sabato 20 gennaio 2018

Piccole donne

Me, dieci anni
A cavallo fra la scuola elementare e i primi anni delle medie, a fine agosto io e la cuginetta venivamo spedite tra i monti con la nonna. I genitori riprendevano il lavoro, ma la scuola faceva ancora vacanza e non era pensabile lasciarci a casa da sole tutto il giorno. 
Così soggiornavamo per due settimane a casa della Ester, anche detta la signorina. Io la scrutavo di continuo, per capire dove si fosse annidata la signorina nella sua faccia secca e bruciata dal sole.
E insomma in questo paesino umido e piovoso, con indosso degli improbabili gilet multicolori fatti a maglia dalla nonna, una sera scoprii il primo pelo sotto l'ascella ed ebbi l'impressione che di colpo le mie gambe si fossero allungate a dismisura. Mi sentivo sgraziata, spigolosa, altissima. Fondamentalmente parecchio brutta.
Furono gli sguardi caldi, come carezze, di un giovanissimo pastore (eh, so che pare una storia svizzera di bambini alpini, ma è devvero andata così) a insinuarmi un dubbio. Perchè mi guardava in quel modo, perchè mai stava per ore in cortile, nell'attesa che uscissi di casa con la nonna, solo per dire "ciao" e scappare via correndo?
La nonna rideva di sottecchi.
- Perchè ridi?
- Perchè è sceso giù dritto dalla malga per venire a salutarti. Non hai sentito che puzzava ancora di mucca?
- E perchè voleva salutarmi? Eh?
- Sciocca che sei.
E basta, lei cambiava discorso.
So solo che da quel giorno cominciai a pettinarmi i capelli, prima di uscire di casa. Tantissimi colpi di spazzola, uno via l'altro, con lo stomaco in subbuglio. Perchè mi piaceva, mi piaceva come nient'altro al mondo, quello sguardo caldo, come di carezza.

domenica 14 gennaio 2018

Resti di ieri

Ieri sera dopo cena eravamo stesi sul divano, con il solito assetto. Perchè se fino ad una certa ora ognuno occupa il suo posto, più tardi si finisce per sovrapporsi in qualche modo, vuoi per un grattino, vuoi per la mia propensione alle mescolanze.
Insomma lui si è tirato su, che doveva mettere un legno nella stufa e nell'atto di alzarsi ha inanellato una serie di gesti che parevano studiati, per quanto mi son parsi belli. 
In sequenza:
1) si è messo a sedere rapido, svelto, sciolto;
2) si è passato le mani ai lati della testa, come a volersi sistemare un poco o come a cacciare il primo sonno;
3) si è sollevato e ha tolto la felpa in un unico, elastico gesto;
4) con indosso la sua t-shirt grigia a maniche corte (e le braccia lunghissime all'aria) è andato verso la stufa.
Ecco, io so cosa vorreste dire. Che non c'è proprio nulla di così esaltante.
E invece vi sbagliate. Perchè nel momento in cui è passato dalla posizione stesa a quella seduta, io l'ho visto ventenne. Non so dire perchè, davvero, ma d'un tratto lì sul divano c'era il ragazzo scarmigliato e inquieto e sognante della foto che teniamo sul cassettone. 
Mi sono commossa e gliel'ho detto ovviamente, in qualche modo ho cercato di mettere parole. E mentre dicevo, mi sono ricordata della nostra prima gita, del suo modo di estrarre la sigaretta dal pacchetto: conservava un che di adolescenziale, di esposto, di vulnerabile, a dispetto dell'aria sicura che voleva ostentare.
Oggi ripensandoci, ho capito che sono le tracce di slancio infantile, i residui acerbi, il sentore che in un cuore possa annidarsi un palpito ingenuo e sognante, a calamitarmi e sedurmi. 
Immagino che sia la mia ragazza, ballerina e fremente, a scegliere per me.

mercoledì 3 gennaio 2018

Obiettivi


La mamma di una ex allieva mi chiede aiuto per un testo che la bimba, in prima media, deve comporre. Al di là del titolo stimolante, sul quale stendo un velo pietoso, l'insegnante si raccomanda che il testo contenga almeno 200 parole e non più di 300. Scoramento e afflizione. 
Come può un ragazzino di undici anni provare il brivido della scrittura che apre e svela e stupisce, facendo i conti della serva? Con la gabbia attorno?
Bene, nel 2018 voglio mettere e mettermi ali. 

Qualche mese fa, una signora parlandomi della timidezza del suo bambino mi ha detto testualmente: "ha presente quando alle feste arriva il momento dei cotillons? Ecco, lui non ha mai il coraggio di prenderli". Ho annuito come sapessi.
Credo di aver letto da qualche parte ricchi premi e cotillons (suppongo attorno agli anni '80), ma senza aver davvero afferrato il senso. Così ho fatto due più due e ho capito che si tratta dei regali che il festeggiato fa agli invitati dopo aver ricevuto i regali. Una cosa parecchio tortuosa e abbastanza da ricchi. 
Ecco, nel 2018 non vorrei avere a che fare con la parola cotillons.

Conosco una donna devota, adorante, che per il suo uomo si immolerebbe. Quegli amori ciechi, estremi e totalizzanti. Anche perchè il marito è un emerito stronzo. 
Uno che va raccontando, con l'occhio lucido, di culi rotondi, tette svettanti e giovani cubane che non aspettano altro. 
Uno che alla fine, basta respirino. 
Uno che tratta quella moglie come fosse feccia.
Ora, nel 2018 voglio carezzarmi molto e guardarmi con tenerezza, per dare (e prendere) un amore giusto, appassionato e lieve. 

Oggi vestendomi per uscire, mi sono ricordata di quando mettevo il doppio pantalone e la doppia maglia, per sembrare meno magra. Le ossa delle anche sporgevano così tanto che faticavo a dormire a pancia sotto.
Poi sono fiorita e adesso devo tener sotto controllo l'esuberanza. 
Nel 2018 voglio trattare bene il mio corpo. Nutrirlo con attenzione, dargli ascolto e riposo, portarlo sempre a spasso in posti belli, farlo rotolare con l'altro corpo amato, senza posa.

Buon anno amici.

sabato 30 dicembre 2017

Sogno e realtà

Più bazzico la rete e più colgo un'eclatante incongruenza di fondo. 
Mentre si passeggia tra le vite altrui - più o meno mascherati, più o meno riconoscibili - e si mette la propria esistenza in piazza, senza alcuna remora (vedi gallerie fotografiche dei rendez vous amorosi, o dei figli in costume da bagno, o di angoli suggestivi della propria casa o del proprio involucro), si avverte un forte bisogno di pulizia e verità. Di onestà. Di chiarezza nelle parole e coerenza nei pensieri. Vorremmo certificare che quanto leggiamo e vediamo corrispondesse al vero, ci piacerebbe che i furbetti del quartierino, marpioni e mistificatori, venissero messi alla gogna.
Ed ecco una serie di giustizieri pronti a sbrogliare la gabola, a smascherara la contraddizione, a piazzarsi sul petto la stella dorata.
Ora, come posso chiedere trasparenza ed esattezza a qualcuno che non ha volto e (spesso) nome? Mi sembra una battaglia persa in partenza, un inutile dispendio energetico, un punto d'arrivo tanto astratto quanto evanescente.
Ecco, io vado d'istinto, altro non so fare. Ascolto il suono della parola scritta, sento (o non sento) di poterla associare ad un'anima, mi avvalgo di quattro vibrazioni e di una manciata di corrispondenze. Corrispondenze con me, con quel che sento, come quando un libro mi piace e lo sottolineo tutto. E poi ne compero un altro, dello stesso autore. 
E' sempre la stessa storia, posso scegliere.


Ho sognato che facevo fuori un sacco di gente, reduce da un film visto su Netflix e proposto dalla frangia maschile. Ieri sera toccava a loro.
Mai sognato di ammazzare qualcuno, di solito recitavo nel ruolo di vittima.
Il problema era che tutte quelle mosse vorticanti per aria mi avevano stancato un mondo. E ad un certo punto, quando ero lì lì per assassinare una tipa orientale che si dimenava da matti - legandole un sacchetto in testa - ho detto: "facciamo che ti chiudo qui dentro a chiave e la finiamo lì". 
E così è andata.
Stamattina però sono distrutta, troppo lavoro notturno.

martedì 26 dicembre 2017

E' inverno ma

Mi è piaciuto quando la collega ha letto con il microfono le poesie dei miei ragazzi. Bellissime. Mi è scappato da piangere, ma io non faccio testo.
Mi è piaciuto cantare con loro Feliz Navidad e alla fine: "Hyaaa!", l'urlo cowboy che avevo promesso. Credevano che non avrei avuto il coraggio. 
Mi è piaciuto il mare. Come l'ho visto mi son tolta la giacca e ho tirato su i capelli, perchè pareva di colpo un poco meno inverno.


Mi è piaciuto il pacchetto rosso, la sorpresa dei biglietti per il mio concerto. Chissà se Giuliano lo sa, che ci incontreremo.
Mi è piaciuta una cena alle sei, che si era saltato il pranzo. Raccontarsi cose stupide di noi ragazzi come fai al primo appuntamento, quando vuoi mostrare tutto di te.
Mi piace la Olli che starnutisce quando sbuccio un mandarino e poi si incazza e abbaia.
Mi piace restare in pigiama, studiare, guardare vecchie foto, scrivere a qualcuno che non sento da un po', rivedere "Io e Marley" ma senza volume. 
Mi piace il via vai di cappotti e giacconi e scarpe bagnate in corridoio. Poi mi piace il silenzio assoluto, il mio, il nostro.
Sta andando tutto bene, che meglio di così.

venerdì 22 dicembre 2017

Fil rouge

Qualche giorno fa, nel bel mezzo di un fitto scambio whatsapp con un'amica di blog (alle soglie della mezzanotte, mentre la mia dolce metà dormiva saporitamente), è riemersa come un pezzo antico e sepolto la parola strana
Ci si raccontava le infanzie (incredibilmente parallele e conformi) ed è saltato fuori che pure lei ha fatto i conti con le vessazioni dei pari. Dispetti, pizzicotti, spintoni, male parole. E l'indifferenza, che è poi il peggiore degli oltraggi: stai fra noi, ma non sei una di noi.
Così messaggio dopo messaggio, lei a un certo punto scrive: "sai, io ero strana". Di colpo mi si spalanca una porta, come sbattuta dalla corrente d'aria: per magia si materializzano le popolarissime sorelle Palcich, secche come candele, scure come l'inferno.
Io avrò sette anni, sono seduta per terra a travasare la ghiaia da una mano all'altra. Passano dietro di me, mi assestano un calcio sulla schiena. "Strana!", urla la più grande mentre si allontana e mi pare la cosa più brutta al mondo, quella che decreta lì e sempre decreterà, la mia condizione esistenziale. 
Mi porto a casa l'infamante epiteto con la necessità di fare chiarezza e mi guardo attorno.
Nel palazzone popolare in cui viviamo, l'inquilino del sesto piano entra ed esce dal carcere a mesi alterni. La madre della mia compagna di giochi fa un mestiere che non capisco, ma va in strada alle otto di sera e rientra all'alba. Il fratello adolescente del dirimpettaio ruba motorini e lo racconta, ne va fiero.
Mio padre suona l'armonica a bocca, sforna panettoni dorati degni di un mastro pasticcere, insegna all'università e porta scarpe da ginnastica. Mia mamma non si fa la messa in piega, esibisce jeans attillati e qualche volta si dondola con me sull'altalena. Per diletto e per arrotondare, infila perle e fa lunghe collane variopinte che la merceria del quartiere espone in vetrina. Io ho la tessera della biblioteca, sono l'unica in classe a non essermi comunicata e a non indossare il fiocco sul grembiule. Leggo tanto e non guardo la tv perchè papà pensa che potrebbe nuocermi molto.
Siamo strani, sono strana: è un dato di fatto.
Da lì è un'altra storia. La voglia di essere assimilata e non difforme, il bisogno di appartenere e di confondermi nel mucchio, ha segnato tutti gli anni a venire.
Ma l'altro giorno, mentre salivo in auto per accompagnare a scuola Edo, tutta avvolta nella sciarpona rossa, l'ho sorpreso a guardarmi di taglio.
"Sembri un cartone animato", mi ha detto sorridendo, e so che voleva farmi un complimento. Mi piace essere una mamma così, un po' disegnata, un po' rompicoglioni, che bacia troppo e si scalda con niente. Mi sa che è tutto merito di quella strana, che giocava con la ghiaia seduta per terra.

giovedì 14 dicembre 2017

La Storia e noi


Mi piace da matti questo momento dell'anno scolastico, perchè i Greci sono agli sgoccioli. Nelle ultime lezioni dicembrine racconto di Socrate e Platone e Pitagora, della bellezza del porsi domande, del cercare risposte. E mentre i miei alunni tutti invasati, lanciano le questioni più astruse sull'esistenza, l'universo e la realtà metafisica, ecco che zac!, arrivano i Persiani.
Ma come, i Greci stavano tanto bene e si espandevano ovunque, proliferavano e se la godevano un mondo fra banchetti e tragedie, cosa mai poteva minacciarli? I Persiani, proprio loro.
Per la prima volta i bambini incontrano la Storia, che non è più solo artigiani e commercianti, uomini timorati che coltivano orzo e raccolgono datteri, scribi saggi e potenti re dai variopinti copricapi. Ora sono abbastanza grandi per la Storia degli uomini, del divenire concreto dei loro gesti nel corso del tempo, delle tendenze innate che li hanno guidati e ispirati: potere, giustizia, amore, fame, conquista.
E le Termopili non sono un passaggio de "Il Signore degli Anelli"; il manipolo di spartani che presidia l'unico varco percorribile dalla truppe di Serse, non è un esercito di orchi o di nani. Si parla uomini veri, fieri, disposti a morire.
Oggi, mentre raccontavo della feroce esecuzione degli ambasciatori persiani da parte di Leonida, una bambina tendente al pallore ha interrotto la lezione per chiedermi turbata: "maestra, ma è tutto vero?".
Perchè questi bambini, ai quali evitiamo con cura ogni tipo di stress o frustrazione, non si confrontano mai con i temi forti della vita. La morte, il dolore, la paura, la perdita. O meglio, capita pure che ci si debbano confrontare, ma c'è sempre qualcuno pronto a smussare, attutire, distrarre.
La vita è un cammino senza ostacoli e le asperità sono di un altro mondo, virtuale o sideralmente distante.
Così a loro parrebbe giusto che Leonida, valoroso guerriero, tornasse da ogni battaglia vittorioso, acclamato dagli spartani festanti e accolto dalla bella Gorgo.
Sembra invece che Serse, dopo aver sconfitto Leonida alle Termopili, abbia conficcato la sua testa su un palo. Da lì alla guerra del Peloponneso è un attimo, e si sa bene che quando la guerra la fai a casa tua, sei alla frutta.
Erano molto delusi, perchè è finita male. Ma le cose a volte finiscono bene o benissimo, altre male o malissimo. E' così che va attraversata la vita, a braccia spalancate, prendendo questo e quello.
Gliel'ho detto.

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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