venerdì 17 novembre 2017

Luoghi che accarezzano

E' che son sempre di corsa. Che la provinciale alle 7.30 è satura di camion in arrivo dall'Austria, in transito verso la Slovenia. E viceversa. 
Che il mio parasole è rotto e viaggio inondata di luce.
Abbasso il finestrino, accendo la radio, magari mi sveglio un poco. Vorrei One Nation One Station, ma qui non si piglia. Radio Maria passa il rosario, Radio Italia i Modà (ma quanto odio i Modà?) e Radio Onde Furlane un rap dall'idioma locale.

Ayo, fradi duna setu?
i ai sintut che tu mi as cirut vue
torna clamimi che jo soi gia di fur
no sta a fa il vecjo che no tu ses tu chel!


Ed eccola lì, l'infausta auto (tristemente guidata da una donna) incollata al culo del camion. Che in quel bailamme di curve e frotte di veicoli nel senso opposto sorpassare un blocco di dieci metri è un atto suicida. Allora impreco molto e mi sale il crimine. Perchè mai qualcuno dovrebbe scegliere di starsene dietro lo scarico di un camion a respirare merda, mentre una ad una le auto si accumulano nella sua dolente scia?
Non c'è dato di saperlo.
Butto un paio di volte il muso fuori, nervosamente, ma il traffico é denso. Finalmente il mio bivio, son quasi arrivata.
Mi basta svoltare, imboccare il viale alberato e costeggiare la fila di tigli gialli. La casetta rossa in fondo alla strada mi cambia gli occhi e il verso dei pensieri. Buona giornta maestra.

La scuola d'inverno

    

domenica 12 novembre 2017

Sabato sera



Da una decina d'anni lo rincorrevo. A Trento me l'ero perso per un pelo.
Come una scolara giudiziosa ho preparato le parole, tutte in fila. Volevo sapesse che quando facevo luce dove prima c'erano ombre, lui era con me, sempre. Che mi ha insegnato la sottrazione, la bellezza del disadorno. Che la musica asciutta del suo raccontare, è stata cura.
E poi mi ha spiazzato che fosse così, fragile, di schiena nella hall del teatrino con la gente che sgomitava per fargli un saluto. 
Io un passo indietro col mio libro in mano, il sorriso fesso, la sciarpa rossa. Ci siamo stretti la mano e guardati negli occhi, io ho balbettato "ciao Erri". 
Neanche una cosa sono riuscita a dire, neanche una.

Ieri sera con gli occhi aperti sotto il piumone però, ho capito che cos'è per me, felicità
E' avere un sogno, o piccoli sogni.
Che poi non importa realizzarli a tutti i costi. Ci si prova, e intanto si è molto felici.
Grazie Erri.

giovedì 9 novembre 2017

Giorni storti

Quando son triste così, faccio due conti sulle dita. Quanti giorni al ciclo? Tabellina del sette. Sette, quattordici, ventuno. Se sono prossima al d-day allora archivio tutto nel cassetto "ugge e fisime premestruali", altrimenti guardo a che punto sta la luna. Perchè di norma, due o tre giorni prima del plenilunio attraverso una fase di catastrofismo/pessimismo cosmico che neanche i decandentisti.
Ecco, oggi nè l'una nè l'altra. 
Eppure non pesco un pensiero luminoso che sia uno. Un progetto, un ricordo, una voglia di gita, una wish list, un cappottino verde da stanare, un libro di ricette da aprire sul tavolo di cucina. 
Anzi, a dirla tutta, i pensieri luminosi pure ci provano ad affacciarsi, ma una mano diabolica e maligna li strapazza e me li restituisce a testa in giù. Così ad esempio il progetto diventa qualcosa che da troppo tempo accarezzo in maniera inconcludente, da inetta e fallita. O il cappotto verde, che cade così bene a quella stitica di modella, a me starà da cani, neanche star lì a perderci tempo. E la ricetta senz'altro riuscirà di merda, portando via un sacco di tempo a più assennate e costruttive occupazioni come studiare o stendere la lavatrice (e giù sensi di colpa a manetta).
Se poi, per distrarmi un poco mi dedico alle cure di bellezza - maschera idratante, balsamo rigenerante, olio  levigante - dio ce ne scampi. Che in questi momenti lo specchio va bandito.
Sono triste. E quando sono triste così, non so perchè, penso ad un buco nella terra tutto ricoperto di foglie secche e profumate. Star ferma lì, lasciarmi tenere, lasciare che il mondo vada dove deve andare, ma senza di me. Solo per un po'.


sabato 4 novembre 2017

Cambiare sguardo


Il tema su cui sto da qualche giorno è quello della realtà viziata dal vissuto. Delle cose che vediamo e che inevitabilmente passano attraverso il nostro sguardo spurio.

Abbiamo sempre bisogno di categorizzare. Incasellare. Definire.
Mettere giù paletti e tirare righe che stabiliscano confini, limiti. Di là i buoni, di qua i cattivi. I giusti e gli ingiusti, i fedeli e gli infedeli, quelli che usano parole e gesti che ci somigliano e quelli che invece non riusciamo a comprendere ma ai quali diamo comunque un nome, per non sentirci troppo coglioni.
La mia mamma, riferendosi a qualcuno che mi ha impropriamente giudicata, dice "devi spiegare che non è come pensa!". E io le rispondo che non spiego proprio niente a nessuno. Che se uno vuole semplificarsi la vita con le liste e gli schieramenti e la statistica, senza prendersi la briga di chiedere,  capire, confrontarsi, per me è cosa chiusa. 
Scegliere di giudicare, denota l'incapacità di spostare le granitiche certezze alle quali ci aggrappiamo per non sentire tutto il vuoto che sta sotto. 

Facevo i complimenti ad un'amica l'altro giorno. Le dicevo che è proprio molto brava, perchè riesce ad ascoltare senza pregiudizio, senza vizio. Un ascolto empatico, che accoglie e lascia spazio al possibile. Come dire: sono pronta a tutto, il tuo racconto mi suona nuovo, lo prendo fra le mani e non lo passo attraverso un mio sentire, perchè è roba tua.
Poi è chiaro, nessuno è esente, anima e corpo portano i segni (sconfitte, trionfi, incontri, letture, esperienze...) che fanno di noi quello che siamo. Attraverso quei segni possiamo leggere la realtà, riusciamo a farla nostra, ma con tutti i limiti del caso. Di questo tocca essere coscienti.
Se sono reduce da una delusione d'amore, dovrò essere molto accorta se qualcuno mi racconta con entusiasmo e gioia di una storia appena nata. Quando a me parlano di vicende clandestine, ad esempio, mi tocca subito tenere a bada il mio angelo vendicatore, che all'istante si erge sguainando la spada: tra le mie cicatrici, è ancora la più sanguinante e inevitabilmente cado nell'errore di puntare il dito, prevedere catastrofici scenari, moralizzare da una posizione elevata.

Lunedì mattina, macchinetta del caffè.
- Volevamo andare al cinema da soli ieri sera, ma poi abbiamo deciso di stare a casa con la bambina, di non lasciarla dai nonni. 
- Non la lasci mai dai nonni, mica moriva eh. (cazzo, sono già infastidita...attenta...)
- Lo so, ma ci dispiace separarci da lei.
- Ok, poi però non venire a dirmi che siete come due estranei e che alle 9 di sera uno dorme nel letto della bambina e uno sul divano. (niente da fare, mi scappa di infierire...)
- E' che mi sento in colpa quando la lascio.
Ecco il mio tasto dolente. Ecco cos'era. Vedo Jacopo fra le braccia della nonna che mi saluta con la manina mentre vado.
- Si lo so. Mi capitava ogni volta che lasciavo Jacopo con la suocera. 
Mi sorride, si allontana.
- Buona settimana.
- Anche a te.

mercoledì 1 novembre 2017

Avanti

I miei accesi alunni
Un professore declama Palazzeschi con i suoi alunni. Si divertono, ridono, il prof gesticola che pare un direttore d'orchestra, i ragazzi recitano in coro.
Guardo questo video incantata e subito mi animo, mi scaldo, vorrei buttar giù due idee, parlare con le colleghe. Fare. Perchè in questi giorni ho un pensiero fisso.
Porto i bambini nel bosco, sono eccitatissimi e felici. Pochi hanno l'attrezzatura adatta, spopolano le scarpe con gli strass, qualcuno indossa i bermuda. Sembrano proprio elementi estranei a tutto quello che c'è intorno, nonostante mostrino autentico interesse per ogni cosa. Indicano, domandano, toccano, raccolgono. Ma scambiano delle bacche per pomodori, mi chiedono se il ruscello che passa sotto il ponte è una discarica. Poi attraversiamo un vecchio borgo di abitazioni in sasso e sento qualcuno dire quelle case sono fuori moda
Come possiamo pensare che si preoccupino di emissioni, clima e ambiente, se questo ambiente non è per loro casa? Il rispetto implica presenza, conoscenza profonda, reciprocità. Non posso aver cura di qualcosa che non sento mio, di qualcosa che vivo come distante e (forse) ostile.
E qui entrano in gioco la scuola, il ruolo dei docenti, i programmi ministeriali, le competenze.
Vedo una scuola che sempre di più si allontana dalla vita, dalle persone grandi e piccole che la abitano, dal loro modo di stare al mondo Una scuola "sulla carta", sempre più asettica e formale, con le mani legate, che non sa volare e non sa mettere ali.
Molti insegnanti sono stanchi, stremati da genitori conniventi con i figli maleducati e fancazzisti, dalla burocrazia che strozza. Altri sono incapaci di lasciar fuori dall'istituto paletti e certezze, prove Invalsi e dirigenti tiranni. 
Ma la buona scuola c'è, anche se purtroppo a macchia di leopardo.
Mi pare che se porteremo la vita in classe e la classe nella vita (bosco, mercato, ospizio, fiume...), se diremo loro - con l'arte e la poesia e le scienze - che possono ancora cambiarlo il mondo, che noi vogliamo sentire quello che pensano, che questa casa non è degli ambientalisti, del sindaco, della regione, del prete, della maestra che parla troppo, ma è il luogo in cui possono scegliere di stare davvero, autenticamente in continuità con ogni forma di vita, allora cambieranno le cose.
Mi vien voglia di dire grazie al prof che declama Palazzeschi e anche al mio di prof, che organizzava quelle riunioni carbonare di giovani lettori nel suo salotto, per il puro piacere di accendere passioni.
Perchè solo chi è acceso desidera e chi desidera sogna e chi sogna e guarda avanti.

sabato 28 ottobre 2017

Così.


Quando uno se ne va a 97 anni, pare illogico farsi dei patemi. Come se fossimo mozzarelle, con la scadenza scritta. Dopo una certa data, via nel secchio dell'umido.
Vero che ci si fa l'idea, che ci si prepara, che inconsapevolmente si pesca nel sacchetto dei ricordi per salvare in tempo le cose belle, le parole pronunciate, i gesti conclusi e rotondi. Si rispolvera, si archivia.
Io conservo l'odore dell'olio per la macchina da cucire. Le chiacchiere alle cinque del mattino, lei che mi parlava così in fretta, io che a malapena tenevo gli occhi aperti. I baci che non si lasciava dare perchè si sentiva sempre troppo sudata, o spettinata, o stropicciata. Quelli che io le davo lo stesso, e le risate che faceva scansandosi come poteva. Conservo le raccomandazione che ha fatto al mio uomo un paio di anni fa. Trattala bene, che è speciale. Altrimenti te la vedi con me.
Mi vergogno, sono andata a trovarla poco da quando stava in ospizio. Cento chilometri a separarci, cento impegni sempre e comunque, ma sono onesta, non è solo questo. Troppo diffcile reggere l'insieme, troppo doloroso, ogni volta giorni e giorni per smaltire quel senso di perdita, smarrimento, angoscia. 
Siamo fatti male, la morte cerchiamo di lasciarla fuori, vorremo occultare la sofferenza.
Da quando mamma mi ha chiamata, da quando non sono più una nipote, qualcosa gratta forte fra la gola e la bocca dello stomaco. Va oltre il dispiacere, oltre il vuoto, chiama me.
Se almeno le avessi detto mandi.

martedì 24 ottobre 2017

E' martedì


Odio il lunedì mattina.
Perchè fuori è tutto pesto, ma la sveglia suona.
Vorrei una mattina spalancare gli occhi un attimo prima, uscirne trionfante. Ma quando lei suona mi trova sempre, irrimediabilmente, impastata nei sogni.
Odio il lunedì mattina perchè resta ancora un po' a letto amore, io vado a farmi la barba, a bassa voce. Che la barba al dì di festa non si fa e dentro il letto si resta assieme. Un sogno raccontato, un libro sfogliato. Odore di notte che rimane, fra il collo e la spalla. 
Lunedì mattina invece poggio svelta i piedi scalzi sul parquet, infilo i pantaloni mentre attraverso il corridoio, attacco il bollitore, porto giù il cane e mi stringo nel maglione, che par sempre così freddo. Metto su il caffè.
Poi tocca a me andare in bagno e quando torno in cucina c'è profumo di pane tostato. Lui mi guarda, ride, dice secondo me tu sei ancora a letto e a volte - credo quando le mie chiome non paiono troppo leonine - aggiunge che sono bella. 
Il lunedì mattina stiamo con la testa alle ore che verrano e con gli occhi all'orologio che sembra non tener conto di tutto quel che ancora c'è da fare. Il bucato da stendere, i denti da lavare. Diciamo cose di servizio - le diciamo anche bene, come fossero altre cose più lievi - e seguiamo il filo che ognuno di noi ha, del mettere assieme i pezzi per uscire. 
Vuoi portare via anche tu una banana? e allora le due banane aspettano lì sul tavolo, fra le tazze e le briciole, come due carezze di scorta.
Odio anche il martedì, e il mercoledì. Quando di giovedì comincio a farci l'abitudine, è già arrivato venerdì. 
Il venerdì mattina lo odio poco, che a scuola porto anche un cioccolatino. E poi lui uscendo dice bimba, è venerdì!, e mi pare che tutto si dispieghi.



La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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