sabato 19 maggio 2018

Farsi attraversare


Grazie a Nuvola mi sono ricordata che da piccolissima, intorno ai quattro o cinque anni, disegnavo compulsivamente. Mi piacevano le figure umane, ça va sans dire. 
I miei soggetti avevano molti dettagli, tanti colori accesi e curiosamente indossavano diversi cappelli uno sopra l'altro. Ma non due o tre, pile lunghe una decina di copricapi. Così nello stesso foglio andavano a spasso Tizio e Caio, ognuno con il suo bel metro di roba in equilibrio sulla testa.
E poi mi chiedo perchè sono quella che sono. 
Perchè mi incanto, al banco della frutta, a guardare le scarpe di vernice col tacco altissimo di una donna che pare una caricatura. E mi chiedo com'è la sua casa, se ama un uomo bello, se ha un'auto rossa e se la sua mamma è ancora viva.
Perchè, ferma in auto dietro lo scuolabus, mentre piove a catinelle, mi perdo dietro questo bambino secco secco che scende e apre goffo l'ombrello e immagino il piatto di pastasciutta che lo attende, la tovaglia a quadri, un cane meticcio che fa le feste.
Le espressioni degli altri, il dolore in un gesto, le esistenze a metà, i sogni altrui, mi hanno sempre attraversata da parte a parte, anche quando non volevo. 
Li ho tutti quei cappelli in testa, incastrati uno dentro l'altro, un metro di cose in equilibrio su di me.

domenica 13 maggio 2018

Quasi estate

          
Il mio ombrellone, la tipologia di spiaggia che mi va a genio

 (Grecia)
Stamattina, scendendo le scale per andare al lavoro, mi sono ricordata che con la benzina ero in rosso. Quindi tutto di corsa, tanto per cambiare.
Così ho pensato a quando, nei giorni in cui la mia famiglia andava in mille pezzi, viaggiavo come ubriaca con cinque euro nel taccuino, l'auto a secco, gli occhi pesti e il telefono senza credito. 
Magra da far paura, che bastava un niente a portarmi via.
Una sera di maggio, alcuni amici della scuola mi hanno stanata a forza. Mi sentivo brutta, vuota, ascoltavo la mia voce come da fuori, dire e ripetere quelle quattro cose rassicuranti in merito alla mia condizione.
Pian pianino mi risolleverò. Ci vuole solo tempo.
Edo e Jacopo sembrano sereni, per ora.
Faccio fatica ad alzarmi al mattino, ma saranno i farmaci.
Poi, mentre si mangiava, gli altri - tutti accoppiati, più o meno felicemente - hanno cominciato a parlare di vacanze. Grecia, Sardegna, il campeggio, Parigi, la casa dei nonni a Grado. Risate sui bagagli femminili che i consorti si rifiutano regolarmente di caricare in macchina.
E io, che mi sentivo morire ad ogni risveglio, che non sapevo più fare la spesa e mettere assieme un pasto decente per i miei figli, ho realizzato che sarebbe stata la mia prima estate esposta e nuda. Fuori dal pacchetto formato famiglia con dentro le palette, il canotto giallo, il sandalo col tacco che si butta in valigia perchè non si sa mai e le caramelle gommose per il viaggio.
Ho realizzato che io, senza un noi, non valevo niente. 

Adesso so che non è così. Tante e tante cose sono accadute, tante pelli ho cambiato e altrettante mi hanno fatto da nuovo involucro. Ho imparato a distingure fra paure e bisogni, ho finalmente capito che non devono essere le prime a determinarmi, ma i secondi a mostrarmi la strada.
E l'estate che arriva senza palette e secchielli, ma con un paio di Converse abbandonate nell'atrio, una playlist nuova da ascoltare (mamma, l'hai sentita questa che bella?) e il mio immancabile olio abbronzante al cocco, mi sembra carica di fantastiche promesse.

sabato 28 aprile 2018

Mi lumacizzo (o lumachizzo?)


L'altro giorno una bambina mi ha domandato cosa vuol dire "campanile". Come quella volta in cui si parlava del circo e due alunni di prima hanno chiesto lumi. Non avevano idea di cosa fosse.
Ho creduto di aver sentito male, quindi le ho chiesto di riformulare la domanda.
"Non so cosa vuol dire la parola campanile, maestra".
Circo, campanile. Mi son chiesta cos'avessero in comune queste due parole. 

Mi è capitato spesso di cercare di orientarmi per raggiungere il cuore di qualche paesino e in mancanza del navigatore ho sempre cercato di adocchiare il campanile, la chiesa. Lì era il centro nevralgico, lì era la piazza, il municipio, la posta, il bar, la scuola.
Ma non è più così. I bambini non giocano nella piazza, le rondini non volteggiano nel loggiato della chiesa e il suono delle campane non annuncia i vespri e l'approssimarsi dell'ora di cena. I palazzi in città occultano ogni cosa e l'orizzonte è invisibile.
La mia eroina Heidi, arrivata a Francoforte, cerca un posto in alto per vedere tutto attorno. Allora il bambino che suona l'organetto, la porta proprio sotto il campanile del duomo e lei corre su. Per dirne una sui campanili.
Nello stesso modo, i circhi grandi e piccoli che popolavano le periferie polverose d'estate e rappresentavano per i bambini - insieme alle giostre - una rara occasione di svago (al di là delle questioni animaliste), ora  sono quasi scomparsi. Hanno poco grip: tempi lenti, niente effetti speciali, odore pungente, poltroncine di plastica.
Capisco tutto, non mi oppongo al naturale evolversi delle cose, trovo normale che un multisala risulti più accattivante di un circo. Eppure mi spiace, mi sembra che i piaceri nuovi, pronti a sostituire i vecchi, ci trovino comunque più passivi e inermi. Meno lieti.

Scompaioni i circhi, si dimenticano i campanili e le persone si annusano su Tinder. Che non capisci neanche se uno sa di buono. Ma ne riparlerò, perchè devo ancora chiarirmi alcune cose.
E' solo che mi viene da ritirarmi sempre di più nella mia chiocciola e poi Francesco si arrabbia.

mercoledì 25 aprile 2018

Ridere





Sono seduta sotto un ombrellone in Slovenia, bevo una birra e tengo d'occhio due vecchini. In fondo al prato hanno allestito un tavolo da picnic. Da questa distanza capisco poco, ma il poco mi basta a immaginare. 

Me li figuro avanti con l'età (lei è tutta bianca, parecchio china e si appoggia al bastone), ma abbastanza sani e vigili da regalarsi una domenica così, loro due da soli. Lui si muove molto attorno al tavolo, le porge cose, poi le si siede di fronte e un po' resta.
Penso che non abbiano figli o nipoti. Non so perchè. 
Penso pure che non siano italiani e mi vedo la loro casa di sassi, con l'orto e i fiori di campo disordinati nelle aiuole del giardino, come usa qui.
Poi si alzano per andare: lui raccoglie tutto, riempiendo un paio di borse; lei gli indica qua e là gli oggetti. Uno dietro l'altro attraversano il prato lentamente, nella nostra direzione.
Man mano che si avvicinano - e ci mettono cinque minuti almeno - la mia storia si aggiusta, si compone, perde alcuni colori e si tinge di altri. Si modifica una decina di volte, nello spazio di quel prato.
Si siedono accanto a noi e ordinano un caffè: sono molto italiani. Lei da vicino mi piace da matti. Dietro i grandi occhiali spessi muove le pupille nere a spillo, curiose. Indossa una camicetta bianca con il colletto di pizzo e una gonna nera al polpaccio. E' piuttosto rotonda. Ma è nella voce giovane, carezzevole e lieta, che si dice tutta. Una voce da maestra.
Ad un certo punto lui le mostra un depliant con i prezzi del piccolo albergo lì accanto.
"Te ga visto? Costa solo venti euro a notte", le dice.
Lei legge tutto per bene, sorseggiando il caffè.
Poi replica, con aria vispa e ironica: "e cossa femo qua mi e ti, tutto il giorno?".
Lui ride di gusto e se la ammira con tenerezza.
"Se guardemo nei oci", ha detto.
Ci guardiamo negli occhi.
E allora hanno riso assieme.


lunedì 16 aprile 2018

Domenica


E' domenica, suonano le campane. Mi cambio in camera, la porta che dà sulla terrazza è socchiusa, entrano odori (sì sono tornati, assieme al cinguettare degli uccelli al mattino): terra, vento, erba.
Mi sfilo la maglietta davanti allo specchio, mi guardo. E lì resto, le braccia lungo i fianchi, i capelli sciolti sulle spalle.

Quante volte nel tempo ho sentito suonare le campane della domenica? E dov'ero, cosa facevo, in quale giorno si infilavano il mio corpo e i miei pensieri?
Le domeniche con le calze bianche e le scarpe di vernice sotto il banco della chiesa, piedi e occhi inquieti, mai paghi. O quelle con il telo da mare e la nivea blu nello zaino in spalla, via di corsa che l'autobus scappa. Le gambe da donna, che si credono bambine vanno via scomposte.
Le domeniche in cui la mamma grida alzati, è mezzogiorno e l'unica preoccupazione è nascondere la minigonna prima di uscire, vestita a modo. Poi cambiarsi e truccarsi nel sottoscala.
E quelle su e giù dai treni, le lasagne e il sugo di pomodoro in valigia, le pagine di Siddharta piene di appunti.
Certe domeniche gonfie di sonno, che i bambini saltano sul letto. Fuori piove un'acqua brumosa e da qualche parte, qualcuno, ha fatto il caffè.
E poi questa domenica di rondini. Io mi preparo per la gita (ma quanto mi piace vagare?) mentre tu canti in cucina un pezzo degli U2.  I’ve been thinking about the West Coast...

E' una domenica di tante, eppure è una sola e diversa fra tutte, perchè sfioro la mia pelle di latte, e carezzo una bambina, una ragazza, una donna. Che mai mi ero voluta così.

giovedì 12 aprile 2018

Non li vogliamo


Stiamo spegnendo i bambini. Impediamo loro di esserci, vedere, sentire, avere domande.
Qualche sera fa, al ristorante. Dietro di noi due fratellini pigiano compulsivamente i tasti di una specie di pianola, producendo suoni stridenti. Pigiano a caso, ma la pianola attacca sempre quei due o tre pezzi di allucinante bruttezza. E una volta, e due, e dieci.
Ci voltiamo, come a far capire che gradiremmo cenare in pace, ma nessuno vuol far caso. 
Quasi in sincro, nel tavolo a fianco piazzano due ragazzini appena più grandi davanti al tablet, con un film di animazione. Ovviamente, niente cuffie in dotazione.
Ecco, al di là del fastidio, resta un sapore sgradevole in bocca. Resta l'impressione che non li si voglia sentire, con la scusa ufficiale che "si annoiano", e che "non possono stare seduti così a lungo".
I miei genitori sessantottini frequentavano una nutrita compagnia e si gozzovigliava spesso. Ho un bellissimo ricordo di quelle serate - in cui ero l'unica bambina - e del piacere che provavo ad osservare, capire e cogliere il senso delle battute, dei discorsi. Mi divertivo un mondo.
Il mio immaginario ha messo le prime timide radici in quelle storie di viaggi, amori, ricette, letture. Si sposavano, partivano, pubblicavano scritti, teorizzavano postulati. Ma anche si ubriacavano, cantavano e a volte dormivano in auto.
Pure i miei figli han sempre goduto delle occasioni conviviali, al ristorante o a casa di amici. Hanno fatto domande, riso di gusto, partecipato alle chiacchiere. Che poi, con quattro pennarelli si può disegnare sulla tovaglietta di carta e un gioco di carte fa passare il tempo, nell'attesa delle patatine. Senza isolarsi, senza perdersi.
Ecco, questi genitori del ristorante tra qualche anno andranno dallo psicologo. Cercheranno di capire perchè i loro figli adolescenti hanno tagliato con il resto del mondo, perchè non parlano e non ascoltano. Si dispereranno per quella teste chine, quelle dita febbrili e gli infiniti silenzi.

martedì 10 aprile 2018

Regali



Da quando l'avevo sognata, attendevo il momento giusto.
Perchè uno non valeva l'altro. Dovevo essere arrivata, là dove lei mi aveva mostrato.
E niente, son tanto contenta.

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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