo, massiccio e pesante. E a forza di crescere, cade.
Perché le parole non dette salgono verso l'alto, si fermano sui soffitti. Specie quelle brevi, secche.
I "no" privativi, i "va bene" sospirati, i "sí" sporchi di nostalgia.
Poi si dice ma come, così all'improvviso, non c'erano avvisaglie!
Invece c'erano eccome. Bastava alzare gli occhi ed era tutto gravido e compresso là, sopra le teste.
Affanni sparsi, alzate di spalle, sillabe, gesti interrotti. E quel che più pesa, i desideri accantonati.
Non ci si abitua mai a sottrarre. Si crede di poter togliere e togliere dal minuendo quelle che paiono piccole cifre, ma poi tocca tirare la riga e guardare il risultato. Si pensa che un poco possa bastare, ma alla fine - cazzo - serve l'intero.
Alza la testa, e guarda su. Puoi farlo.

sabato 21 gennaio 2017

Motivi per sorridere

Sono una che si entusiasma, basta poco. 
Se la radio passa un pezzo mai sentito, di quelli che mi si infilano ovunque e che mi impongono di oscillare in qualche modo, vado subito a cercare. Chi lo suona? Cos'altro ha fatto? Poi me lo piazzo sulla chiavetta, e lo ascolto allo sfinimento. Oscillando.
Mi piacciono i doni inattesi. L'altro giorno un'alunna mi ha portato un cuoricino di legno, su cui aveva inciso il mio nome col pirografo. Ho sorriso per qualche ora.
Sottolineo i libri febbrilmente e faccio orecchie sulle pagine. Poi rompo i coglioni a chi mi sta accanto ed enfaticamente cito, trovando infinite corrispondenze. Le parole mi infiammano, quando son belle.
Coi film però sono difficile. Non mi basta che scorrano, che siano ben costruiti. Devono tirarmi dentro. E dopo, sui titoli di coda, devo sentire l'irrefrenabile impulso di tornare ad una scena, una battuta, una certa inquadratura. 
Da Dio esiste e vive a Bruxelles, che aveva acceso in me parecchi cortocircuiti, filmicamente parlando era stato un po' un deserto.
Ieri sera Sky passava questo, premiato al Sundance:


Insomma, dire che mi ha tirata dentro mi pare riduttivo. Mi ha proprio risucchiata e divertita e commossa. E stupita.
Ecco, avevo bisogno di un entusiasmo. Che a me ne basta un briciolo.



domenica 15 gennaio 2017

Anticorpi

 
Sono stata un'adolescente assai brada.
Mamma lavorava anche di pomeriggio, eravamo sole, nessuno mi teneva sotto controllo. E io smaniavo.
Imbastivo poco realistiche sessioni di studio (considerati i pessimi risultati scolastici), incursioni in biblioteca, appuntamenti col papà o l'insegnante di piano e mamma preferiva credermi. 
Frequentavo brutte compagnie, ma brutte davvero, che adesso mi si rizzerebbero i capelli in testa se uno dei miei figli finisse a praticare certi ambienti, certi musi.
Volteggiavo sulle ali di un temibile mantra, che suonava come cogli l'attimo e rendeva lecite anche le azioni più turpi. Come vendere al banco dei pegni la spilla d'oro della bisnonna.
Cercavo di sbattere, di sbattere con forza. Più sonoro risultava l'impatto, più viva mi pareva d'essere.
Albergava però in me un istinto conservativo che prevaleva sul resto. Se accettavo un passaggio in auto, mi assicuravo che il conducente fosse abbastanza lucido da portarmi a casa intera. Misuravo le persone, i gesti, decidevo se fidarmi. Avevo naso, intuito.
Una parte di me sentiva che sarei passata indenne attraverso quegli anni. E pur stando in bilico, facevo sì che avvenisse, mi proteggevo.
Una sera, con un'amica all'uscita della discoteca, mi ero imbattuta in un gruppo di ragazzi grandi, tutti maschi, tutti ubriachi. Mi ero sottratta ai tentativi di palpeggiamento scansandoli e urlando loro in faccia, come si dovrebbe fare con un orso sul cammino. Avevo quindici anni, loro erano tanti e forti, ma (del tutto incoscientemente) non avevo paura. Scocciati, rabbiosi, se n'erano andati.
L'altra sera prima di dormire, mi chiedevo se questi nostri figli così amati e protetti e fragili, sanno. Se abbiamo dato loro modo di osservare, soppesare e trovare strategie. Se conoscono le loro debolezze, le loro risorse. Se là fuori potranno stringersi ed allargarsi, spostarsi o far fronte.
Mi fa paura, questa loro nudità.

domenica 8 gennaio 2017

Domani



Queste giornate di festa mi lasciano la bocca dolce.
Di cioccolato caramello e sale. Di risate stupide. Di bei disegni e lavoretti fatti con il legno, il cartone e i pastelli. Di un ciliegio centenario che - come me - aspetta giorni lunghi per fiorire. Di ore pigre e stiracchiate. Di una mostra piena di abbracci, che belli così non ne ho visti mai. Di regali buoni e giusti. 
Di progetti piccoli (voglio fotografare il mare quando nevica), medi (voglio camminare la Via Francigena) e grandi (voglio fare un master).
Domani è lunedì.
Domani è il primo giorno di scuola del nuovo anno.
Domani si torna in pista.

venerdì 6 gennaio 2017

Nata



Lo trova la mamma mentre sto sul divano verde, le braccia nude e sollevate, abbandonata a una qualche storia che legge per me. Si interrompe, tace e lo sfiora con un dito.  
E' sotto la spalla destra, appena all'interno, dove la carne si fa bianca, tenera..
Sembra un cuore, dice ridendo. 
Poi prende una penna e ne disegna il contorno. 

Eravamo due bambine.
Per un po' avevo fantasticato su quel marchio, che mi sembrava dettare appartenenza. Come tutti i bambini sognavo d'esser figlia di Andromeda, creatura celeste dotata di poteri prodigiosi, capitata chissà come sul pianeta Terra. E quella traccia lo rivelava finalmente in modo inconfutabile.
Poi, con l'adolescenza e il disincanto, me n'ero scordata.
Qualche anno dopo un dermatologo mi mostrò quell'ammasso di cellule scure ingrandito mille volte, dicendomi che per conformazione e pigmentazione si collocava fra i "nei sospetti", capaci di rapide e nefaste evoluzioni.
Così sporadicamente l'ho guardato. Innocuo e gentile, sempre uguale a se stesso. 

Qualche settimana fa chiacchieravo con la collega. Le dicevo che comincio a trovare fastidiosa la mia propensione liquida al contatto, all'estatico abbandono, all'osmosi, al trasporto. 
- Echeccazzo, basta! Potrò metter su un po' di scorza, farmi più solida? Magari ero destinata a fare la monaca, a distribuire tutto questo sentire anche in verticale, che si disperdeva un po'.
Questo ho detto.
E lei che sorride molto e sorride bene, ha risposto così.
- Tu sei nata per l'amor terreno, stella. Mica puoi scamparla tirando in mezzo Dio.
Nata. D'istinto mi son toccata sotto la spalla destra, appena all'interno, dove la carne si fa bianca, tenera.

lunedì 2 gennaio 2017

Salire, dire, festeggiare


Divento sempre più insofferente ad ogni tipo di costrizione.
L'altra sera per esempio si era deciso di salutare il nuovo anno su una cimetta vicino a casa. Abbiamo cenato presto, per essere più leggeri in salita. Ma faceva parecchio freddo, quindi ci è toccato vestirci bene, a strati. E già così, tutta bardata, coi piedi poco mobili negli scarponcini, cominciavo a far la faccia storta.
E la cuffia?
Vero, la cuffia.
Ecco, con la cuffia in testa mi pare che le meningi mi si comprimano, che i riflessi rallentino, che le radici dei capelli si torcano. Ma lucidamente, un tale frangente la imponeva. 
Inoltre, essendo buio pesto (ed era questo l'aspetto affascinante) abbiamo indossato efficacissime e tecnologiche pile frontali molto strutturate.
Così, mobile quanto l'omino Michelin e un po' oppressa dalla cuffia verde con annessa pila, ho seguito i suoi passi e il mio cono di luce nel bosco.
Va detto. Che le stelle così, lattiginose e pulsanti, io non le avevo viste mai. Che quel frusciare fra gli alberi, quel sentire e non vedere, destava i sensi, allertava occhi e pelle.
Solo che vuoi il freddo. O la stanchezza, o tutto quel fremere. Fattostà che ho sentito da subito un macigno sullo stomaco, come quando mangi troppo e poi fai qualcosa di fisico.
Se mi seccava, dirlo. Che era la nostra festa e io volevo correr su a gambe levate, leggera come una farfalla. Ma ho smesso di essere brava. Ho smesso di pensare che devo, altrimenti poi deludo.
Così ho detto. E ho scoperto che anche lui sentiva freddo e caldo. Che salire e sudare così infagottato, senza sapere se togliere o tenere addosso non gli piaceva, come non piaceva a me.
Allora ci siamo fermati sul pianoro a metà strada, dove si calano i deltaplani. E c'erano altre lucette lassù, un popolo silenzioso e senza volto, accomunato dall'attesa rispettosa, dalla contemplazione del presepe che si dispiegava sotto, dalla voglia di esserci, ma sottovoce.
Ci siamo seduti per terra. Un naso canino mi ha sfiorata, una voce poco distante ha comunicato che forse  mancava poco, altri arrivavano, prendevano posto. Nessun conto alla rovescia, non è servito. Perchè di colpo e senza rumore alcuno, tutto là sotto è esploso. Un fragore muto da togliere il fiato.
Solo cose belle. 
Anche a te.

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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