lunedì 24 aprile 2017

Più del mare

Ieri ho deciso che i bambini mi piacciono più del mare. E io me lo sposerei adesso, il mare.
Abbiamo dato una mano ad un'amica che gestisce una fattoria didattica, mettendo a disposizione le nostre competenze. Le mie, di apprendista maestra e socia di maggioranza della "forever child association". Le sue, più dignitose, di ispettore forestale e fotografo naturalista.
Così  abbiamo messo in fila questi nove tipetti svegli, e via nel bosco. 
Poche indicazioni: osservare moltissimo, parlare pochissimo, raccogliere nel sacchettino in dotazione cose interessanti da poter analizzare in seguito.


E così, da un sasso all'altro, col torrente celeste che sciabordava appena sotto, i piedi andavano ora lesti ora pensosi, mente le mani facevano incetta di piccoli tesori.
Lui davanti a fare strada, io dietro a serrare le fila, e in mezzo le cento domande, i mille stupori. Di chi è questa tana? Come si chiama questo fiore? Perchè il bruco ha i peli? Ma il fiume, dove va adesso?
Sulla strada del ritorno la bambina di prima elementare mi dice che lei non si innamorerà mai, perchè deve aprirsi un'azienda agricola e non avrebbe tempo. La più piccola infila la sua mano nella mia e non mi lascia il tempo di rispondere.
Lui camminando si volta, cerca i miei occhi, e nel sorriso che mi fa c'è la stessa gioia perfetta che anima i passi dei piccoli esploratori.
Quando arriviamo a destinazione cerco affannosamente la bimba che si negherà l'amore.
Magari, le dico prima di consegnarla alla mamma, potrebbe aiutarti a mangere le mucche. Pensaci.
Ride spettinata, mi saluta con la mano.

sabato 15 aprile 2017

Gente, animali

Avranno avuto trent'anni. 
Lui un po' sovrappeso, pantalone della tuta da giorno di ferie pre-pasquali e maglietta infilata dentro.
Lei colossale, gigantesca, impedita nei movimenti. Ma non proprio tutta, il suo tanto si sviluppava dalla vita in giù. Una cosa seria, una deformità.
In un camerino si provava dei vestiti. Lui molto animato le scovava i pezzi giusti, le cercava le taglie, cambiava gli scarti e chiedeva ragguagli alla commessa. Poi attendeva che lei indossasse.
Quando la tenda si scostava poco poco, lui infilava la testa dentro e se la rimirava.
"Vediamo... Sì, è perfetto questo abbinamento, ti sta benissimo! Vuoi provare anche questo? Guarda che colori!". 
Tenace, appassionato, proteso.
Ho pensato che era una cosa bella ma triste.
Ho pensato che non vorrei qualcuno a occuparsi di me a quel modo.


Mi piacciono i regazzi, mi piace la loro compagnia. Non posso sentir dire che sono menefreghisti, superficiali e cialtroni. Chi si riempie la bocca di queste banalità qualunquistiche, dovrebbe chiedersi cosa lascia loro. Quale testimone passa. Quali azioni ha speso, perchè sia buona la terra che consegna alle loro mani.
L'altra sera ho attraversato il bosco con un gruppo di ventenni, fino alle pendici di un bel monte costoluto. Dovevano girare alcune scene per un cortometraggio e non conoscevano la zona.
Ho fatto loro un sacco di domande rasentando l'invadenza e li ho ascoltati parlare. In un modo sollecito e informale, ma sempre educato, mi hanno raccontato dei loro sogni ambiziosi. 
Li trovo ingenui sì, paiono da un'altra parte. Sfugge loro la complessità di quanto li circonda, che chiederebbe a gran voce presenza, azioni, scelte precise. Ma la colpa è nostra. Quando protestavano abbiamo elargito ciucci e caramelle per riempirgli la bocca, quando si opponevano abbiamo spiegato. E spiegato, spiegato, spiegato fino alla nausea, strappandogli via le parole.
Eppure, anche se abbiamo portato via loro la possibilità di caricarsi sulle spalle il peso (e la gioia) delle responsabilità, io li vedo splendere. Hanno questi occhi pieni di altrove che mi spezzano il cuore. Come se la realizzazione dei loro sogni, il loro mondo perfetto, non fosse qui.


La mia bestiola cresce. Travolge ogni cosa animata e inanimata con la sua energia vitale dirompente: corre, scava, sgarfa, lecca, morde. Mi regala risate pure e bambine, quando la guardo rotolarsi nella sabbia in riva al fiume. Si solleva impastata e felice, poi mi guarda che pare dire grazie.
Grazie a te, Olli.


mercoledì 5 aprile 2017

Sgrunt

Mi riesce facile motivare e sostenere altri. Mi riesce difficile farmi sostenere, perchè spesso evito di dire. Che ha dell'incredibile a pensarci, perchè rispetto ai miei drammi esistenziali sono stata di un'incontinenza tragicomica. Da bambina fagocitavo chicchessia: bastava una prossimità umana, di qualsiasi grado e genere.
Non più. 
E se da una parte questo è un bene, perchè mi adopero per trovare le risposte più calzanti, le mie risposte, dall'altra tendo ad andare in accumulo. Tra un pazienza e un passiamo oltre, finisco per raggiungere il colmo senza alcun preavviso e - apparentemente - senza oggettiva e sensata giustificazione.
Mi cade di mano qualcosa. per dire, e vien giù il finimondo. 
Sarebbe il caso dare voce ai fastidi. In modo giudicante (eh sì, a intervalli regolari vorrei smettere di dire "ma forse lui/lei intendeva"...), polemico e per nulla a modo. Oppositivo e scorretto. Fanculizzando senza ritegno ed esclusione di colpi.
Ci penserò.


Per il momento ho voglia di elencare alcune cose che ODIO.
1) Chi pensa solo con la sua testa. Del tipo "io faccio così, ho sempre fatto così = così è buono ed universalmente valido (ma come mai nessuno mi capisce?)".
2) La routine. Dopo un poco do di matto: ho bisogno di scompaginare le cose, di cambiare un orario, di ficcare nei gesti obbligatoriamente ripetuti un naso rosso, un segnavia azzurro, una birra ambrata, uno slip iridescente, una sorpresa nella carta gialla, una coperta a scacchi fatta per i baci e l'erba.
3) Quando mangio la mia merenda e qualcuno mi chiede se può averne un pezzo. Idem quando finalmente riesco a concedermi cinque minuti per fare pipì e appena mi accomodo qualcuno bussa alla porta. La MIA merenda, la MIA pipì. Alla larga, please.
4) Le sfingi. Mai un cedimento, un neurone storto, un muso, una risata grassa, occhi roteanti, mani scomposte. Sorriso (se tale si può definire quella smorfia di vaga condiscendenza) appena accennato e che pare dipinto. Detesto, detesto, detesto.
5) Le sfingi di cui sopra che se ti infervori, ti incazzi, ti esalti, ti domano con un flemmatico: "calmati, non alzare la voce", tipo San Francesco con il lupo. Da coltello fra i denti.
6) Il cielo grigio e traslucido che fa strizzare gli occhi e accavalla i pensieri.
7) Chi ravana nel torbido. Chi sguazza negli irrisolti. Chi si nutre di sussurri, discordie, ugge.
8) I ritardatari cronici.
9) Le scarpe con le zeppe.
10) Quelli che studiandoti con la testa appena inclinata dicono partecipi "ti vedo stanca". E dunque? Puoi sollevarmi in qualche modo? Mi cancelli le occhiaie con un clic? Ti sostituisci a me quest'oggi di modo che io possa schiacciarmi un pisolo? No. E allora muto.
Sì ecco, mi pare di stare un filo meglio.

sabato 1 aprile 2017

Paura e rispetto


E' vero, torno sempre là. Ma mica vado io alla ricerca delle vicende amorose, son loro che mi trovano.
Ho saputo qualche giorno fa di un affair: sposata lei, separato lui.  I due non volevano certo che la cosa salisse agli onori della cronaca, ma le bugie hanno le gambe corte. Qualcuno li ha beccati e ora io so. Come so io, sapranno altri, che (immagino e spero) eviteranno di rendere virale la questione. Se la grattino gli interessati.
Sicuramente il marito di lei ancora vive nell'oblio, ed è questo a farmi fremere un pochino le froge. Che si guardi a lui pensando "ecco quel poveretto...", mi causa un certo disagio.
Perchè di tutte queste faccende sentimentali/erotiche/coniugali mi salta all'occhio unicamente il tema del rispetto. 
Ribadisco per l'ennesima volta che son stata oggetto e origine, in tempi diversi, di menzogne,  tradimenti e altri irrispettosi inganni. Che proprio l'averli attraversati in prima e terza persona mi ha condotto al personale diktat secco ed incisivo: se rispetto non mento.
Certo che può accadere, ci mancherebbe. Di confondersi e invaghirsi, di scoprire che quel che si credeva amore non lo era affatto, di ritrovare vibrazioni e palpiti perduti. 
Ma nel momento stesso in cui avverti lo sfarfallio e porti le mani al petto colto da stupore, la storia precedente è già morta e sepolta.
A quel punto, non si può star lì a tergiversare. A sezionare la nuova avventura per capire se sarà davvero l'idillio immaginato. 
Già, perchè se poi non si rivela all'altezza? Se non dà alcuna garanzia di continuità e solidità (dato che per definizione l'avventura è indeterminata)? Si può fare marcia indietro, no?
Eh no. 
Oddio, è all'ordine del giorno. Storia extraconiugale inconfessata finita malamente, pianti e stridor di denti, rientro nei ranghi a capo chino (e cosparso di cenere).
Io non capisco il senso. E' tutto lì sul tavolo, chiaro e ben allineato come un'equazione matematica. Che poi va bene, mi si parla dei figli, del dolore che all'altro si causa, dei genitori anziani e del lavoro precario. Tutto sacrosanto e lecito e umano. 
Ma io chiamo questo: paura.
Perlomeno la mia, era squallida paura. Ho provato a camuffarla dietro a buone intenzioni, a raccontarmi che si chiamava abnegazione e sacrificio, ma squallida è rimasta, fino all'ultimo giorno. 
E' che rispettandosi ci si libera.
Che liberandosi, si libera rispettosamente l'altro.
Che l'altro ha - eguale - diritto all'Amore.

sabato 25 marzo 2017

Lavori in corso

Son soddisfazioni grandi. A dire il vero, mai avrei pensato.
Proprio io, che perdevo sostanza quando coglievo vaghi cenni di dissenso, se mi pareva di deludere, di non corrispondere. Quando mi si attribuivano intenti, parole, silenzi, che non mi appartenevano. Se non leggevo me, nell'immagine che davano di me.
Poi succede che qualcuno ti dipinge proprio male - calando buone dosi di veleno - e capita (sorpresa!) che non ti capovolgi tutta, che non ti metti per l'ennesima volta al muro e non tiri fuori le budella così, a gratis.
Capire che tutto sommato passo oltre, è un piacere non da poco.

Invece non vengo a patti con la mia parte aerea e molle. 
Quella ma che dolce anima sensibile e luminosa!, però la realtà è fatta di terra. Legni. Ossa.
Quella che costruisce barchette coi gusci di noce e immagina rotte e approdi, senza economia. 
Quella che ancora vede nelle altrui intenzioni le sue.
Cazzo, ma ancora non mi entra in testa?
A ben pensarci ci sarebbero delle strategie operative, piccoli e semplici accorgimenti per sognare un po' al ribasso. Che starei tanto meglio.
1) smetterla di indossare queste:


2) darci un taglio con gli Smarties (che quando li tiro fuori dal tubo, vedo quale colore vince) e con i Fonzies (che in ogni pacchetto ce n'è uno ciccione, sempre);
3) piegarmi alle scarpe adatte ed acquistare finalmente un paio pantofole;
4) finirla con gli spuintini in macchina, che son briciole dappertutto;
5) abbandonare il cuscinetto Ikea, che abbraccio languidamente durante il sonno.
Dovrei provare, magari non ne esco grigia come penso.

venerdì 17 marzo 2017

People



Sono state giornate di immersione umana, non sono avvezza.
Domenica c'era un festival letterario interessante, non proprio sotto casa, ma ci tenevo tanto. Prima della conferenza abbiamo trovato tempo per la mostra fotografica, una gioia di burrasche, onde spumeggianti e diari di bordo da capitano di ventura.
Ho visto questa vecchina col bastone, bella proprio, che davanti ad ogni foto sostava assorta. Il marito, pur se meno provato fisicamente, appariva un poco stufo. Lei si è voltata appena un pelo a dire (secca, ma con garbo): "caro, se sei stanco mettiti pure seduto". 
E checcazzo (ndr).
Poi cose da vedere, da ascoltare e gente, tanta. In sala, menre Bjorn Larsson raccontava il mare, non riuscivo a staccare gli occhi dalla moltitudine, come se ogni corpo presente mi si mostrasse pieno di tracce, di segni e io dovessi assulutamente fare in tempo a tradurli uno ad uno.
Quei due, così legnosi e grigi. Lei che gli rubava le risposte e diceva le parole sue, lui che s'era dimenticato di saperle. Stavano tutte incastrate in quella schiena le sue parole mute, così rigida, in quei capelli, così immobili.
Poi la signora davani a me, una coda di cavallo tanto libertina su due spalle pingui e vinte. Quel neo così brutto, sulla nuca, ma forse nessuno mai l'aveva baciata lì (ma qualcuno, l'aveva mai davvero baciata?) e aveva potuto notarlo, guardarlo. Volevo avvertirla io. Ma non ho avuto coraggio.

Martedì la giornata l'abbiamo passata in un reparto di ospedale. Che appena varchi la soglia stai in un altro universo, con regole e linguaggi e codici tutti suoi. Ma basta un attimo. Un paio di pantofole, un sentore di brodo, un neon che occhieggia e sei già dall'altra parte, un poco meno vivo. E quando fa sera ed esci, tiri l'aria in petto che è un piacere.
Insomma anche lì, tra infermieri e medici (adesso che non indossano tutti zoccoli Scholls puoi capire tante cose dalla calzatura), tra pazienti allettati e in transito, e varie tipologie di parenti in visita (ma quella bionda con il rossetto, sarà la moglie o l'amante?) m'è parso di stare sotto un bombardamento. Colori, voci, odori, intrecci di storie. Non posso esimermi. Perchè mentre guardo la caposala algida e severa giungere coi referti, mi sembra di cogliere una debolezza nel passo. Allora dico una cosa stupida, senza senso e lei sorride largo, che la vedo bambina. Ecco.

Che stanchezza. Che bellezza.

venerdì 10 marzo 2017

Donne du du du


Non si poteva concepire di lasciare i piatti nel lavello. Una volta intendo. Toccava subito rigovernare, pena un senso inestinguibile di fallimento, disfatta e colpa.
La nonna, che ci teneva ad introdurmi ai garbati e operosi compiti domestici propri delle ragazze da sposare, li lavava subito dopo aver messo la mela gialla sul piattino del nonno.
Voleva che asciugassi le stoviglie, man mano che lei sciacquava. E io polemizzavo.
A cosa serve asciugare se hai lo scolapiatti? E' una perdita di tempo!
E già a discutere. Idem per spolverare, stendere i panni, stirare. Passava col ferro pure gli strofinacci, nonna.
La mamma no, lei era moderna, lavorava già tanto fuori casa. Che la sera mangiavamo un panino caldo col formaggio che colava. O penne al gorgonzola. Il piatto più elaborato che mi proponeva era il petto di pollo con la panna. La panna veniva giù a fiumi a quei tempi e io ne andavo matta.
Con la mamma i lavori di casa si facevano random. Senza metodo insomma. A volte tutto un repulisti, altre ci si dimenticava della polvere e dei letti sfatti e si andava a spasso. Al mare. A comprare perline. A mangiare un gelato. A vedere i fuochi sul molo.
Grazie alla mamma, non entro in conflitto se a volte lascio i piatti della cena nel lavello. Se non passo regolarmente la polvere e spesso impilo la roba da stirare. Poi ancora impilo. 
Grazie alla mamma, propendo per andare a spasso. Al mare. A comprare perline.
Sensi di colpa, zero.

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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