lunedì 11 luglio 2016

Stato civile


Dalla scorsa settimana sono ufficialmente una divorziata.
Non che questo cambi la sostanza, le dinamiche, le prospettive. Tutto identico a prima.
Aggiungo che mai, in questi tre anni ho pensato che poteva andare diversamente, che avremmo dovuto provarci creativamente, che ci fossero alternative. Anzi, più riguardo quello che ci è accaduto, più mi sento di dire che la direzione, chiara e lampeggiante, era scritta da tempo.
Mi dispiace che non siamo più stati in grado di trovare un modo per stare serenamente uno alla presenza dell'altro. All'inizio la rabbia, il non detto, il dolore, attraversavano lo spazio tra noi come frecce incandescenti. Si resisteva pochi minuti, quelli necessari a comunicare l'indispensabile.
Siamo poi passati ad impacciato riguardo e ragguardevole distanza, incapaci di pescare al registro comune, al sacco delle cose conosciute, condivise, dei ricordi, del lessico familiare. 
L'appuntamento in tribunale era alle 9.30, ma appena siamo arrivati ci è stato chiaro che almeno altre venti coppie erano state convocate al medesimo orario. Nell'attesa, tutti gli avvocati presenti - riconoscibili in modo imbarazzante - si sono affrettati ad estrarre da pochette e taschini i loro lussuosissimi smartphone per dedicarsi ad infinite e gesticolanti conversazioni telefoniche lungo i corridoi. Abbandonandoci tutti lì, ai nostri impacci.
Si è cercato qualcosa di neutro da dire, qualcosa che non aprisse finestre sbagliate. I figli, il lavoro, le vacanze, il caldo. Osservavo le altre coppie, ed era facile intuire come si fossero lasciati. Umanamente, dolorosamente, consensualmente. Alcuni non si sono mai rivolti la parola, altri avevano con sè i figli, e chiacchieravano allegri come fossero famiglia. Anche scollati, anche distanti, avrei saputo congiungerli fra loro come nel gioco dei puntini: A va con F, C va con G, B va con E. Perchè si capisce dagli occhi, dai gesti, dal modo di vestire, che due hanno condiviso tanta vita, e quel che resta della coppia che erano, ce l'hanno ancora addosso.
Alla fine siamo stati bravi, avrei voluto dirglielo quando l'ho salutato sotto il portico del tribunale. Perchè ci è riuscito pure di ridere, e gli ho offerto una caramella porgendogli il pacchetto senza dire "vuoi?", e bevendo il caffè mi ha passato la bustina dello zucchero di canna, che al bar io metto quello. Siamo stati bravi, perchè di noi dicevano "a loro non capiterà mai", invece capita, anche se una settimana prima che esploda tutto sei lì a preparare la colazione insieme e fai un sorriso e ricevi una carezza. Che credi sia Amore, invece è amore - facile confonderli, suonano uguale - e nessuno dei due mente mentre dice "ti amo", è solo che non sa.
Ma non gliel'ho detto. L'ho guardato salire sulla bicicletta, poi ho girato l'angolo.

domenica 3 luglio 2016

Athletic me


Non so perché, ma trovo buffissime le mie foto in versione dinamico-sportiva.
Ci ho provato con la tuta da fondo: tenuta regolamentare, giacchino snello, fascia celeste in testa e coda alta, come le vere. Una silura altissima nella distesa bianca, una specie di corpo estraneo nel freddo profilo del nord.
E se arrampicare mi piace così tanto, se tutto quel tastare lieve, quel carezzare la pietra, mi sembra di una struggente bellezza, immortalata nel gesto di salire, paio una pin-up nell'atto di fare "miao". Gli arrampicatori sono esili, minuti, io prendo sempre troppo spazio. Tette, gambe, roba.
L'altro giorno, al termine di una meravigliosa escursione in bicicletta, sono stata ritratta in sella al mio mezzo. Ero ben disposta, col sorriso grintoso e tutto, ma quando mi son rivista ho provato infinito sconforto. Che sportiva sarebbe una che diventa così rossa in faccia dopo qualche chilometro di corsa, che mantiene una posa lieve e salottiera anche spingendo energicamente sui pedali? 
E lasciamo perdere tutto il resto. Le mie reazioni claustrofobiche nei confronti del casco (prude), dei pantaloncini da ciclismo (stringono), degli occhiali protettivi (fanno caldo), dell'imbrago da arrampicata (non respiro). 
Considerando che:
1) da bambina mi avviarono a diversi sport con esiti a dir poco catastrofici;
2) l'unica attività della quale mi infatuai con tanto di farfalle allo stomaco fu il pattinaggio;
3) dopo svariati allenamenti e piroettanti toe-loop frutto di innumerevoli cadute, l'allenatrice mi chiese la cortesia di non esibirmi al saggio, in quanto superavo di un paio di teste tutte le altre bambine e la coreografia ne avrebbe risentito;
4) avevo nove anni:
...ci vuole tanta, tanta pazienza.


mercoledì 29 giugno 2016

Abbastanza lontano per

Sono marina, non c'è niente da dire.
E' verissimo, i monti mi piacciono da matti, ma tutto sta nel fatto che i monti erano fondali marini, prima prima prima.
Quando arrivo al mare il mio corpo torna alle origini: anche i capelli diventano giallo stoppa e si ribellano al pettine, tentacoli serpeggianti di medusa. Mi piace lasciarmi il sale addosso, più che posso, e mentre leggo su uno scoglio, assaggiarmi la pelle.
Mangiare una pesca facendo scolare il succo fra le dita, intagliare legni, cacciare sassi, viaggiare scalza.
Purtroppo la funzione "pensiero" rimane sempre piuttosto vigile, ma col passare dei giorni pare farsi meno inflessibile.
Insomma amici non so. Se torno.

giovedì 23 giugno 2016

Confetti



Mi facevo leggere Pinocchio, serialmente, Anticipavo col labiale ogni dialogo, ogni battuta. Quando il nonno spegneva la luce e mi dava la buonanotte, nell'aria aleggiavano immagini, parole.
Confetti al rosolio, per esempio: li sognavo di notte. Non ne avevo mai visto uno, ma li immaginavo candidi, con la glassa zuccherina e croccante, il ripieno tiepido e profumato.
Ecco, in questi ultimi giorni ho gustato alcune gioie piccole e rotonde che a pensarci, mi paiono rigeneranti e deliziose come i confetti della Fata Turchina.

Confetto 1
Torno da un breve giro in bicicletta. Bici nuova, moltissimo stratosferica per una che frena in discesa, si gratta il naso mentre pedala. e chiama i rapporti "i cambi di destra" e "i cambi di sinistra".
Insomma me ne torno un po' sfrecciando e un po' lemme, senza regolarità alcuna, lungo una strada secondaria e bellissima immersa nel verde, che qui e là si affaccia sul torrente azzurro.
Mi viene incontro una figura scura, che da lontano non so riconoscere. Quando mi raggiunge, vedo che si tratta di una donna di colore avvolta in un drappo verde, che - nonostante una certa mole - avanza lesta e sciolta, impugnando un lungo bastone da cammino. Incrociandomi apre un sorriso bianco e vasto, e dice "ciao" con la voce più rassicurante e melodiosa mai sentita.
Ma da dove spunta questa meraviglia?

Confetto 2
Durante la festa di fine anno i genitori hanno allestito in cortile un ricco buffet.
Uno degli alunni piccoli, quattro anni, emerge dalla selva di gambe e si avvicina. 
"Vorrei una fetta di torta al cioccolato maestra, ma non vedo dov'è", dice guardando avvilito la folla ammassata attorno ai tavoli. 
Intercetto uno dei miei, classe terza, gli faccio cenno.
"Accompagneresti M. a prendersi una fetta di torta per favore?", chiedo.
Osservo. Il grande prende la mano al piccolo, si fa strada. Giunto al tavolo dei dolci si infila repentino fra i corpi e recupera il bottino. Poi ecco, sorride trionfalmente al piccolo e con gesto cavalleresco e pieno di cura si inginocchia e gli porge la fetta di torta posata sulle mani aperte, avvolta in un tovagliolo.
Mi sono sentita così fiera.

Confetto 3
Ieri siamo andati per boschi, boschi selvaggi e puri, poco attraversati. Il sentiero saliva abbastanza ripido, e io, nonostante la gran voglia di cime, picchi, rocce e visioni panoramiche, arrancavo un po'. Sarà stato il primo caldo, o lo stress accumulato nelle ultime settimane (credo che sarei capace di rimanere a letto per tre giorni consecutivi), ma ad un tratto l'erba fresca - che aveva preso accordi con la pizzetta posta sul fondo dello zaino - mi chiamava a gran voce. Un simpatico coro di sirene.
Così mi sono fermata da sola, ho appoggiato la schiena contro un albero e sono rimasta lì, nel silenzio assoluto.
Ad un tratto mi è parso di sentire un soffio, uno sbuffo, un suono anomalo alle mie spalle. Così mi sono voltata cauta, lentamente: ad un metro di distanza, in una chiazza di sole, stava un capriolo dorato, tutto occhi e orecchie, Ci siamo guardati, un attimo.
Poi, spaventato, è scomparso nella boscaglia con quattro salti lievi.

mercoledì 15 giugno 2016

Amata


Questo biglietto, scovato tra foto e ricordi, lo scrissi al compagno di mamma, attuale marito. Avevo più o meno quindici anni e gli raccomandavo un buon uso della nostra vita. 
Siamo andati a Trieste, da troppo tempo non vedevo la mamma, e la nonna. 
In ospizio l'aria era irrespirabile e ho di nuovo assistito all'angosciante sfilata dei vecchini accompagnati in bagno, prima di cena. Li piazzano in corridoio, e poi sul water uno alla volta, serialmente. Se per caso avevano bisogno mezz'ora prima, ciccia. Se al momento non hanno affatto bisogno, via lo stesso.
La nonna - camicetta bianca, collana di perle, golfino nero - se ne stava nei pressi dei finestroni e chiacchierava. Non so come, pare sfuggirle lo strazio intorno.
Ci ha fatto una gran festa, esibendoci come trofei.
Frasi rigeneranti del tipo: "finalmente un po' di gioventù", "buonasera signorina", o "arrivederci ragazzi", mi è dato di sentirle solo in occasioni come questa, e tesaurizzo.
Ha parlato, poi ha parlato. Infine ha parlato e parlato. Noi ascoltavamo senza interrompere e io, che conosco ogni sua storia, aggiungevo i dettagli persi, come in un gioco ad incastri. Lui attento, curioso, stupito da tanto brillante dire e ricordare.
Quando una delle inservienti si è avvicinata a ricordaci che era ora di cena, nonna ha chiesto cinque minuti supplementari. Partendo alla larga, ma non troppo, ci ha tenuto a definire alcune cose.
"Gioia è la nostra meraviglia", gli ha detto sorridendo, "e ci fa stare tutti bene. Tu mi sembri un bravo ragazzo, ma sappi che se non la tratterai come si merita, dovrai vedertela con me".
E io mi son detta che finché sono "nipote", oltre che "figlia", ci sarà sempre una bambina dai grandi occhi, dentro di me.

mercoledì 8 giugno 2016

I wish


Insegno per scelta in una scuola in cui si riconoscono e si nutrono i talenti individuali. Sei bravo in matematica, ti destreggi con il calcolo e maneggi i decimali come fossero caramelle? Allora in seconda potrai fare la radice quadrata. Sei uno scrittore in erba? Ti sarà data la possibilità di uscire dal testo stereotipato e infantile, di incontrare i grandi "autori", di produrre racconti, trame, storie. Magari anche un libro autoprodotto che potrai leggere ai compagni.
Ho sempre pensato che questo valorizzare l'individuo dovesse andare a braccetto con una consapevolezza dei limiti, con un'attenzione rispettosa dell'altro e di quanto ci sta intorno.
Come dire, riconosco la tua genialità e la tua bellezza, ma sappi che non esisti solo tu, che vivi calato in una realtà fatta di altre individualità (umane e non) degne di altrettanto stupore e ascolto.

Ma qualcosa non torna. Porti i bambini al museo e mentre un addetto illustra con passione ed entusiasmo gli oggetti presenti nella stanza, li osservi. Uno sbadiglia. L'altro pone domande complesse, troppo complesse, così complesse da essere insensate, fuori luogo (ma cosa vorrà dimostrare?). Uno interrompe, fa rumore, come a cercare sguardi. L'ultima, alla quale faccio segno di tirar giù la scarpa da una sedia antica, mi chiede col labiale "ma perchè??", senza dare cenno di aver compreso il mio gesto eloquente.
Sono tornata a casa con la testa piena di domande. Dove si sbaglia? Perchè faticano a decentrarsi, a cogliere quanto ruota, respira, si muove, intorno a loro?

Poche ore dopo, attendo il mio turno nella sala d'aspetto del dentista. Scrivo un messaggio alla collega-sister.
Sono avvilita amica. Oggi ho le mani vuote.
Qualcuno occupa la sedia a fianco.
"Ciao".
Lo guardo distratta. Ne stimo l'età al volo: sette e mezzo.
"Ciao", rispondo.
"Come ti chiami?", mi chiede.
"Gioia. E tu?"
Si chiama Marco, probabilmente dovrà mettere l'apparecchio. La mamma e il papà stanno facendo richiesta per il finanziamento. Dice che sono operai, e lavorano sempre. Racconta che la sua mamma sceglie per lui sempre le cose migliori. Per esempio ha deciso di non mandarlo a scuola in paese, perché lì c'è una maestra che si fa le unghie in classe, e con le stesse forbicine poi taglia il sacchetto delle caramelle che distribuisce ai bambini. Ridono gli occhi rotondi dietro le lenti un po' spesse, mentre esclamo "orrore!".
Fa la seconda. Snocciola tutto quello che ha imparato quest'anno, orgoglioso.
"E le paroline capricciose? Non le avete fatte?", dico.
Mi squadra, mi misura, sorride. "Ma sei una maestra? Non sembra".
E' tra i più bravi, mi spiega, solo una volta è finito fuori dalla porta. Che se ti capita, devi stare fermo con la schiena poggiata al muro.
A questo cuor contento, tutto pare bello, desiderabile, degno di nota. E' curioso ma non invade, è interessato e  chiede con garbo,
Mi chiamano, devo andare, quasi mi dispiace.
"Ciao Marco. Grazie per la bella compagnia".

Marco ha poco. Dal poco nascono desideri, e i desideri muovono sogni, e i sogni richiedono mani lievi, parole composte, occhi accesi.

venerdì 3 giugno 2016

Al mondo


Ad un certo punto, in età adulta, scoprii di avere un corpo. Il giorno prima non c'era, poi c'era. Un giorno le spalle erano mute, le gambe silenti, i capelli raccolti nella coda austera, e il mattino dopo tutto parlava disordinatamente, sfacciatamente.
L'irriducibile schiamazzo ebbe inizio durante un agosto francese, caldo, dolce di odori, brezze e polle d'ombra. 
Quel mattino agli Invalides avevo deciso di non entrare al museo e in un tempo largo, miracolosamente mio, mi aggiravo fra gli scaffali dello store.
E' incredibile come certi dettagli, all'apparenza scarti, restino nel tempo ritti come cimeli. Così, ricordo addosso i pantaloni di lino bianchi, freschi, la canotta nera, sbracciata.
Ad un tratto mi sembrò che qualcosa alle mie spalle chiamasse insolente, come spingendo, e mi voltai.
L'uomo stava a qualche metro, con un libro aperto fra le mani e mi guardava. Nonostante tenesse gli occhi nei miei, sapevo che in qualche modo mi raccoglieva tutta, e quella carezza muta, languida, ebbe su di me l'effetto detonante di una collisione frontale.
Con moto istintivo e primordiale, raggiunsi in fretta la porta ed uscii nel portico.
Ora, il resto è irrilevante. Che l'uomo mi seguì, che tentò un approccio lieve, sorridente, e molto francese al quale risposi in modo sgarbato e freddo, importa poco. Non cercavo nulla e nulla avrei voluto. Non ricordo i suoi lineamenti, nè il suono della sua voce.
Conta, e resta, che attraversai il parco con piedi leggeri e flessuosi, braccia sciolte e tiepide, bocca fremente e morbida. Dischiusa così, messa al mondo.

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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