lunedì 14 novembre 2016

Tempo pieno


Lei entrò nella stanza aggiustandosi i capelli, cercando un sorriso in cui guardarsi. L'uomo però non alzò la testa. Allora lei si disse che iniziava proprio male quel colloquio, con capelli da aggiustare e nessun sorriso in cui guardarsi.
E così, tamburellando la matita sul tavolo e continuando a tenere gli occhi altrove - ora alla pioggia incessante, appena dietro ai vetri - lui chiese con vaga insofferenza: cosa fa nella vita?
E' facile, pensò la donna.
Raddrizzò la schiena e rispose in un fiato. Amo a tempo pieno. 
L'uomo smise di tamburellare. 
Volse quindi a lei lo sguardo e cercò, senza trovarlo, un segno di squilibrio o dissennatezza.  
Così, scandì molto lentamente, per farsi comprendere da quelle mani bambine, lei non fa altro?
La donna, inclinando appena la testa, come le bestie quando un suono, o un gesto, sfuggono alle leggi di natura, sembrò cercare un modo. 
Poi, con voce quieta, un poco altrove, parlò.
Non mi resta molto tempo per fare altro, signore. Amare come io amo chiede dedizione e presenza, fiato e carne. Il pensiero, al risveglio, non va al caffè che sorseggerò o agli abiti che indosserò. Non va neppure alle ore che trascorrerò fuori casa, all'ombrello che potrebbe proteggermi, ai guanti che potrebbero scaldarmi. Da quando apro gli occhi signore, io sono occupata ad amare. E si ama - pochi lo sanno, ancor meno lo praticano - tessendo. Servono mani bambine, e tocca sapere quale filo, quel preciso giorno andrà intrecciato. Occorre, per saperlo, dimenticare di allacciarsi le scarpe, o di bere all'ora di pranzo. Perché quando l'amore ha questa forma, è all'altro che osserviamo le scarpe e porgiamo il bicchiere.
All'udire la parola "carne", umida e così prossima a "pensiero", si sentì turbato. Questo lo fece arrabbiare.
Disse allora, per colpirla: nessuno desidera un tale soffocante amore, nessuno può sopravvivere amando a questo modo. 
Lo so bene signore, rispose la donna con enfasi, difatti vorrei passare ad un part-time.




giovedì 10 novembre 2016

Era meglio se avevo i baffi


Non ho mai tollerato quei genitori che in colloquio, tutti sorridenti, si rivolgono ad una delle insegnanti dicendo candidamente: "sei la sua preferita".
Ora, parliamone. A che pro lo dici? Per ingraziarti una maestra e pestare i piedi alle altre cinque? Perchè tu sei "sincero" e per scelta ideologica non ometti mai nulla? Perchè pensi che il tuo bambino abbia diritto ad esprimere (e ti fai portavoce) tutto ciò che sente, prova, desidera, vuole? Forse auspichi un allineamento verso il tuo bello e il tuo buono: sia mai che le altre insegnanti turbate da cotanto diniego, non decidano di emulare la prescelta, rendendo così più lieve e rosea la vita della creatura.
Quale sia il tuo intento, caro genitore incauto, non c'è dato di saperlo. 
L'ultima in ordine cronologico mi è stata riferita l'altro giorno. Pare che una mamma abbia palesato alle colleghe la predilezione di sua figlia per me trovandone ragione nel mio essere sensuale. Ha detto veramente così: sensuale. 
"Credo abbia scelto Gioia perchè è sensuale, femminile e un po' scollata".
Bionda, tettona e un filo svampita. Ma tanto piacente.
Credetemi, l'ha detto davvero. 

sabato 5 novembre 2016

E' novembre

Foto di Gioia

Martedì ho spartito il sentiero con uno scrittore che amo molto.
Passa per schivo, ombroso, sgarbato. Passa per algido, distante. 
Credo sia silenzioso e basta. Perchè guarda le cose e le raccoglie, con pazienza.
Dopo s'è andati in una trattoria Slovena - odore solido di cipolla e carni fritte - che il cammino ci aveva messo fame. Eravamo tanti, tante le voci e le cose dette. Io mi son messa in parte, che godo immensamente dell'ascolto, del mettere assieme i pezzi, come indizi, per costruire le storie di ognuno.
Lo scrittore era seduto di fronte a me. La sua compagna, una donna senza età, capello corto brizzolato
e nessun vezzo. Lui la carezzava e le faceva assaggiare ogni cosa. Poi ha raccontato di quando ha incontrato l'orso, steso in mezzo al bosco.
Abbiamo offerto un posto in macchina ad uno del gruppo, sembrava giovane ma non lo era, sembrava infastidito e invece era impacciato. Gli ho chiesto se aveva dei figli ed è stato come tirar su la saracinesca. Nell'auto bianca che attraversava il giallo di novembre ha portato la sua vita, e mi son detta che le persone sono tanto sole, così sole da porgere la loro esistenza ad una sconosciuta con il raffreddore e gli scarponcini slacciati.

L'altro giorno a scuola si parlava di miti e leggende, del bisogno che l'uomo ha di trovare un senso alle cose intorno. Mi chiedevano perchè, nelle prime sepolture, quei neanderthaliani posassero fiori, oggetti, bei sassi. Poi hanno parlato loro. Della morte, dei bisnonni, di quello in cui credono, delle loro preghiere sacre e profane.
Il bambino ortodosso ci ha mostrato come si segna lui, che non giunge le mani. L'amico invece, ha raccontato che lui lo sente sempre il suo angelo.
M. taceva, pensava. Poi ha detto: "sai maestra, io credo solo a due cose, perchè sono sicuro che esistono. Credo a Gesù. E a Babbo Natale".
Pari dignità.

lunedì 31 ottobre 2016

Mani



Mi son presa una batosta di quelle. Laringite, che poi è diventata tonsillite, che poi mi hanno dato l'antibiotico e il cortisone e non dormivo niente così ero debole debole e col fiatone. Quattro giorni e mezzo a casa, quasi una settimana lavorativa: in otto anni di scuola mai era successo.
Potevo solo stare, condizione a me tanto estranea quanto avversa. Perchè a parole mi mancano il tempo, lo spazio, le occasioni, poi quando tutto è propizio smanio. Sono una falsa pigra in verità.
Insomma l'altra sera guardavo un programma su Laeffe. Alcuni bimbi andini preparavano collettivamente un piatto locale: pesce marinato, avvolto in foglie di banano e cotto sui carboni ardenti. Tali pescioni giganteschi venivano trattati con incisioni al coltello fitte e longitudinali, atte a favorire la penetrazione di una marinata nelle carni ancora crude. Quindi, dopo un certo tempo in immersione, andavano rapidamente racchiusi in uno scrigno di foglie di banano e cotti.
Insomma lo facevano i bambini. I bambini, da soli. Maneggiavano il coltello, abilissimi ed efficienti, senza indugi nè remore, senza fretta ma rapidi, con gesto preciso e misurato. Poi, le piccole dita forti e lievi opposte al pollice avvolgevano, tac, tac, tac. E via un altro pesce.
Guardavo quelle mani. Mani lisce e scure. Controllate, esperte, vive. Sapienti. Mani che hanno fatto, rifatto, provato e sbagliato, dove nessun adulto ha sostituito quel coltello affilato con uno "adatto", senza lama e senza efficacia.
Ecco, ho pensato che qui stiamo sbagliando tutto, ma tutto. Il corpo dei nostri bambini è dimenticato, il sapere stagna nella calotta cranica, chiuso nei concetti, nelle nozioni,  in dispositivi metallici che li tengono costantemente a capo chino (ma li vedete? a testa bassa infilare la vita?) nella ripetizione sterile di teorie da loro mai sperimentate,
Conoscono poco e male quelle teorie ed ancor meno conoscono la pratica che le sostiene.
La mano è l'organo dell'intelligenza, disse la Montessori. Serve fare per sapere, serve imparare a piantare un chiodo, a tagliare una fetta di salame, ad allacciarsi le scarpe, per essere davvero competenti.
Ma nel momento in cui tutto arriva loro pre-scritto, pre-definito, pre-fabbricato, li riduciamo a meri fruitori. Senza mani e senza domande.
Abbiamo bambini che non usano più le mani, porca puttana, e nessuno ha diramato l'allerta.

mercoledì 26 ottobre 2016

Due note

Ospiti inattesi
Giovedì sera prima di cena fumavo in terrazza l'ultima (a volte è la seconda, altre l'unica) sigaretta della giornata. La mia resistenza ad assecondare l'arrivo della stagione fredda si palesa nella difesa tenace delle estremità inferiori, ultimo avamposto: ancora non so piegarmi alle pantofole (ma a ben pensare, ho mai indossato delle pantofole?).
Insomma ero in terrazza coi miei calzini a righe, e fumavo. Ad un tratto ho avvertito un tocco lieve, un peso molto leggero, proprio sul piede destro. E' vero che la mia terrazza si affaccia su un bel prato, che tutt'intorno ci sono campi e orti. Ma è anche vero che vivo al primo piano, pertanto ipotesi agghiaccianti non ne avevo formulate.
Ho dato la colpa al  vento. Al fatto che ero sovrappensiero. Alla mia testa matta.
Ma quando stavo per rientrare, con la coda dell'occhio l'ho visto filare. Minuscolo che pareva una noce.
Vi risparmio il resto. Reazione inconsulta, appelli, ricerca spasmodica e vana. Che poi non ero schifata, non mi terrorizzano i topolini. Ero piuttosto colpita da tanta spavalderia. Come si permetteva? Sul mio piede? Mentre fumavo? E da dove cacchio giungeva? Mica pensava di entrare in casa al caldo, no?
Sabato mattina ci si interrogava, quando aprendo il bidone dell'indifferenziata vuoto, l'ho visto sul fondo. Così piccolo e così immobile.


Ebbene non so come sia finito lì dentro, il bidone è parecchio alto e liscio come l'olio. Fattostà che ci è entrato e non è  più stato capace di saltarne fuori.
Minchia signor topo, ma perchè? Mi ha preso una tristezza signor topo, veramente.


Fastidio
Non sto qui a moralizzare, lungi da me, solo che alcune cose mi urtano proprio.
Come dire, ci sono contesti e contesti. Mostri il culo, le tette, ammicchi? E fallo pure se quello è il tuo ruolo. O fallo se non sei un pubblico personaggio che in pubblico si esibisce, se nel tuo stare al mondo non rappresenti qualcosa, qualcuno.
Del tipo. Da una pornostar ci si aspetta che metta all'aria la patata. Da una valletta di Passaparola ci si attendono siparietti, stralci di cosce e frammenti di chiappe. Da un ministro, dichiarazioni d'intenti e proposte di legge.
E da uno sportivo? Che ci aspettiamo? Risultati, bei messaggi sulla tenacia e la responsabilità, sulla rinuncia che fortifica ed eleva. Uno sportivo comunica ai più giovani che attraverso il duro lavoro si ottiene grande appagamento, che si può essere belli, famosi e riconosciuti senza per forza dare in pasto pezzi di sè, nè cedere alle lusinghe del facile guadagno. Che non è necessario posare da tronisti o atteggiarsi da veline, per ottenere il successo.
In teoria. Invece eccoli, in un'esibizione di pezzi.



Fatico a cogliere il senso, lo scopo: cosa mi dicono di nuovo, quale il messaggio sotteso? Dovrei trovare esaltante il connubio tra sportività e figaggine? Sciogliermi per la tonicità che va a braccetto con la determinazione?
Ma per favore. fate il vostro. Allenatevi, gareggiate, portate a casa medaglie e trofei. Che belli siete belli e sexy siete sexy e pure straricchi che non sapete dove metterli.
Le società sportive perdono i giovani, che non coltivano passioni, che faticano a uscire dal mucchio, a sposare un qualsiasi impegno.
Allora passate altro, trasmettete il senso profondo di una scelta pulita e svincolata, la libertà di non aderire al nulla. Veicolate che si può, che è possibile tenere chiuse le cerniere e allacciati i bottoni.
Che poi di culi e bicipiti (più veraci e meno autocelebrativi) é pieno il web.

mercoledì 19 ottobre 2016

Sotto


A metà dicembre un tale scopre di avere il cancro. Il medico gli annuncia che probabilmente non vivrà a lungo. Dopo i primi giorni di intimo strazio sente arrivato il momento di comunicare la triste notizia ai familiari, ma non sa trovare la forza, il momento.
Così la sera della vigilia mentre l'albero scintilla e viene servito il brodo di cappone, il tale, nel tempo di un silenzio si fa chiara la voce. E dice.
"Ho il cancro".

Merda, vien da pensare, non era meglio aspettare? Perchè così il boccone va di traverso, il vino prende l'aspro, le conversazioni muoiono in bocca. Di che cazzo é lecito parlare dopo che uno stronzo ha invitato la Morte a cena?

Ecco. Si racconta che qualcuno abbia ridotto al silenzio il tale, definendolo assolutamente inopportuno e scandaloso (e lo era, certo che lo era!), affermando che aveva sbagliato luogo e tempo. Pare che qualcuno, indignato da tanta dabbenaggine, abbia raccolto sprezzante il cappello scuotendo la testa e se ne sia tornato a casa, incredulo.

Cosa passava nella testa di quel tizio, così inopportuno? Magari credeva che il tintinnare delle forchette avrebbe grattato via gli spigoli alle sue parole. O forse - quello scriteriato - pensva che il paté, il prosciutto in crosta, le meringhe al cioccolato, venissero dopo. Dopo gli abbracci che di certo valeva, un così fatale annuncio.
Ebbene la novità, signore e signori, é che la morte sta sotto. Sotto gli strati di vernice, sotto gli occhi bistrati, sotto i minuetti affettati e la foto di gruppo.
Sotto. Perché diamine, la morte non ha certo un buon odore.

sabato 8 ottobre 2016

Promozioni


C'è stato un tempo molle, in cui mi sono scoperta femmina. Quel tempo ha scalzato i paletti che per anni avevo piantato con impegno e sistematica cura.
E' avvenuto troppo tardi, e ha portato con sè un'epoca buia in cui nulla era più solido, praticabile. 
Nella fase della vita in cui di solito i contorni sono ormai delineati, ogni segno si è cancellato.
Mi dico che poteva non avvenire mai, che potevo per sempre restare in quella porzione d'erba verde sulla quale splendeva costante un tiepido sole. 
Potevo, ma non è andata così. E ora mi piace tanto questa Gioia fuori dal recinto, senza copertura, senza paracadute, che non la cambierei mai con nessuna.

In quel tempo lo sguardo di un uomo incrociato per strada era conferma, compattezza. Esistevo, ero viva, il mio corpo parlava, riceveva risposte. E dopo averlo sentito addosso ed essermene nutrita, so di averlo cercato annaspando quello sguardo, come chi ha fame, come chi dipende.
Il gioco seduttivo non implica per forza interesse, non chiede sempre coinvolgimento. Può essere sciolto, libero, anche fine a se stesso e fonte di illusorie certezze.
Piaccio? Allora valgo, ho senso.

Un uomo che (per sfinimento) ha smesso di farmi una corte sistematica e tenace, da poco mi ha definita "una corazzata". Non sa quanto abbia apprezzato, quanto mi abbia fatto sorridere.
Perchè un guscio di noce non si capacita di essere promosso. Perchè potrei giocare, godere del supplemento di attenzioni, lasciarmi appagare senza impegno né vere concessioni. Perchè gratifica piacere, al di lá dell'Amore, di quanto portiamo in petto, dell'essere leali.
Certo che gratifica.
Ma adesso io mi guardo con dolcezza, mi trovo amabile, so di essere viva. Lo so per me, e da me.
Ecco, non vorrei fare riguardo. Magari la dipingo di celeste o di rosa la corazzata, che fa meno specie. 

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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