martedì 20 febbraio 2018

Pesci


Mi stavo appisolando sul divano. Sospesa fra il sonno e la veglia credo di avere immaginato, più che sognato. Ero un pesce d'acqua dolce, un pescione immobile, grosso e brillante trasportato dalla corrente.
Per una come me, tutta un guizzare e nuotare e calarsi giù, è una cosa bella questo nuovo lasciarsi andare. Cazzo Gioia, mica puoi sempre agitare le acque, no?  Qualche volta dovrai pur mollare la presa e guardare le cose scorrere!
Appena ho avvertito quell'inerzia, che mi è parsa ignavia, il cuore mi è partito a mille. Con un repentino colpo di coda ho voltato il mio pescione in direzione opposta e contraria, spingendolo a testa bassa fra i flutti, i sassi, l'urto impetuoso e travolgente dell'acqua azzurra.
Son stata subito meglio. Ecco, io non ho la pasta per stare, io so stare quando lancio alti i sogni, i progetti, le belle idee, e ogni giorno metto giù la mia piccola pietra, per farli sostanza.
Mi tocca sempre guardare avanti, buttare il sacco oltre l'ostacolo, acchiappare desideri da cullare.
E' la mia condanna. Ma forse è anche la mia grazia.

martedì 13 febbraio 2018

Distanze


Sei anni fa partecipavo ad una settimana di formazione intensiva a 400 chilometri da casa. Era la prima volta che lasciavo la mia casella quadrata da sola e mi allontanavo così tanto, e per così tanto tempo.
Si sa, mai tenere fermo qualcuno se davvero lo si ama, se davvero non lo si vuol perdere. E noi eravamo in due a soffocare, limitare, giocare la carta del senso di colpa. Quanta paura.
Ebbene parto col vecchio Peugeot e molte carte geografiche (il vecchio Peugeot non aveva il senso dell'orientamento) e tutto un frullar d'ali dentro, neanche mi apprestassi ad una traversata oceanica a bordo di un guscio di noce.
C'è un diarietto rosso in cui sono fissati, come piccoli fuochi accesi, tutti gli incontri, le suggestioni, le stranite colazioni (era tutto da reimparare, tutti i gesti da ritrovare), l'intensità di odori e colori e sapori di quela settimana gialla d'agosto che pareva imbastita per me. 
Nel mio stesso albergo alloggiavano diversi corsisti; fra questi una donna matura con l'aria fiera e bella, che mi catturò da subito e che da subito cercai di avvicinare. Stingemmo amicizia il secondo giorno durante una pausa caffè e per il resto della settimana, appena le lezioni terminavano, condividevamo la passeggiata fino all'hotel, un apertitivo, una cena in piazza. 
M. era una terapeuta, una nonna, una scrittrice e aveva dentro storie, così tante storie che non mi satancavo mai di sentirla parlare.
Una sera, mentre ci perdevamo tra i vicoli in quel languore estivo, le chiesi dell'amore. Volevo sapere se l'uomo a cui era sposata la amava, se lei lo amava. 
Prima di raccontare, prima di nutrire il mio cuore affamato, sospirò e mi sorrise come a chiedermi se ero pronta.
Sappi di lei, una sposa troppo giovane e due figli arrivati subito, uno via l'altro. Mi parlò dell'amore che ha forme diverse e di com'è diverso il nostro modo di amare attraverso il tempo.
Adesso sì, poteva dire autentico e profondo il sentimento che la legava al marito, era certa di quel sentire e lo definiva amore. Ma non prima. Prima di incontrare l'altro, quello che aveva scombinato tutti i suoi fogli, quello fuori dal recinto, che aveva fatto impallidire le sue minute, esili certezze.
Mi parlò della passione che acceca e devasta, del corpo che muta e si protende e si fa molle, di squallidi motel e folli corse in autostrada. Disse che l'aver scalzato i paletti, l'aver buttato all'aria i suoi disegni di bambina, l'essersi trovata scoperta, nuda, sola, le aveva permesso di capire cosa realmente le appartenesse e volesse per sè.
Ascoltavo trattenendo il fiato, con la sensazione precisa che quella storia avesse a che fare con la mia. 
Pochi mesi dopo, mentre attraversavo l'Italia con gli occhi gonfi di notti bianche e nostalgia, la chiamai, per sentire la sua voce.

sabato 10 febbraio 2018

Bulli


Figlio Piccolo, quando era proprio piccolo, faceva paura. Paerva un mini samurai in versione accelerata e torva. Incazzoso, rissoso, polemico. Non so neanche contare le volte in cui ho fatto da giocoliera coi suoi capricci, finendo per scavalcarlo - lungo disteso - in qualche corsia di supermercato mentre battendo i pugni urlava che ero una mamma brutta e che ne voleva un'altra.
Un giorno, mentre lo portavo sul sellino della bici davanti (indi per cui non arrivava a due anni), un tipo che scendeva dall'auto parcheggiata aprì incautamente la portiera, senza vedere che stavamo transitando. Sterzai di colpo e cadendo finimmo in mezzo alla strada, ma in modo abbastanza lento e di fianco, perchè con tutte le mie forze di mamma evitai l'impatto a terra della parte anteriore. Lui, superato il primo attimo di shock, mentre io ero ancora seduta sull'asfalto, si liberò dalla chiusura, scivolò fuori e cominciò a picchiarmi, dicendo "sono caduto per colpa tua". Una scena piuttosto esilarante, che divertì - e impietosì - non poco i soccorritori.
Noi, abituati col più grande che è l'incarnazione della flemma e del savoir faire, non sapevamo che pesci pigliare.
Adesso ci si ride su. Non mi par vero che questa creatura bionda, lieve, sottile e silenziosa, sia proprio quello stesso ceffo dal testone rotondo e dagli occhi febbrili.
Questo per dire che quando lo inserii alla scuola dell'infanzia ero veramente preoccupata. Feci alle sue meravigliose insegnanti tutte le premesse posssibili e le preparai ai peggiori scenari. Volevo che fossero pronte, attrezzate e consapevoli.
Verso dicembre, la maestra più anziana mi disse sorridendo "siamo molto contente, ha smesso di lanciare le sedie". E me lo riferì con autentica gioia, come per condividere un grande successo.
Ecco, io in quella fase sono sempre stata una specie di monolite. I no erano no e non c'era scenata che tenesse. Gli orari erano orari. Le regole, regole. E cazzo se mi è costato, in termini di fatica, dispiacere, rimorsi e lacrime. Ma ho tenuto botto.
Quando le maestre, con tutte le cautele (mi raccomando mamma, adesso non andare a casa a fare prediche, ce la vediamo noi!), mi dissero che aveva puntato un "debole" e stava un po' infierendo, andai come una furia a casa, a fare prediche. Anzi, per tutto il tempo, mentre guidavo sulla strada del ritorno, meditai su cosa avrei dovuto dire per essere puntuale ed efficace.
Così lo presi da parte, mi sedetti esattamente davanti a lui e dissi semplicemente "non deve succedere mai più". Certo che in due parole spiegai la questione dei forti coi deboli. Certo che gli chiesi perchè sentiva il bisogno di piegare qualcun altro per affermarsi. Ovvio.
Ma quello che restò, in mezzo alla cucina fu quel "non deve succedere mai più". 
E non successe mai più.

Per questo io mi chiedo, in questi giorni di bulli e vittime, di soprusi e vessazioni, dove stavano e dove stanno i genitori dei carnefici e cos'hanno fatto, quali scelte precise, per salvare i loro figli da una vita così meschina e vuota.

sabato 3 febbraio 2018

Cerchi rissa?

Giovedì ho fatto un paio di visite per verificare una cosa poco bella che lo specialista vorrebbe escludere. Non ho ancora finito, ultimo esame prossima settimana.
In verità non sono preoccupata, ma ultimamente sono poche le cose che mi gettano nell'ansia prematura e infondata che di solito anticipava un qualche snodo, una qualsiasi biforcazione.
E insomma sul corridoio si apre una porta e il tecnico, una donna di mezza età dall'espressione arcigna e grigia, pronuncia con voce stentorea il mio nome. Guardandosi attorno. Buffo, perchè in sala d'aspetto ci sono solo io.
"Eccomi"!", dico. Mi alzo e le vado incontro con un sorriso cordiale, porgendo le mie carte.
Capita che si percepisca da subito l'ostilità di chi ci sta di fronte, come una specie di cortina che siamo invitati a non valicare. Ecco, è andata esattamente così: la signora (ancor più respingente di quanto mi era parsa) era profondamente infastidita dalla mia presenza. E il mio percepito raramente manca il bersaglio.
Magari la donna aveva appena ricevuto una brutta notizia o stava nervosamente sostituendo un collega malato. Nella sostanza però, mi guardava con lo stesso sdegno che la mia prof delle medie riservava a quelli che definiva "adolescenti che si lavano poco". Una specie di schifo misto a biasimo.
I modi, le parole, erano freddi e scostanti. Quasi sgarbati.
E' che io in situazioni così divento una belva, e questo non aiuta. Non sopporto, non ho mai sopportato gli individui che si arrogano il diritto di trattare in modo poco educato chi si trova (inevitabilmente) in posizione a loro subordinata.
Così ho cominciato a remare contro, oppositiva, manco avessi tre anni.


L'esame, che richiede una certa collaborazione da parte del paziente e risulta piuttosto faticoso, è andato di merda. Mi era stato detto che la procedura prevede delle pause, da concordare con il tecnico, ma la signora faceva orecchie da mercante. 
Ferma. Le ho detto FERMA. Può stare ferma?
Poco è mancato che la fanculassi e me ne tornassi a casa.
Toccherà ripeterlo, mi sa.

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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