sabato 25 marzo 2017

Lavori in corso

Son soddisfazioni grandi. A dire il vero, mai avrei pensato.
Proprio io, che perdevo sostanza quando coglievo vaghi cenni di dissenso, se mi pareva di deludere, di non corrispondere. Quando mi si attribuivano intenti, parole, silenzi, che non mi appartenevano. Se non leggevo me, nell'immagine che davano di me.
Poi succede che qualcuno ti dipinge proprio male - calando buone dosi di veleno - e capita (sorpresa!) che non ti capovolgi tutta, che non ti metti per l'ennesima volta al muro e non tiri fuori le budella così, a gratis.
Capire che tutto sommato passo oltre, è un piacere non da poco.

Invece non vengo a patti con la mia parte aerea e molle. 
Quella ma che dolce anima sensibile e luminosa!, però la realtà è fatta di terra. Legni. Ossa.
Quella che costruisce barchette coi gusci di noce e immagina rotte e approdi, senza economia. 
Quella che ancora vede nelle altrui intenzioni le sue.
Cazzo, ma ancora non mi entra in testa?
A ben pensarci ci sarebbero delle strategie operative, piccoli e semplici accorgimenti per sognare un po' al ribasso. Che starei tanto meglio.
1) smetterla di indossare queste:


2) darci un taglio con gli Smarties (che quando li tiro fuori dal tubo, vedo quale colore vince) e con i Fonzies (che in ogni pacchetto ce n'è uno ciccione, sempre);
3) piegarmi alle scarpe adatte ed acquistare finalmente un paio pantofole;
4) finirla con gli spuintini in macchina, che son briciole dappertutto;
5) abbandonare il cuscinetto Ikea, che abbraccio languidamente durante il sonno.
Dovrei provare, magari non ne esco grigia come penso.

venerdì 17 marzo 2017

People



Sono state giornate di immersione umana, non sono avvezza.
Domenica c'era un festival letterario interessante, non proprio sotto casa, ma ci tenevo tanto. Prima della conferenza abbiamo trovato tempo per la mostra fotografica, una gioia di burrasche, onde spumeggianti e diari di bordo da capitano di ventura.
Ho visto questa vecchina col bastone, bella proprio, che davanti ad ogni foto sostava assorta. Il marito, pur se meno provato fisicamente, appariva un poco stufo. Lei si è voltata appena un pelo a dire (secca, ma con garbo): "caro, se sei stanco mettiti pure seduto". 
E checcazzo (ndr).
Poi cose da vedere, da ascoltare e gente, tanta. In sala, menre Bjorn Larsson raccontava il mare, non riuscivo a staccare gli occhi dalla moltitudine, come se ogni corpo presente mi si mostrasse pieno di tracce, di segni e io dovessi assulutamente fare in tempo a tradurli uno ad uno.
Quei due, così legnosi e grigi. Lei che gli rubava le risposte e diceva le parole sue, lui che s'era dimenticato di saperle. Stavano tutte incastrate in quella schiena le sue parole mute, così rigida, in quei capelli, così immobili.
Poi la signora davani a me, una coda di cavallo tanto libertina su due spalle pingui e vinte. Quel neo così brutto, sulla nuca, ma forse nessuno mai l'aveva baciata lì (ma qualcuno, l'aveva mai davvero baciata?) e aveva potuto notarlo, guardarlo. Volevo avvertirla io. Ma non ho avuto coraggio.

Martedì la giornata l'abbiamo passata in un reparto di ospedale. Che appena varchi la soglia stai in un altro universo, con regole e linguaggi e codici tutti suoi. Ma basta un attimo. Un paio di pantofole, un sentore di brodo, un neon che occhieggia e sei già dall'altra parte, un poco meno vivo. E quando fa sera ed esci, tiri l'aria in petto che è un piacere.
Insomma anche lì, tra infermieri e medici (adesso che non indossano tutti zoccoli Scholls puoi capire tante cose dalla calzatura), tra pazienti allettati e in transito, e varie tipologie di parenti in visita (ma quella bionda con il rossetto, sarà la moglie o l'amante?) m'è parso di stare sotto un bombardamento. Colori, voci, odori, intrecci di storie. Non posso esimermi. Perchè mentre guardo la caposala algida e severa giungere coi referti, mi sembra di cogliere una debolezza nel passo. Allora dico una cosa stupida, senza senso e lei sorride largo, che la vedo bambina. Ecco.

Che stanchezza. Che bellezza.

venerdì 10 marzo 2017

Donne du du du


Non si poteva concepire di lasciare i piatti nel lavello. Una volta intendo. Toccava subito rigovernare, pena un senso inestinguibile di fallimento, disfatta e colpa.
La nonna, che ci teneva ad introdurmi ai garbati e operosi compiti domestici propri delle ragazze da sposare, li lavava subito dopo aver messo la mela gialla sul piattino del nonno.
Voleva che asciugassi le stoviglie, man mano che lei sciacquava. E io polemizzavo.
A cosa serve asciugare se hai lo scolapiatti? E' una perdita di tempo!
E già a discutere. Idem per spolverare, stendere i panni, stirare. Passava col ferro pure gli strofinacci, nonna.
La mamma no, lei era moderna, lavorava già tanto fuori casa. Che la sera mangiavamo un panino caldo col formaggio che colava. O penne al gorgonzola. Il piatto più elaborato che mi proponeva era il petto di pollo con la panna. La panna veniva giù a fiumi a quei tempi e io ne andavo matta.
Con la mamma i lavori di casa si facevano random. Senza metodo insomma. A volte tutto un repulisti, altre ci si dimenticava della polvere e dei letti sfatti e si andava a spasso. Al mare. A comprare perline. A mangiare un gelato. A vedere i fuochi sul molo.
Grazie alla mamma, non entro in conflitto se a volte lascio i piatti della cena nel lavello. Se non passo regolarmente la polvere e spesso impilo la roba da stirare. Poi ancora impilo. 
Grazie alla mamma, propendo per andare a spasso. Al mare. A comprare perline.
Sensi di colpa, zero.

sabato 4 marzo 2017

Patata affair



L'altro giorno chiacchieravo con il prof di matematica che lavora da noi alle medie. Mi raccontava che un ragazzo piuttosto svogliato e problematico si è dato un'inattesa mossa quando una compagna carina l'ha puzecchiato. O meglio. Scherzando gli ha detto che se non si fosse impegnato di più con lo studio non lo avrebbe invitato alla sua festa di compleanno.
E il prof commentava che come sempre, "a pussy hair pulls better than a pair of horses". O in friulano: "al tire plui un pel di frice ca un par di buus".
L'indiscusso potere della patata (con i suoi corsi e ricorsi storici, e risvolti sociali, e influssi sulle cose del mondo) mi ha sempre riempita di stupore. Non certo perchè sono tanto candida e virginale da stupirmene, ci mancherebbe. 
Solo perchè uno si dà tutta la spiegazione antropologica, mette in conto la spinta riproduttiva, la perpetuazione della specie e via così. Ma vien da pensare che alcune manciate di millenni abbiano un filo ingentilito - o perlomeno smussato - gli istinti primordiali. Invece si pensa male.
Così un "no", dolcemente espresso, ma senza vaghezza nè margine, si trasforma in un due di picche. 
Non vorrei perpetuare la specie con te, scusa
E dall'oggi al domani diventi la nemica numero uno, col bollo di presuntuosa, tronfia, sprezzante e vanagloriosa. Altrimenti detta: stronza cosmica. Guerra aperta.
Ora, caro Austrlopiteco, credo di potermi permettere serenamente di decidere che uso fare della mia patata. E se questo ferisce il tuo maschio orgoglio preistorico, mi duole assai, ma tant'è.

martedì 28 febbraio 2017

Attrezzi


Seguo passo passo due storie d'amore piene di tormenti.
Le seguo perchè stanno sulla mia strada e perchè mi si chiede di esser parte. Dovrei esprimere un pensiero, un'opinione, dovrei poter svelare una qualche verità dalla mia posizione passiva di mero osservatore. O forse, dovrei alleggerire, sgravare.
Ci provo. Ma inevitabilmente una parola citata me ne porta altre, da me sentite o pronunciate. Un gesto raccontato ne rianima un altro, che mi è appartenuto.
Allora mi accorgo di usare il mio filtro, ed è un filtro sporco, perchè di quelle parole e di quei gesti io conosco il dopo. Ma il mio dopo non sarà mai il loro dopo. Ogni dopo ha i suoi colori, la sua densità, la sua forza trasformante.
Mi colpisce l'infinita fragilità che si accanisce virulenta su persone più che adulte e all'apparenza solide, consapevoli di sè. Persone intelligenti e colte, riconosciute per le loro competenze professionali, per la loro capacità di entrare in empatia e dirmere questioni, conflitti. Persone "fatte e finite".
Ecco, queste persone al cospetto dell'Amore subiscono un crollo strutturale. Non sembrano neanche più capaci di tradurre messaggi - ai miei occhi - limpidi e diretti. E mi vien da dire se lui ti ha detto questo, come fai ad aver capito quest'altro? Oppure, se ha agito così, non ti sembra che le sue intenzioni siano chiare?
Fatico a tenere la guista distanza, a non ergermi a giudice. Fatico a non profetizzare finali rosei o catastrofici. Non so e non voglio consegnare i miei strumenti, i miei attrezzi, per smontare e rimontare ipotesi, destrutturare atteggiamenti, analizzare risposte.
Perchè, e io lo so bene, succede che da un giorno all'altro tutto si fa dolorosamente o felicemente chiaro. Senza bisogno di attrezzi e domande e risposte.

mercoledì 22 febbraio 2017

Io e lei

E' difficile spiegare un dolore alieno. Non puoi dire "piango perchè mi fa male un dente", o "piango perchè ho ricevuto una triste notizia". Lì vai sul concreto, la gente empatizza, comprende.
Dai dolori alieni invece si prende distanza.
Quelli, si acquattano. Li tieni buoni con le carezze date e ricevute, l'odore dell'erba, tempi lunghi e sgombri in cui far due schizzi su quello che verrà.
Ma basta un niente, una roba banale. E zac, saltano su pieni di zanne e artigli e ferocia.
Ieri m'ha preso il magone, perchè non credevo fosse ancora così la bestia. Un attimo ci è voluto, una stronzata senza importanza, e l'avevo già al collo.
Non mi ha ferita il suo morso, mi ha spezzata scoprire che è così forte. Che quasi sicuramente, resterà con me.
Mi é sembrata una tale condanna. Perché la bestia non la vuole nessuno, la bestia posso tenerla addosso soltanto io.
E l'idea di averla dentro, d'esser io, io e basta assieme a lei, m'ha fatto un male che non ricordavo da tempo. Un male di lacrime infinite, che non so neanche dove trovassero tanto posto, prima di scender giù.


domenica 19 febbraio 2017

Pubere me




Non so essere tiepida, moderata. Ho un nucleo pubere. 
Credevo che il tempo. O le ferite. O magari i numeri, la statistica.
Forse, c'è che mi piace fremere. C'è che a quel fremito ho voluto sempre lasciar spazio, che lì mi sono infilata quando tutto mi pareva ostile.
C'è che quando son stata senza, ho generato cataclismi e terremoti, pur di vibrare ancora.
L'assenza di alti e bassi, di slanci e speranze - di risate e malinconie - non mi è mai appartenuta. Sono per le cose che scombinano, spalancano, generano pieni e vuoti. Partire, far l'amore, sapido cibo, letture come pugni, luoghi che sgarfano dentro.
Così. Nutrire il fremito, cacciare il tepore. 

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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