sabato 3 dicembre 2016

Mi piace

Mi piace l'amore quando scopre debolezze e si piglia per il culo dolcemente. Poi ride.
Perché l'amore ride, e ride assai.
Mi piace l'amore geloso, poco poco e poi schietto, tantissimo, che se c'è da arrabbiarsi sbrano. Che se c'è da far pace lecco, bacio e liquida mi faccio.
Mi piace l'amore quando trova le parole, e quando non le cerca, perchè fa tana in un silenzio. 
L'amore che mi piace si fa assieme oppure ognuno per suo conto. Da soli leggere, rosolare, scrivere, infornare, avvitare, rammendare. Insieme camminare, guardare, versare il vino, porgerlo. 
Mi piace l'amore se ascolta. Se crede ci sia sempre qualcosa da svelare, e non si abitua. 
Quando si fa carne, mi piace che l'amore pensi poco e sia sfacciato, appena impuro.
Mi piace l'amore quando gioca alla campana, buttando avanti un sasso nel domani.

domenica 27 novembre 2016

Testimoniare


Pensavo di scrivere una lettera ai miei figli. Alla luce delle cose, adesso, guardandomi intorno, indietro, di lato. Non una roba moralistica o didascalica, densa di buoni consigli e lezioni di vita. Più una specie di storytelling, in cui il vissuto, i sogni, gli inciampi, la bellezza, vadano assieme.
Questa voglia di testimoniare ha preso forma giovedì sera a teatro, mentre ascoltavo un brano di Jack London. In buona sostanza si diceva che ogni essere vivente è chiamato a giustificare il suo stare al mondo con opere e gesti. Se in quanto uomini abbiamo la facoltà di pensare e costruire e lasciare tracce, non possiamo permettere alla nostra vita di scivolare via senza peso, estranei alla nostra natura, ai nostri talenti, alle nostre spigolature. E soprattutto, tocca mettere tutto a frutto, il bello e il brutto, l'armonia e le dissonanze.
Siamo qui per Esserci, nè più nè meno.
Volevo dir loro anche un'altra cosa. Che quando amiamo qualcuno, lo amiamo al di là di noi stessi, oltre il nostro cono di luce. Non amiamo in funzione di ciò che desideriamo, che cerchiamo, che vorremmo, non ci aspettiamo precise corrispondenze e incastri perfetti. Amiamo qualcuno e basta, lo amiamo con le sue misure, lo ameremo anche se non potrà mai essere un disegnino nel nostro bel quadro. 
Perchè anche l'altro disegna il suo bel quadro, ci piaccia o no.
In realtà, dopo tanto pensare ho deciso che non scriverò nulla. Perchè le cose s'hanno da vivere e attraversare tutte, sparati a cento all'ora. 
Così mi hanno vista fare. E credo sia abbastanza.

domenica 20 novembre 2016

Spettacolo

E' il tempo che determinando la realtà la rende deludente.
Ma la realtà, se scomposta, frantumata, ripensata, rielaborata, può diventare un grande spettacolo.
(La grande bellezza)

Erano anni che non andavo ad una festa. Una festa vera, dove si balla - dio solo sa quanto mi piace ballare -, si intavolano conversazioni sorseggiando del vino, si piluccano cose con le dita.
Mi sono stanata a fatica. Ma tutti a dirmi quanto sono asociale, che non scendo mai dall'eremo e bla bla bla. Allora mi son portata fuori.
Mi ci è voluto un sacco di tempo per scegliere qualcosa da mettere e sono uscita all'ultimo per comperare le calze adatte.
In buona sostanza mi sono divertita, ma non ho ballato. I revival mi mettono addosso una gran tristezza, che ai miei piedi la musica piace fresca.
Adesso per dire, fra le mura di casa mi ballo questo:


Nel momento in cui i Bee Gees ci davano dentro col falsetto, ho visto un tizio che pareva Morandi tentare due passi alla Manero. Un altro con addosso il parruccone emulava il cugino di campagna sovrappeso. Poi è giunto il proprietario del locale, un gioviale Maradona galante che nel presentarsi mi ha rapito la mano. 
E mentre veniva servito del magnifico risotto alla salsiccia (beh, siamo pur sempre nella pedemontana) ho fatto la conta. Settanta per cento donne. Tendenzialmente allegre, compatte, ironiche. La compagine maschile in pista invece, appariva più grigia e tendenzialmente si prendeva sul serio. Mi son parsi inconciliabili.
Fuori pioveva ed io ero lì, così affettuosa con i miei sbagli.

lunedì 14 novembre 2016

Tempo pieno


Lei entrò nella stanza aggiustandosi i capelli, cercando un sorriso in cui guardarsi. L'uomo però non alzò la testa. Allora lei si disse che iniziava proprio male quel colloquio, con capelli da aggiustare e nessun sorriso in cui guardarsi.
E così, tamburellando la matita sul tavolo e continuando a tenere gli occhi altrove - ora alla pioggia incessante, appena dietro ai vetri - lui chiese con vaga insofferenza: cosa fa nella vita?
E' facile, pensò la donna.
Raddrizzò la schiena e rispose in un fiato. Amo a tempo pieno. 
L'uomo smise di tamburellare. 
Volse quindi a lei lo sguardo e cercò, senza trovarlo, un segno di squilibrio o dissennatezza.  
Così, scandì molto lentamente, per farsi comprendere da quelle mani bambine, lei non fa altro?
La donna, inclinando appena la testa, come le bestie quando un suono, o un gesto, sfuggono alle leggi di natura, sembrò cercare un modo. 
Poi, con voce quieta, un poco altrove, parlò.
Non mi resta molto tempo per fare altro, signore. Amare come io amo chiede dedizione e presenza, fiato e carne. Il pensiero, al risveglio, non va al caffè che sorseggerò o agli abiti che indosserò. Non va neppure alle ore che trascorrerò fuori casa, all'ombrello che potrebbe proteggermi, ai guanti che potrebbero scaldarmi. Da quando apro gli occhi signore, io sono occupata ad amare. E si ama - pochi lo sanno, ancor meno lo praticano - tessendo. Servono mani bambine, e tocca sapere quale filo, quel preciso giorno andrà intrecciato. Occorre, per saperlo, dimenticare di allacciarsi le scarpe, o di bere all'ora di pranzo. Perché quando l'amore ha questa forma, è all'altro che osserviamo le scarpe e porgiamo il bicchiere.
All'udire la parola "carne", umida e così prossima a "pensiero", si sentì turbato. Questo lo fece arrabbiare.
Disse allora, per colpirla: nessuno desidera un tale soffocante amore, nessuno può sopravvivere amando a questo modo. 
Lo so bene signore, rispose la donna con enfasi, difatti vorrei passare ad un part-time.




giovedì 10 novembre 2016

Era meglio se avevo i baffi


Non ho mai tollerato quei genitori che in colloquio, tutti sorridenti, si rivolgono ad una delle insegnanti dicendo candidamente: "sei la sua preferita".
Ora, parliamone. A che pro lo dici? Per ingraziarti una maestra e pestare i piedi alle altre cinque? Perchè tu sei "sincero" e per scelta ideologica non ometti mai nulla? Perchè pensi che il tuo bambino abbia diritto ad esprimere (e ti fai portavoce) tutto ciò che sente, prova, desidera, vuole? Forse auspichi un allineamento verso il tuo bello e il tuo buono: sia mai che le altre insegnanti turbate da cotanto diniego, non decidano di emulare la prescelta, rendendo così più lieve e rosea la vita della creatura.
Quale sia il tuo intento, caro genitore incauto, non c'è dato di saperlo. 
L'ultima in ordine cronologico mi è stata riferita l'altro giorno. Pare che una mamma abbia palesato alle colleghe la predilezione di sua figlia per me trovandone ragione nel mio essere sensuale. Ha detto veramente così: sensuale
"Credo abbia scelto Gioia perchè è sensuale, femminile e un po' scollata".
Bionda, tettona e un filo svampita. Ma tanto piacente.
Credetemi, l'ha detto davvero. 

sabato 5 novembre 2016

E' novembre

Foto di Gioia

Martedì ho spartito il sentiero con uno scrittore che amo molto.
Passa per schivo, ombroso, sgarbato. Passa per algido, distante. 
Credo sia silenzioso e basta. Perchè guarda le cose e le raccoglie, con pazienza.
Dopo s'è andati in una trattoria Slovena - odore solido di cipolla e carni fritte - che il cammino ci aveva messo fame. Eravamo tanti, tante le voci e le cose dette. Io mi son messa in parte, che godo immensamente dell'ascolto, del mettere assieme i pezzi, come indizi, per costruire le storie di ognuno.
Lo scrittore era seduto di fronte a me. La sua compagna, una donna senza età, capello corto brizzolato
e nessun vezzo. Lui la carezzava e le faceva assaggiare ogni cosa. Poi ha raccontato di quando ha incontrato l'orso, steso in mezzo al bosco.
Abbiamo offerto un posto in macchina ad uno del gruppo, sembrava giovane ma non lo era, sembrava infastidito e invece era impacciato. Gli ho chiesto se aveva dei figli ed è stato come tirar su la saracinesca. Nell'auto bianca che attraversava il giallo di novembre ha portato la sua vita, e mi son detta che le persone sono tanto sole, così sole da porgere la loro esistenza ad una sconosciuta con il raffreddore e gli scarponcini slacciati.

L'altro giorno a scuola si parlava di miti e leggende, del bisogno che l'uomo ha di trovare un senso alle cose intorno. Mi chiedevano perchè, nelle prime sepolture, quei neanderthaliani posassero fiori, oggetti, bei sassi. Poi hanno parlato loro. Della morte, dei bisnonni, di quello in cui credono, delle loro preghiere sacre e profane.
Il bambino ortodosso ci ha mostrato come si segna lui, che non giunge le mani. L'amico invece, ha raccontato che lui lo sente sempre il suo angelo.
M. taceva, pensava. Poi ha detto: "sai maestra, io credo solo a due cose, perchè sono sicuro che esistono. Credo a Gesù. E a Babbo Natale".
Pari dignità.

lunedì 31 ottobre 2016

Mani



Mi son presa una batosta di quelle. Laringite, che poi è diventata tonsillite, che poi mi hanno dato l'antibiotico e il cortisone e non dormivo niente così ero debole debole e col fiatone. Quattro giorni e mezzo a casa, quasi una settimana lavorativa: in otto anni di scuola mai era successo.
Potevo solo stare, condizione a me tanto estranea quanto avversa. Perchè a parole mi mancano il tempo, lo spazio, le occasioni, poi quando tutto è propizio smanio. Sono una falsa pigra in verità.
Insomma l'altra sera guardavo un programma su Laeffe. Alcuni bimbi andini preparavano collettivamente un piatto locale: pesce marinato, avvolto in foglie di banano e cotto sui carboni ardenti. Tali pescioni giganteschi venivano trattati con incisioni al coltello fitte e longitudinali, atte a favorire la penetrazione di una marinata nelle carni ancora crude. Quindi, dopo un certo tempo in immersione, andavano rapidamente racchiusi in uno scrigno di foglie di banano e cotti.
Insomma lo facevano i bambini. I bambini, da soli. Maneggiavano il coltello, abilissimi ed efficienti, senza indugi nè remore, senza fretta ma rapidi, con gesto preciso e misurato. Poi, le piccole dita forti e lievi opposte al pollice avvolgevano, tac, tac, tac. E via un altro pesce.
Guardavo quelle mani. Mani lisce e scure. Controllate, esperte, vive. Sapienti. Mani che hanno fatto, rifatto, provato e sbagliato, dove nessun adulto ha sostituito quel coltello affilato con uno "adatto", senza lama e senza efficacia.
Ecco, ho pensato che qui stiamo sbagliando tutto, ma tutto. Il corpo dei nostri bambini è dimenticato, il sapere stagna nella calotta cranica, chiuso nei concetti, nelle nozioni,  in dispositivi metallici che li tengono costantemente a capo chino (ma li vedete? a testa bassa infilare la vita?) nella ripetizione sterile di teorie da loro mai sperimentate,
Conoscono poco e male quelle teorie ed ancor meno conoscono la pratica che le sostiene.
La mano è l'organo dell'intelligenza, disse la Montessori. Serve fare per sapere, serve imparare a piantare un chiodo, a tagliare una fetta di salame, ad allacciarsi le scarpe, per essere davvero competenti.
Ma nel momento in cui tutto arriva loro pre-scritto, pre-definito, pre-fabbricato, li riduciamo a meri fruitori. Senza mani e senza domande.
Abbiamo bambini che non usano più le mani, porca puttana, e nessuno ha diramato l'allerta.

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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