lunedì 16 aprile 2018

Domenica


E' domenica, suonano le campane. Mi cambio in camera, la porta che dà sulla terrazza è socchiusa, entrano odori (sì sono tornati, assieme al cinguettare degli uccelli al mattino): terra, vento, erba.
Mi sfilo la maglietta davanti allo specchio, mi guardo. E lì resto, le braccia lungo i fianchi, i capelli sciolti sulle spalle.

Quante volte nel tempo ho sentito suonare le campane della domenica? E dov'ero, cosa facevo, in quale giorno si infilavano il mio corpo e i miei pensieri?
Le domeniche con le calze bianche e le scarpe di vernice sotto il banco della chiesa, piedi e occhi inquieti, mai paghi. O quelle con il telo da mare e la nivea blu nello zaino in spalla, via di corsa che l'autobus scappa. Le gambe da donna, che si credono bambine vanno via scomposte.
Le domeniche in cui la mamma grida alzati, è mezzogiorno e l'unica preoccupazione è nascondere la minigonna prima di uscire, vestita a modo. Poi cambiarsi e truccarsi nel sottoscala.
E quelle su e giù dai treni, le lasagne e il sugo di pomodoro in valigia, le pagine di Siddharta piene di appunti.
Certe domeniche gonfie di sonno, che i bambini saltano sul letto. Fuori piove un'acqua brumosa e da qualche parte, qualcuno, ha fatto il caffè.
E poi questa domenica di rondini. Io mi preparo per la gita (ma quanto mi piace vagare?) mentre tu canti in cucina un pezzo degli U2.  I’ve been thinking about the West Coast...

E' una domenica di tante, eppure è una sola e diversa fra tutte, perchè sfioro la mia pelle di latte, e carezzo una bambina, una ragazza, una donna. Che mai mi ero voluta così.

giovedì 12 aprile 2018

Non li vogliamo


Stiamo spegnendo i bambini. Impediamo loro di esserci, vedere, sentire, avere domande.
Qualche sera fa, al ristorante. Dietro di noi due fratellini pigiano compulsivamente i tasti di una specie di pianola, producendo suoni stridenti. Pigiano a caso, ma la pianola attacca sempre quei due o tre pezzi di allucinante bruttezza. E una volta, e due, e dieci.
Ci voltiamo, come a far capire che gradiremmo cenare in pace, ma nessuno vuol far caso. 
Quasi in sincro, nel tavolo a fianco piazzano due ragazzini appena più grandi davanti al tablet, con un film di animazione. Ovviamente, niente cuffie in dotazione.
Ecco, al di là del fastidio, resta un sapore sgradevole in bocca. Resta l'impressione che non li si voglia sentire, con la scusa ufficiale che "si annoiano", e che "non possono stare seduti così a lungo".
I miei genitori sessantottini frequentavano una nutrita compagnia e si gozzovigliava spesso. Ho un bellissimo ricordo di quelle serate - in cui ero l'unica bambina - e del piacere che provavo ad osservare, capire e cogliere il senso delle battute, dei discorsi. Mi divertivo un mondo.
Il mio immaginario ha messo le prime timide radici in quelle storie di viaggi, amori, ricette, letture. Si sposavano, partivano, pubblicavano scritti, teorizzavano postulati. Ma anche si ubriacavano, cantavano e a volte dormivano in auto.
Pure i miei figli han sempre goduto delle occasioni conviviali, al ristorante o a casa di amici. Hanno fatto domande, riso di gusto, partecipato alle chiacchiere. Che poi, con quattro pennarelli si può disegnare sulla tovaglietta di carta e un gioco di carte fa passare il tempo, nell'attesa delle patatine. Senza isolarsi, senza perdersi.
Ecco, questi genitori del ristorante tra qualche anno andranno dallo psicologo. Cercheranno di capire perchè i loro figli adolescenti hanno tagliato con il resto del mondo, perchè non parlano e non ascoltano. Si dispereranno per quella teste chine, quelle dita febbrili e gli infiniti silenzi.

martedì 10 aprile 2018

Regali



Da quando l'avevo sognata, attendevo il momento giusto.
Perchè uno non valeva l'altro. Dovevo essere arrivata, là dove lei mi aveva mostrato.
E niente, son tanto contenta.

sabato 7 aprile 2018

Posseggo



Posseggo poco, quel che bisogna
ma nel mio regno si ride e si sogna.
Di tre cuscini sono padrona
fantasia floreale, in cima alla poltrona:
legifero che restino nella di me attesa
forma di culla, nicchia sospesa.
Mi proclamo ammiraglio della tazza celeste
nel tè al bergamotto affondo un biscotto.
Sorseggio, e decreto con voce tonante
"mia cara zolletta, squagliati all'istante!".
Il capo io sono di orecchini pendenti
calzini spaiati e fermagli lucenti:
li cambio di posto a mio piacimento
li accoppio, mi addobbo
maestosa mi sento.
Poi esco, vestita di niente.
Comando a bacchetta dei piedi le dita,
le piante, i talloni, la caviglia ardita.
E quando obbedienti si muovono a tempo
quando oscillo e danzo
esilio le scarpe:
il mio, è un esercito scalzo.
Quel che bisogna posseggo, ed è poco
ma non mi si rubi un pendente, un biscotto,
un minuto, un cuscino
una danza, un silenzio
o un solo calzino.


lunedì 2 aprile 2018

E' che

E' che sono stata qui:





  
 

 


Ed è che quando ero là, avevo addosso una forza, un'energia, uno spirito bello e curioso e allegro, anche se dormivo meno di niente. Anche se c'era il vento. 
Non ero mai stanca: neanche uno sbadiglio, un mal di testa, un pensiero bigio, un'uggia.
Sul volo di ritorno avevo appuntato mille cose da raccontare - mari, persone, cannoli, salsedini - e adesso "puf", nessuna parola mi pare abbastanza giusta.
Devo riprendermi, tornare quaggiù.

venerdì 23 marzo 2018

Time

Mi sembra sia arrivata, nonostante il termometro. Me l’hanno detto i calabroni: come sempre di questi tempi, ieri lavoravano alacremente per cementare una decina di vecchi buchi sul muro esterno. Li tappano e poi se ne vanno, non li si vede più. Olli saltava al sole, cercava di prenderli, abbaiava.

Sta accadendo qualcosa che speravo non mi toccasse mai. Non sono fatta per spingere e sgomitare, per alzare la voce e far valere con la forza i miei diritti. Son vigliacca. Mollo, rinuncio, alzo le mani e accolgo la resa. 
Ma non è sano, non proteggo me stessa e le persone che amo. Quindi stavolta scendo in campo. 
Ecco, forse l’averlo deciso mi rende inquieta, esposta. Mai come in questi giorni provo rabbia e insofferenza nei confronti degli orari (ora di cena, ora di alzarsi, ora di andare alla riunione...), degli obblighi, dei tornelli e degli imbuti in cui infilarmi, a cui piegarmi, volente o nolente. 
Mi vien voglia di fare tutto a modo mio.
Di passare un intero pomeriggio a letto con il vassoio posato di lato, un po’ pranzo, un po’ cena.
Di farmi fuori tre stagioni di una buona serie, ore ed ore di assenza, di blackout, ottundimento.
Di stare mezza nuda, che pure non è stagione, ma qualsiasi bottone, elastico, zip, lacciolo, mi pare giogo, cappio.

E ancora mi tormenta la questione del tempo.
Resta l'impressione che qualcosa di incompiuto mi chiami, che un talento, un'inclinazione, chieda a gran voce degno ascolto, giusto spazio. C'è da fare, è richiesta la mia azione (no, davvero, nessuna presunzione) e l'orologio ticchetta. Ho poco da pensare, tocca agire in fretta.


venerdì 16 marzo 2018

Post molto lamentoso


Non ce la faccio più, oggi fanno dieci giorni di tempo di merda. Ok, intervallati da due mezze giornate variabili, ma sai che goduria. Inoltre pare che il fine settimana (nonchè l'inizio della prossima), tenga in serbo fresche e umide sorprese. Ho un bisogno assoluto di star fuori, camminare, annusare, scattare foto. Voglio i baci del sole, voglio le braccia scoperte. E' un'urgenza vitale, tanto che negli ultimi giorni ho cominciato ad annaspare in cerca del respiro. 
Fame d'aria, credo si chiami così.
Che poi il sole basterebbe a farmi contenta per metà, che è già qualcosa. Ma per la contentezza a tutto tondo vorrei che le braccia al sole potessimo metterle in due, possibilmente stesi su una coperta in un mare di crochi e primule. 
Sono cane, lo so e l'ho già detto mille volte. Sono cane da sempre, perchè i cani li capisco da come si muovono, da come guardano, perchè sono allergica ai gatti e, per quanto ci provi, i felini non so toccarli nel modo giusto. Sono cane perchè non godo di spirito svincolato e di lieta indipendenza. Io vivo connessa, fortemente connessa e le cose per me sono belle e bellissime quando le tocco assieme ad altre mani, o le attraverso insieme ad altre gambe. 
E mentre Dama scriveva dei cani dipendenti, della loro (assolutamente reale) ossequiosa fedeltà, ho sentito una fitta al cuore. Ho visto gli occhi dolci e pieni di domande della Olli, così amorevoli da far male, da farmi sentire inadeguata, mai abbastanza attenta, presente e pronta a infilare le scarpe appena smette di piovere, per una sgambata a due.
E tristemente, mi son sentita così tanto cane, così irrimediabilmente cane, da pensare che vorrei un paio di vibrisse.

lunedì 12 marzo 2018

Hobbies


Chiacchieriamo, prima di spegnere la luce. Scherziamo, sulle sue tante e intense passioni, sulla natura che ha, iperattiva.
- Sei fortunato, hai solo l'imbarazzo della scelta.
- Ma anche tu hai sempre mille cose, dai...
- Sì che ne ho mille, ma non sono travolgenti come le tue.
- Non è vero, sei sempre lì che traffichi su qualcosa.
- Boh. Io non ho hobbies. Anzi sì, ne ho uno solo, è che per applicarmi mi tocca aspettare te.
Rido.
- Scema.
- Scemo tu.
Ride.

C'è alll'inizio di ogni storia, un tempo vago e incompiuto in cui i pezzi dell'altro si svelano uno per volta. Mi è sempre tanto piaciuto quello spazio di ovatta e attese vibranti, in cui si può scegliere dove far luce. Le spalle, un ricordo d'infanzia, la curva della schiena, l'inclinazione per il cioccolato, le cartacce sul sedile del passeggero. Ogni volta un frammento si accosta ad altri, si somma al resto, compone un corpo, la sua storia, i suoi moti.
E anche le braccia prendono le misure e i passi, per allinearsi e trovare la cadenza. Le bocche si aprono troppo, poco, le lingue spingono decise, lievi, fino a quando trovano simmetria e concordanza o destano un gemito. Allora sì, va bene così, ti bacerò in questo modo, mi piace, mi piaci, assaggiami qui. Nel mischiarsi delle carni, in quella danza dolce, nelle odorose scie, nelle penombre, gronda la vita, spinge una forza antica. Questo è l'incanto.
Ma come si fa, a non covarne il desiderio, a non volersi immergere in quell'estratto di vita?
Onorare l'amore e tendere all'incanto anche dopo, quando è passato il tempo della scoperta, è per me una scelta consapevole e precisa. Perchè è un niente che la routine di tira dentro e ho lavorato tanto, ho un filo di mal di stomaco, fuori piove, ho litigato con la collega, sono stanca, sta per venirmi il ciclo. Un niente.
E allora io lo coltivo il mio hobby, ci metto passione. Sia mai.

sabato 10 marzo 2018

In pillole

E lucean le stelle
e olezzava la terra...
...E non ho amato mai tanto la vita!

Ho presentato ai ragazzi di quinta la Tosca: trama, testi, arie celebri. Proprio a loro, che per sembrar grandi cantano Rovazzi, Fedez e Fabri Fibra. A loro, che mi dicono Cremonini è vecchio.
Pensavo sarebbe stato difficile mostrare la grandezza di qualcosa che a dieci anni può suonare polveroso, ridondante, tremendamente distante.
Invece no. Non aspettavano altro che il momento in cui, alla fine delle lezioni, ci piazzavamo lì vicini vicini, libretto alla mano e fiato sospeso, a seguir la bella Tosca fra spasimanti e intrighi.
Che alla fine, quel muoio disperato, c'ha commosso tutti.
La maestra ci ha fatto ascoltare Tosca per farci conoscere la musica, il teatro e il canto, così dentro di noi le emozioni scoppiano e abbiamo tante idee per scrivere.
Son soddisfazioni.

E' difficile di questi tempi fare gli educatori. Soprattutto quando guardi con altri occhi - attenti, protettivi - alla rete, agli youtuber, alle storie di Instagram, alle insidie di Fb e agli influencer. Magari vai pure a guardare un po' in rete che faccia hanno questi nuovi guru e quali illuminazioni condividono, condiderando che pilotano scelte, opinioni, consumi.
Ecco, questa è un'influencer e ha 36 mila follower:

Voi direte "ma cosa vuoi che piloti questa cretina?", invece pare che si sia arricchita con la pubblicità e si mantenga grandemente, dopo esser stata colta da fulgido pensiero sulla strada di Damasco. Una trovata che rasenta il feticismo (o semplicemente l'assenza di cervello): la ragazza registra dei video in cui spiaccica la faccia su vari alimenti. E fine, è fatta. 36 mila follower.

Il cosmo, gli dei, Madre Natura, diano agli educatori gli strumenti per crescere ragazzi capaci di pensiero divergente. Amen.

sabato 3 marzo 2018

Chiave


Sette spose per sette fratelli. Lo guardai alla tv dai nonni, avrò avuto quattro anni. Ricordo perfettamente i miei goffi tentativi di emulare qualche passo, in particolare quello in cui si batte energicamente il tacco sull'impiantito.
E' inziato da qui, credo, il mio trasporto per il musical, che ha sempre avuto il potere di condurmi Altrove. In un posto bello, dove la gente canta e batte forte i piedi e piroetta prima di un bacio.


Poi è arrivata Mary Poppins, con il bellissimo sorriso di Julie Andrews e giù a danzare assieme allo spazzacamino intonando cristallina: "com'è bello passeggiar con te Bert, raro per davver sei tu" (la so ancora tutta, parola per parola).


A seguire il Mago di Oz, con lo struggimento che mi dava e tutt'ora mi procura il volto dolcissimo di Judy Garland che attacca una Over the Rainbow senza eguali.
Potrei andare avanti anno per anno, in una meravigliosa escalation tanto personale quanto relativamente condivisibile. Aggiungo solo che per la festa di laurea mi travestii da Satine, di Moulin Rouge e credo sia tutto detto.


L'altra sera ho finalmente visto La La Land, con Gosling e la Stone. Avevo letto le recensioni, pesato i commenti degli amici e della critica. E non so perchè ho procrastinato, forse temevo di aver perso l'incanto, l'occhio sgranato, il piedino che batte il tempo, la lacrima facile. Temevo di dover constatare, che non so più andare Altrove.
Invece non solo li ho raggiunti lassù, sopra la City of stars, ma ci sono arrivata volando, con le braccia spalancate e il sorriso fesso.
Ce l'ho ancora la chiave per Altrove, volevo dirvelo.

mercoledì 28 febbraio 2018

Questioni capestro


Accade che le donne (insicure) pongano quesiti inopportuni, oscuri e penosi.
E se la tua ex compagna del liceo, quella con le tette grosse, ti avesse chiesto di metterti assieme a lei? 
Amore, se io morissi, come faresti tutto solo?
Se ingrasso tantissimo, poi tu mi ami lo stesso?
Metti che una gran gnocca ti attacca bottone sul tram..tu, che fai?
E se un giorno arrivassi a casa e io non ci fossi più? 
Secondo te, sono sciupata?
Insidie ovunque. L'ignaro maschio dovrebbe sapere che nessuna risposta sarà abbastanza buona, appagante o risolutiva. Quindi tanto vale sparare a caso.
Quello che conta è non mostrare leggerezza: va esibito un certo turbamento. Che non significa tentennare, anzi. Perchè se uno tentenna sull'ex compagna di liceo, la vedo duretta.
Nel mio storico le domande capestro sono sparse un po' ovunque, come il prezzemolo. Me n'è venuta in mente una vergognosa, che non oso neanche riportare. Credo che proverò a resettarla.
Insomma il bello è che non mi vengono quasi più. Anzi, direi che non mi vengon più.

sabato 24 febbraio 2018

Di quiz, di chat

Un annetto fa, complice Figlio Piccolo, ho scaricato Quizduello sul nuovo telefono.
Il giochetto ha i suoi anni, ma io l'ho scoperto da poco e mi piace un sacco. 
In sostanza si sfida un avversario casuale (poi con alcuni si fidelizza, soprattutto se si è più o meno allo stesso livello) e ciascuna partita è divisa in sei turni, consistenti ognuno in tre domande a tempo da 20 secondi ciascuna. Le domande si dividono in 19 categorie (letteratura, scienza, sport, tecnologia, attualità...).
Lo scopo è accumulare dei punti, ma io non so neanche quanti punti ho, perchè la sera mi faccio due partitelle per allegria, prima di spegnere la luce.
E fin qui tutto ok.
Una sera noto una busta a fianco dell'avatar dello sfidante, e la pigio. Scopro così che l'applicazione comprende pure una chat (ma poi, a cosa cacchio può servire una chat a due che si scervallano su domande del tipo "quale scienza studia le leggi del moto degli atomi e delle particelle subatomiche?"...).
Da lì in poi, non facevo in tempo a rispondere alla prima domanda che zac!, arrivava il fatidico messaggio per fare conoscenza. Un fastidio. Che io son qui per giocare e poi prendere sonno, mica per fraternizzare con anonimi senza volto, no?
Il primo messaggio in genere la prende larga. Ciao, io sono Matteo.
Altre volte va dritto al sodo. Uomo o donna? Ragazza o signora?
In certi casi lo stile è paleolitico. Cosa sei? Oppure: età?
Non rispondo quasi mai. Uno, perchè non ho voglia, e due, perchè sono su Quizduello. Non su Meetic.
Ma qualche volta, come si può vedere, salta su con la molla la quindicenne linguacciuta e bellicosa che so essere, e mi scappa una vena stronzettta.



Come potete vedere, i soggetti, una volta sondato il terreno (c'è da chiedersi cosa si aspettino di trovare...una che intavoli discussioni sul colore del suo perizoma?), mollano chat e partita ipso facto. Come a dire che son lì per rimorchiare e basta.
La cosa mi mette un po' di tristezza, forse perchè fa pensare alla solitudine, all'isolamento, all'attuale incapacità di porsi frontalmente e fisicamente dinnanzi all'altro, per scoprirlo gradualmente dai gesti, dai silenzi, dalle espressioni del volto. I passaggi saltano tutti: non mi avvicino studiando prossimità e distanze, non cerco il momento giusto per presentarmi, svelarmi, non mi preoccupo di poter essere sgradito. Tanto basta un clic, e l'interlocutore non c'è più.
E poi, per concludere, anche fosse che uno ci prova, dove minchia sono finiti il senso dell'umorismo, l'ironia, il gioco, la voglia di usare in modo anticonvenzionale le parole? La migliore carta che piazzi sul tavolo è Chi sei? Ma per favore.


martedì 20 febbraio 2018

Pesci


Mi stavo appisolando sul divano. Sospesa fra il sonno e la veglia credo di avere immaginato, più che sognato. Ero un pesce d'acqua dolce, un pescione immobile, grosso e brillante trasportato dalla corrente.
Per una come me, tutta un guizzare e nuotare e calarsi giù, è una cosa bella questo nuovo lasciarsi andare. Cazzo Gioia, mica puoi sempre agitare le acque, no?  Qualche volta dovrai pur mollare la presa e guardare le cose scorrere!
Appena ho avvertito quell'inerzia, che mi è parsa ignavia, il cuore mi è partito a mille. Con un repentino colpo di coda ho voltato il mio pescione in direzione opposta e contraria, spingendolo a testa bassa fra i flutti, i sassi, l'urto impetuoso e travolgente dell'acqua azzurra.
Son stata subito meglio. Ecco, io non ho la pasta per stare, io so stare quando lancio alti i sogni, i progetti, le belle idee, e ogni giorno metto giù la mia piccola pietra, per farli sostanza.
Mi tocca sempre guardare avanti, buttare il sacco oltre l'ostacolo, acchiappare desideri da cullare.
E' la mia condanna. Ma forse è anche la mia grazia.

martedì 13 febbraio 2018

Distanze


Sei anni fa partecipavo ad una settimana di formazione intensiva a 400 chilometri da casa. Era la prima volta che lasciavo la mia casella quadrata da sola e mi allontanavo così tanto, e per così tanto tempo.
Si sa, mai tenere fermo qualcuno se davvero lo si ama, se davvero non lo si vuol perdere. E noi eravamo in due a soffocare, limitare, giocare la carta del senso di colpa. Quanta paura.
Ebbene parto col vecchio Peugeot e molte carte geografiche (il vecchio Peugeot non aveva il senso dell'orientamento) e tutto un frullar d'ali dentro, neanche mi apprestassi ad una traversata oceanica a bordo di un guscio di noce.
C'è un diarietto rosso in cui sono fissati, come piccoli fuochi accesi, tutti gli incontri, le suggestioni, le stranite colazioni (era tutto da reimparare, tutti i gesti da ritrovare), l'intensità di odori e colori e sapori di quela settimana gialla d'agosto che pareva imbastita per me. 
Nel mio stesso albergo alloggiavano diversi corsisti; fra questi una donna matura con l'aria fiera e bella, che mi catturò da subito e che da subito cercai di avvicinare. Stingemmo amicizia il secondo giorno durante una pausa caffè e per il resto della settimana, appena le lezioni terminavano, condividevamo la passeggiata fino all'hotel, un apertitivo, una cena in piazza. 
M. era una terapeuta, una nonna, una scrittrice e aveva dentro storie, così tante storie che non mi satancavo mai di sentirla parlare.
Una sera, mentre ci perdevamo tra i vicoli in quel languore estivo, le chiesi dell'amore. Volevo sapere se l'uomo a cui era sposata la amava, se lei lo amava. 
Prima di raccontare, prima di nutrire il mio cuore affamato, sospirò e mi sorrise come a chiedermi se ero pronta.
Sappi di lei, una sposa troppo giovane e due figli arrivati subito, uno via l'altro. Mi parlò dell'amore che ha forme diverse e di com'è diverso il nostro modo di amare attraverso il tempo.
Adesso sì, poteva dire autentico e profondo il sentimento che la legava al marito, era certa di quel sentire e lo definiva amore. Ma non prima. Prima di incontrare l'altro, quello che aveva scombinato tutti i suoi fogli, quello fuori dal recinto, che aveva fatto impallidire le sue minute, esili certezze.
Mi parlò della passione che acceca e devasta, del corpo che muta e si protende e si fa molle, di squallidi motel e folli corse in autostrada. Disse che l'aver scalzato i paletti, l'aver buttato all'aria i suoi disegni di bambina, l'essersi trovata scoperta, nuda, sola, le aveva permesso di capire cosa realmente le appartenesse e volesse per sè.
Ascoltavo trattenendo il fiato, con la sensazione precisa che quella storia avesse a che fare con la mia. 
Pochi mesi dopo, mentre attraversavo l'Italia con gli occhi gonfi di notti bianche e nostalgia, la chiamai, per sentire la sua voce.

sabato 10 febbraio 2018

Bulli


Figlio Piccolo, quando era proprio piccolo, faceva paura. Paerva un mini samurai in versione accelerata e torva. Incazzoso, rissoso, polemico. Non so neanche contare le volte in cui ho fatto da giocoliera coi suoi capricci, finendo per scavalcarlo - lungo disteso - in qualche corsia di supermercato mentre battendo i pugni urlava che ero una mamma brutta e che ne voleva un'altra.
Un giorno, mentre lo portavo sul sellino della bici davanti (indi per cui non arrivava a due anni), un tipo che scendeva dall'auto parcheggiata aprì incautamente la portiera, senza vedere che stavamo transitando. Sterzai di colpo e cadendo finimmo in mezzo alla strada, ma in modo abbastanza lento e di fianco, perchè con tutte le mie forze di mamma evitai l'impatto a terra della parte anteriore. Lui, superato il primo attimo di shock, mentre io ero ancora seduta sull'asfalto, si liberò dalla chiusura, scivolò fuori e cominciò a picchiarmi, dicendo "sono caduto per colpa tua". Una scena piuttosto esilarante, che divertì - e impietosì - non poco i soccorritori.
Noi, abituati col più grande che è l'incarnazione della flemma e del savoir faire, non sapevamo che pesci pigliare.
Adesso ci si ride su. Non mi par vero che questa creatura bionda, lieve, sottile e silenziosa, sia proprio quello stesso ceffo dal testone rotondo e dagli occhi febbrili.
Questo per dire che quando lo inserii alla scuola dell'infanzia ero veramente preoccupata. Feci alle sue meravigliose insegnanti tutte le premesse posssibili e le preparai ai peggiori scenari. Volevo che fossero pronte, attrezzate e consapevoli.
Verso dicembre, la maestra più anziana mi disse sorridendo "siamo molto contente, ha smesso di lanciare le sedie". E me lo riferì con autentica gioia, come per condividere un grande successo.
Ecco, io in quella fase sono sempre stata una specie di monolite. I no erano no e non c'era scenata che tenesse. Gli orari erano orari. Le regole, regole. E cazzo se mi è costato, in termini di fatica, dispiacere, rimorsi e lacrime. Ma ho tenuto botto.
Quando le maestre, con tutte le cautele (mi raccomando mamma, adesso non andare a casa a fare prediche, ce la vediamo noi!), mi dissero che aveva puntato un "debole" e stava un po' infierendo, andai come una furia a casa, a fare prediche. Anzi, per tutto il tempo, mentre guidavo sulla strada del ritorno, meditai su cosa avrei dovuto dire per essere puntuale ed efficace.
Così lo presi da parte, mi sedetti esattamente davanti a lui e dissi semplicemente "non deve succedere mai più". Certo che in due parole spiegai la questione dei forti coi deboli. Certo che gli chiesi perchè sentiva il bisogno di piegare qualcun altro per affermarsi. Ovvio.
Ma quello che restò, in mezzo alla cucina fu quel "non deve succedere mai più". 
E non successe mai più.

Per questo io mi chiedo, in questi giorni di bulli e vittime, di soprusi e vessazioni, dove stavano e dove stanno i genitori dei carnefici e cos'hanno fatto, quali scelte precise, per salvare i loro figli da una vita così meschina e vuota.

sabato 3 febbraio 2018

Cerchi rissa?

Giovedì ho fatto un paio di visite per verificare una cosa poco bella che lo specialista vorrebbe escludere. Non ho ancora finito, ultimo esame prossima settimana.
In verità non sono preoccupata, ma ultimamente sono poche le cose che mi gettano nell'ansia prematura e infondata che di solito anticipava un qualche snodo, una qualsiasi biforcazione.
E insomma sul corridoio si apre una porta e il tecnico, una donna di mezza età dall'espressione arcigna e grigia, pronuncia con voce stentorea il mio nome. Guardandosi attorno. Buffo, perchè in sala d'aspetto ci sono solo io.
"Eccomi"!", dico. Mi alzo e le vado incontro con un sorriso cordiale, porgendo le mie carte.
Capita che si percepisca da subito l'ostilità di chi ci sta di fronte, come una specie di cortina che siamo invitati a non valicare. Ecco, è andata esattamente così: la signora (ancor più respingente di quanto mi era parsa) era profondamente infastidita dalla mia presenza. E il mio percepito raramente manca il bersaglio.
Magari la donna aveva appena ricevuto una brutta notizia o stava nervosamente sostituendo un collega malato. Nella sostanza però, mi guardava con lo stesso sdegno che la mia prof delle medie riservava a quelli che definiva "adolescenti che si lavano poco". Una specie di schifo misto a biasimo.
I modi, le parole, erano freddi e scostanti. Quasi sgarbati.
E' che io in situazioni così divento una belva, e questo non aiuta. Non sopporto, non ho mai sopportato gli individui che si arrogano il diritto di trattare in modo poco educato chi si trova (inevitabilmente) in posizione a loro subordinata.
Così ho cominciato a remare contro, oppositiva, manco avessi tre anni.


L'esame, che richiede una certa collaborazione da parte del paziente e risulta piuttosto faticoso, è andato di merda. Mi era stato detto che la procedura prevede delle pause, da concordare con il tecnico, ma la signora faceva orecchie da mercante. 
Ferma. Le ho detto FERMA. Può stare ferma?
Poco è mancato che la fanculassi e me ne tornassi a casa.
Toccherà ripeterlo, mi sa.

lunedì 29 gennaio 2018

Figurine

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,

senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

W. Szymborska


Sento di dovere molto alle piccole cose. In questi anni densi di mammitudine e maestritudine e vane ricerche del centro di gravità permanente, ho perso di vista il senso ultimo del mio stare al mondo: la grande e miracolosa caccia al tesoro cosmica.


"Come diventare un esploratore del mondo" (K. Smith)
Sabato per esempio ho scoperto, all'attaccatura dei capelli, dei minuscoli e soffici giovani soggetti. Sono biondi, lievi e stanno lì tutti ammucchiati ai lati della fronte. Che quando mi faccio la coda non li infilo da nessuna parte. Mi son parsi commoventi e molto marzolini.

Stanotte mi sono svegliata con una fame impressionante, primitiva. Del resto ieri sera avevamo mangiato un piatto di minestra e poco più. In mutande, scalza e a tentoni al buio ho raggiunto il frigo, ho preso la bottiglia del latte e ho bevuto a canna (il latte in casa lo utilizzo solo io, ndr). Ho premuto il gusto spesso e freddo con lingua sul palato, mentre stavo in quel silenzio fitto, ma dolce, come di attesa. 
Un attimo dopo, in mutande, scalzo e a tentoni è arrivato lui. Ha aperto il frigo e si è preso uno yogurt. Siamo rimasti lì, appoggiati al piano della cucina uno a fianco all'altra. 
Latte, yogurt e silenzio. 
Ma non c'era da dir niente.

Nel sottobosco la terra freme. Ho visto le campanelle bianche, qualche croco, due o tre primule. Per poterli toccare sono scesa abbastanza incautamente, la terra era bagnata e scivolosa. Olli come impazzita girava tutto attorno. Li ho accarezzati con la mano, ho detto solo "bentornati", ad alta voce.

sabato 27 gennaio 2018

Una mattina


E' che l'altro giorno, di punto in bianco, mi son sentita come quando uno butta giù lo zaino alla fine di una lunga traversata e si raddrizza e si allunga e tira dentro aria.
Insomma proprio di punto in bianco, non so come, ho capito che le cose non vanno male, molto bene o abbastanza male, per causa/merito mio. Che posso smetterla di sentirmi responsabile di tutte le corrispondenze umane che stabilisco, di credere che occuparmene a tempo pieno le renda più fulgide o lievi.
Per tutta la vita mi sono dannata a "tener su" amori, amicizie, relazioni che quasi sicuramente sarebbero naufragati se non ci avessi investito infinite energie. Mi sono occupata di tenere costantemente aggiornato il registro del chiarire, dell'esprimere, dello spiegarsi, del condividere, dello spulciare dietro e dentro anche nelle fasi più scure o difficili. Mi sono sempre imposta il primo passo, la prima parola di scuse, la prima richiesta di prossimità e riconciliazione. Non perchè sono buona, solo perchè credevo fosse compito mio. E perchè avevo paura di perdere.
Basta, ho smesso. Ma il bello è che non me lo sono imposto: è arrivato da sè.
E questo non lo confondo con la bellezza del nutrire, del donarsi, con la dolcezza di offrire ascolto, calore, del portare con generosità vita nella vita. Ho solo smesso di remare controvento, di dipingermi accettabili questioni penose, di pensare che valga sempre e comunque la pena, anche quando l'altro offre briciole e inadeguatezza.
Così ho festeggiato con una mattinata dedicata a me. Un po' di nulla, il pc, il divano, due crostoli col caffè, un grattino alla Olli, una leccata della Olli, i capelli lavati raccolti nel turbante.

sabato 20 gennaio 2018

Piccole donne

Me, dieci anni
A cavallo fra la scuola elementare e i primi anni delle medie, a fine agosto io e la cuginetta venivamo spedite tra i monti con la nonna. I genitori riprendevano il lavoro, ma la scuola faceva ancora vacanza e non era pensabile lasciarci a casa da sole tutto il giorno. 
Così soggiornavamo per due settimane a casa della Ester, anche detta la signorina. Io la scrutavo di continuo, per capire dove si fosse annidata la signorina nella sua faccia secca e bruciata dal sole.
E insomma in questo paesino umido e piovoso, con indosso degli improbabili gilet multicolori fatti a maglia dalla nonna, una sera scoprii il primo pelo sotto l'ascella ed ebbi l'impressione che di colpo le mie gambe si fossero allungate a dismisura. Mi sentivo sgraziata, spigolosa, altissima. Fondamentalmente parecchio brutta.
Furono gli sguardi caldi, come carezze, di un giovanissimo pastore (eh, so che pare una storia svizzera di bambini alpini, ma è devvero andata così) a insinuarmi un dubbio. Perchè mi guardava in quel modo, perchè mai stava per ore in cortile, nell'attesa che uscissi di casa con la nonna, solo per dire "ciao" e scappare via correndo?
La nonna rideva di sottecchi.
- Perchè ridi?
- Perchè è sceso giù dritto dalla malga per venire a salutarti. Non hai sentito che puzzava ancora di mucca?
- E perchè voleva salutarmi? Eh?
- Sciocca che sei.
E basta, lei cambiava discorso.
So solo che da quel giorno cominciai a pettinarmi i capelli, prima di uscire di casa. Tantissimi colpi di spazzola, uno via l'altro, con lo stomaco in subbuglio. Perchè mi piaceva, mi piaceva come nient'altro al mondo, quello sguardo caldo, come di carezza.

domenica 14 gennaio 2018

Resti di ieri

Ieri sera dopo cena eravamo stesi sul divano, con il solito assetto. Perchè se fino ad una certa ora ognuno occupa il suo posto, più tardi si finisce per sovrapporsi in qualche modo, vuoi per un grattino, vuoi per la mia propensione alle mescolanze.
Insomma lui si è tirato su, che doveva mettere un legno nella stufa e nell'atto di alzarsi ha inanellato una serie di gesti che parevano studiati, per quanto mi son parsi belli. 
In sequenza:
1) si è messo a sedere rapido, svelto, sciolto;
2) si è passato le mani ai lati della testa, come a volersi sistemare un poco o come a cacciare il primo sonno;
3) si è sollevato e ha tolto la felpa in un unico, elastico gesto;
4) con indosso la sua t-shirt grigia a maniche corte (e le braccia lunghissime all'aria) è andato verso la stufa.
Ecco, io so cosa vorreste dire. Che non c'è proprio nulla di così esaltante.
E invece vi sbagliate. Perchè nel momento in cui è passato dalla posizione stesa a quella seduta, io l'ho visto ventenne. Non so dire perchè, davvero, ma d'un tratto lì sul divano c'era il ragazzo scarmigliato e inquieto e sognante della foto che teniamo sul cassettone. 
Mi sono commossa e gliel'ho detto ovviamente, in qualche modo ho cercato di mettere parole. E mentre dicevo, mi sono ricordata della nostra prima gita, del suo modo di estrarre la sigaretta dal pacchetto: conservava un che di adolescenziale, di esposto, di vulnerabile, a dispetto dell'aria sicura che voleva ostentare.
Oggi ripensandoci, ho capito che sono le tracce di slancio infantile, i residui acerbi, il sentore che in un cuore possa annidarsi un palpito ingenuo e sognante, a calamitarmi e sedurmi. 
Immagino che sia la mia ragazza, ballerina e fremente, a scegliere per me.

mercoledì 3 gennaio 2018

Obiettivi


La mamma di una ex allieva mi chiede aiuto per un testo che la bimba, in prima media, deve comporre. Al di là del titolo stimolante, sul quale stendo un velo pietoso, l'insegnante si raccomanda che il testo contenga almeno 200 parole e non più di 300. Scoramento e afflizione. 
Come può un ragazzino di undici anni provare il brivido della scrittura che apre e svela e stupisce, facendo i conti della serva? Con la gabbia attorno?
Bene, nel 2018 voglio mettere e mettermi ali. 

Qualche mese fa, una signora parlandomi della timidezza del suo bambino mi ha detto testualmente: "ha presente quando alle feste arriva il momento dei cotillons? Ecco, lui non ha mai il coraggio di prenderli". Ho annuito come sapessi.
Credo di aver letto da qualche parte ricchi premi e cotillons (suppongo attorno agli anni '80), ma senza aver davvero afferrato il senso. Così ho fatto due più due e ho capito che si tratta dei regali che il festeggiato fa agli invitati dopo aver ricevuto i regali. Una cosa parecchio tortuosa e abbastanza da ricchi. 
Ecco, nel 2018 non vorrei avere a che fare con la parola cotillons.

Conosco una donna devota, adorante, che per il suo uomo si immolerebbe. Quegli amori ciechi, estremi e totalizzanti. Anche perchè il marito è un emerito stronzo. 
Uno che va raccontando, con l'occhio lucido, di culi rotondi, tette svettanti e giovani cubane che non aspettano altro. 
Uno che alla fine, basta respirino. 
Uno che tratta quella moglie come fosse feccia.
Ora, nel 2018 voglio carezzarmi molto e guardarmi con tenerezza, per dare (e prendere) un amore giusto, appassionato e lieve. 

Oggi vestendomi per uscire, mi sono ricordata di quando mettevo il doppio pantalone e la doppia maglia, per sembrare meno magra. Le ossa delle anche sporgevano così tanto che faticavo a dormire a pancia sotto.
Poi sono fiorita e adesso devo tener sotto controllo l'esuberanza. 
Nel 2018 voglio trattare bene il mio corpo. Nutrirlo con attenzione, dargli ascolto e riposo, portarlo sempre a spasso in posti belli, farlo rotolare con l'altro corpo amato, senza posa.

Buon anno amici.

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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