giovedì 19 maggio 2016

A volte, no.


La mia versione oppositiva e caustica tende a spiazzare.
Se ad un tratto una "yes woman" si capacita che i "no" possono essere pronunciati senza produrre effetti devastanti e distruttivi, poi finisce per prenderci gusto. 
Dapprima li sussurra timidamente: si tappa le orecchie, sbircia da un solo occhio, e attende. Attende e trema. Poi si guarda attorno, incredula: nessun botto, nessuna voragine, nessun caduto. Le scappa un sorriso.
Questa fresca consapevolezza si accompagna ad una forma di orgoglio nuova, saporita, che prende sostanza quando mi volto, e guardo dietro. Non c'è più solo merda, non mi sembra di aver seminato cacca, macerie e dolore.
Lavorativamente parlando, per esempio, ho fatto tante cose. Importanti, belle. Ma soprattutto ho fatto svolte decise, pure difficili da condividere.
Dopo aver vinto un concorso, lavoravo nel pubblico: malattia pagata, permessi studio retribuiti, eccetera. Tenevo famiglia, un bimbo di due anni e un mutuo da pagare, ma di fronte alla possibilità di costruire qualcosa di mio, di poter davvero vivere ciò che mi pareva fatto per me (e di rientrare ogni sera con piglio gioioso e passo leggero), ho scaricato giù tutta quella "solidità".
Mai, mai pentita. Adesso probabilmente dormirei sonni più tranquilli, ma so di aver scelto esattamente quello che mi somigliava, che mi calzava. Come se a tutte le curve, gli incroci, le deviazioni, mi fosse in fondo molto chiaro il punto d'arrivo.
Ecco, forse ora questo sentire prende spazio. Si allarga alle cose della vita, alle attese, alle relazioni. Questi "no", disegnano il contorno del mio cuore con il gesso, ne riempiono il volume d'acqua azzurra.

34 commenti:

  1. Il bello è capire quando bisogna passare dallo yes al "no, fottiti".

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  2. imparare a dire NO, lo consigliano in molti, quelli adatti a dar consigli dico.
    per il resto temo che non ci siano mai punti di arrivo, traguardi forse, da passare per proseguire.

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    1. Mai traguardi...certo. Ma tappe in cui ristorarsi sí...

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  3. boh, alla fine delle fiera dipende da che cosa era quel concorso pubblico. per dire, se si trattava di fare la secondina meglio fare la maestra di campagna

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  4. Muu... ttt... uuoo... mmmmuuu... (strano, mi fa lo stesso effetto delle tette)... tttuo... mmmmmm...
    (cioè effetto uguale e contrario)

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    1. portate un defribrillatore ungente per Vipero :P
      (ti consento di fare gesti scaramantici)
      ma che vorrebbe dire il tuo commento?

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    2. Niente, è tipo Omer Simpson quando si trova di fronte alla cioccolata: mi blocco e sbavo.
      Per le tette dallo stupore, per il mutuo dal terrore.

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    3. S., non sai che Viperello é un fan dei Simpson???? Lui e Omer, birra e donuts 😉

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  5. come, ho scritto un post proprio per te !

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  6. Devi essere davvero una persona speciale, e professionalmente parlando una maestra speciale.
    Ti auguro che il tuo valore venga riconosciuto! :)

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    1. Sono una maestra a cui piace fare la maestra 😘

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  7. Non so Gioia, forse lavoro da troppo tempo nel privato da far fatica a riconoscere che sia "meglio" che lavorare nel pubblico.
    Io un concorso pubblico non l'ho mai vinto, e a dire il vero non ne ho mai fatti.Forse ho sbagliato. Ora vivrei più serena.
    Punti di vista differenti.

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    1. Marí...certo che se dovessi pensare ai vantaggi, non ci sarebbe partita! Identico punto di vista 😉
      Io riflettevo sul piacere e la gioia di lavorare aderendo al proprio modo di stare al mondo: una fortuna grande!

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    2. E' una grande fortuna Gioia, e lo sai ;)

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  8. Certi no ti smontano la vita e ti lasciano in preda ai rimpianti. Cosi perdi tempo a sognare e non ti curi di quello che hai.

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    1. Io pensavo a "no" molto meno esistenziali Franco...banali... Qui tu parli di qualcosa a cui si rinuncia e resta come un rimpianto (se posso permettermi, colgo spesso nelle tue righe questo tema).
      No, posso dire felicemente di non avere nessun rimpianto, di non lasciarmi sedurre dai fantasmi.
      E' un esercizio, quello di stare sempre QUI.

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  9. I no definiscono il proprio carattere, l'autostima, definiscono i bordi, il confine, la personalita', la propria aura, direbbero i tantrici.

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    1. Come titolava quel libro... "i no che aiutano a crescere" ;))

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    2. Essì, i no che fanno bene.
      Devono essere come il movimento fisico e la fatica: amore e odio, tanto necessari quanto detestati.

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  10. Oddio quando io ho imparato a dire no, non son più riuscita a dire si.
    Ci ho messo un attimo di tempo a riequilibrarmi ;) :P

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    1. Aspetta...quand'era...andavi già sul triciclo?
      Bella la mia rivoluzionaria ;D

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    2. Magari :P ho imparato da grande... ma ho recuperato in fretta ;)

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  11. D'altronde dire no è la prerogativa di noi belli e impossibili.

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  12. Zoolander *__*

    Lui dice sempre "belli in modo assurdo"

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    1. Ah.
      Beh l'espressione Blue Steel l'ha copiata da me ;)

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  13. Dico poche volte "no", per lo più cerco di discutere e capire.
    Ma quei pochi no sono come massi, forse per come li
    pronuncio, di fatto quasi nessuno tenta più la trattativa.
    Vero che i miei no da fondamentalista nascono da poche, solidissime, irrinunciabili convinzioni, tipo l'opposizione alle ingiustizie palesi, non solo quelle che potrebbero coinvolgermi direttamente.
    Ecco, in particolare di fronte ad un'ingiustizia palese, mi sento trasformare in una sorta di Mastro Lindo...e senza bere alcuna pozione!
    Ciao, bellezza,
    ;-)

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