martedì 27 settembre 2016

Bottini

Vado matta per i bottini. C'è quel ricordo di passeggiate con la mamma, che piena d'entusiasmo svelava gelsi, susini, meli e assaggiava gaudente, offrendomi sul palmo della mano tesori caldi di sole, che io rifiutavo schifata (ma è sporco! e se ci sono insetti? e se ti vede il contadino?).
Mi vergognavo, quasi.
E siccome tutto torna, eccomi a replicare. Trepidante alzo gli occhi ai rami, mi guardo attorno, mi allungo, tasto e colgo. Se posso, addento subito.
Esiste qualcosa di più bello? 

Così oggi si voleva cucire assieme un cammino e una raccolta. Boschi profumati e lucide castagne.
Faceva caldo, e la fatica del salire era quella di giugno.
I ricci verdi custodivano frutti ancora minuscoli, striati di chiaro. Forse troppo presto. Ma il profumo dei ciclamini mi ha fatta sveglia, lesta.


L'autunno è già tutto qui, basta scostare una foglia (gran sospiro). E' ghiande brillanti, è nocciole tenere, è albe scure.


Alla fine ecco un pianoro a vigneti, odore di mosto che gira la testa. Si inseguono i tralci, come serpenti giallo verdi sulla china del colle, si tace.
Appena più il alto mani capaci e premurose hanno fatto spazio agli orti, agli alberi da frutto, hanno potato e pulito e protetto.




Ho rubato una pera ruggine e granulosa, l'ho messa nello zaino. La mela invece l'ho mangiata, era tiepida, la buccia spessa, stringeva in bocca.
E in questo giardino del paradiso ho dormito per terra, ascoltando ronzare di voli.

Così prima di scendere ci siamo detti che per le castagne tocca aspettare ottobre. Ma tornare a mani vuote, no. Sia mai.



martedì 20 settembre 2016

Post scompost


Ho sognato che Lillo e Greg si autoinvitavano a cena proprio la sera in cui preparavo la pizza. Ho accettato un po' a malincuore, temevo mi facessero le ore piccole sul divano.

C'è qualcosa che ho smesso di sentire, sono più leggera. Non saprei dire cos'è. Una specie di paura, forse un'apprensione, o un fremito interno.
Non so neppure se sia un bene in realtà, ma in sostanza sto meglio: meno onde = meno marosi.

Sono andata a ritirare un timbro che avevo ordinato e il tipo del negozio (noto ai più come uno showman mancato) ha messo su un siparietto di tutto rispetto. Attraversando il negozio da sud a nord con passo marziale ha esclamato enfatico: "Gioia mia, luce dei miei occhi, credevo non tornassi più, temevo mi avessi lasciato!", con gran divertimento degli astanti.
Ebbene sono diventata viola. Ma si può?

Giorni fa, in modo assolutamente accidentale e al di fuori della mia volontà (anzi, se ne avessi avuto sentore avrei fatto di tutto per esimermi) mi sono trovata fra le mani un pezzo di vita altrui. Un pezzo intimo, un frammento che per pudore ho immediatamente allontanato, come bruciasse.
Ma inevitabilmente, di colpo sono stata catapultata dentro una vertigine, in qualcosa che non mi apparteneva, ma che dentro sbatteva ovunque.
Ci ho messo un po' a liberarmene. Della vergogna (irrazionale, perchè nulla andavo cercando), e del disequilibrio che ci dà guardare dentro, attraverso il buco della serratura.







mercoledì 14 settembre 2016

Struzzi


Alle dieci di sera ho aperto in modo selvaggio un pacco di tortellini. Ricotta e spinaci, per essere precisi. L'ho aperta e mi sono mangiata quattro tortelli crudi e freddi, in piedi davanti al frigo spalancato.
Non é buon segno. Di solito gesti come questo annunciano l'arrivo del ciclone mensile o evidenziano una condizione generalizzata di stanchezza/tensione/irrequietezza.
Direi la prima.
E pure la seconda, a ben pensarci.
E' che non capisco, non mi spiego le cose.
Non riesco a capacitarmi di come, chi ti ha voluto bene e ti ha apprezzato e ti ha trovato amabile, di colpo - certo, a fronte di un tuo gesto - possa cambiare registro. Provando non solo fastidio nei tuoi confronti, ma addirittura temendoti come la peste. Togliendoti il saluto, dicendo di te le peggio nefandezze, trattandoti senza alcun rispetto e pure a suo vantaggio.
Ora, sia chiaro, non sono una vittima. Ho fatto le mie cagate spaziali, ho agito in modo inconsulto, ho capovolto e rovesciato. Però ero sempre io. Ero io in evoluzione, io che correvo avanti, io e basta.
Come dire. Se qualcuno che profondamente conosciamo e profondamente accogliamo nella sua interezza, d'un tratto agisce in modo inatteso, tocca porsi alcune domande: 
- inatteso per chi? 
- rispetto a quali attese? 
- davvero accoglievo proprio tutto? 
- o lasciavo in ombra ciò che mi disturbava vedere? 
Perchè siam fatti così, dipingiamo l'altro per come lo vorremmo. per quanto ci rispecchia, lo vogliamo calzante, salvo poi dire scuotendo la testa (non appena esercita il potere di essere se stesso) "mi hai deluso".
Vorrei solo dire, a chi si erge giudice e per comodità (ancora, ancora per fare lo struzzo, ancora per non confrontarsi ed infine, frugarsi dentro) cancella un altro dalla sua vita marchiandolo col bollino rosso:

Ma tu, amavi?

sabato 10 settembre 2016

Ehi, non è ancora finita l'estate. Sia chiaro.

E allora gli ho detto arrivederci.
Al mio mare. Che per l'occasione si era fatto lustro, tirato a festa proprio.
"Sei bello mare", gli ho detto".
"Anche tu", mi ha risposto.
Parole semplici tra noi.
A fine giornata si è mangiato il pesce, buono da leccarsi le dita.
Che ero praticamente sotto casa di Ala e non ho avuto neanche modo di offrirle un taglio di vino. Voi però non diteglielo.
Pare si compissero gli anni, non so di preciso. Pare che a qualcuno andasse di festeggiare in laguna.
Infine si menziona una pioggia di bei pensieri e dolci telefonate d'auguri.
Poi basta, finisce così.



lunedì 5 settembre 2016

Una donna



Non succede due volte di essere amato con l'intensità di una missione.
Non succede a molti di noi neanche una volta.
(La Natura Esposta, Erri De Luca)

Conosco una donna che ha superato la settantina. Che si occupa di una madre bambina e dei suoi bambini cresciuti. Che si fa carico delle altrui pene, dimenticando per un'ora le sue. 
Questa donna dagli occhi belli ha sempre creduto nella gente: alla fine anche il più sordo ascolta, capisce, cambia. Si immagina perfino che l'uomo con cui si corica, un mattino al risveglio possa dirle sorridendo "non bevo più, ho smesso". Che tutte le promesse diventino roba che si tocca, si assaggia, si posa. Roba con cui scaldarsi.
Nell'attesa ci va lei da sola, agli alcolisti anonimi, dopo aver portato una fetta di torta alla sua mamma, dopo averle lasciato un bacio sulla fronte. Ci va per ascoltare, perchè ascoltando si impara tanto, si lima un po' il tormento, si riempiono gli spazi degli abbracci mancati.

Nessun uomo mai farebbe ciò che lei fa con leggerezza di farfalla e cuore ballerino. 
E non parlatemi di maschi cacciatori, di femmine che alimentano fuochi e di cazzate sul DNA delle scimmie. Io me ne fotto,
Che mi si conceda di somigliarle almeno un poco, di camminare qualche volta lievemente, come lei sa.


venerdì 2 settembre 2016

Giorni




Sono giorni intensi, lunghi e ristretti.
Giorni che fatico a spiegare, forse, giorni in cui il sangue sembra esser più denso e la grancassa del cuore segnare un ritmo lento, ma compatto, sonante.
Come se le caviglie fossero più salde, come se non m'importasse più dei moti, delle correnti, dei refoli. Di rimanere sempre vigile, e protesa.
Magari entro nell'età adulta, che era ora.
Magari passa, e domani torno a caccia di farfalle. Chissà.
Ora lascio che sia.

lunedì 22 agosto 2016

Granelli e spazi

Da qualche giorno m'è partito il conto alla rovescia. Guai se lo sanno le colleghe, è solo il ventidue di agosto.
Così ho cominciato con la programmazione, che se la fai bene sei a metà dell'opera. Solo che al solito, ho messo troppa carne al fuoco e adesso mi tocca sfrondare. Lo dicevo pure all'insegnante new entry: poco, ben fatto e senza paura. Che poi si ricalibra e sono loro a dirti cosa vogliono, a mostrarti la strada.
Ho voglia di entrare in aula, di vedere i bambini, di ascoltarli. Del contorno, non ho affatto voglia.

La fatica esiste eccome, a me facile non viene nulla. L'ho sentita tutta nelle cosce, nei polpacci, e pure nelle spalle, anche se lo zaino pesava poco e niente. Che mi pare sempre di essere proprio al limite, invece poi guardo su e vado, con una forza nuova che arriva da chissà dove. E ogni momento mi fermerei a toccare, a scattare una foto, a buttar giù un appunto. Ma più ti fermi più è difficile riprendere il cammino.
Non arrivare alla meta, sia una sella, un rifugio o una vetta, lascia l'amaro in bocca. La meta, dà poi corpo ad ogni passo, snello o rotondo, ad ogni respiro, lieve o profondo.


Quando sono arrivata su ho azzerato ogni cosa. Sull'erba ho mangiato il pane, il formaggio, mi sono raccolta per riposare. Un'australopiteca muta, affamata, più scimmia che donna.

Cercando qualcosa da leggere nella libreria rossa ho trovato la Merini. Lui ci aveva messo dentro un segnalibro, come se quella pagina avesse importanza, come a ricordare. Magari era messo a caso, non importa. Ma mi è sembrato che lo stesso, quel segno volesse dirmi qualcosa.

Spazio spazio io voglio, tanto spazio 
per dolcissima muovermi ferita; voglio spazio per cantare crescere
errare e saltare il fosso della divina sapienza. 

Ecco io questa meravigliosa poesia potrei rovesciarla. Potrei voltarla da sotto a sopra e riscriverla trovando il contrario di ogni parola. 
Sono fatta così, di cose piccole, di granelli, di passi da formica.

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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