Figlio Piccolo, quando era proprio piccolo, faceva paura. Paerva un mini samurai in versione accelerata e torva. Incazzoso, rissoso, polemico. Non so neanche contare le volte in cui ho fatto da giocoliera coi suoi capricci, finendo per scavalcarlo - lungo disteso - in qualche corsia di supermercato mentre battendo i pugni urlava che ero una mamma brutta e che ne voleva un'altra.
Un giorno, mentre lo portavo sul sellino della bici davanti (indi per cui non arrivava a due anni), un tipo che scendeva dall'auto parcheggiata aprì incautamente la portiera, senza vedere che stavamo transitando. Sterzai di colpo e cadendo finimmo in mezzo alla strada, ma in modo abbastanza lento e di fianco, perchè con tutte le mie forze di mamma evitai l'impatto a terra della parte anteriore. Lui, superato il primo attimo di shock, mentre io ero ancora seduta sull'asfalto, si liberò dalla chiusura, scivolò fuori e cominciò a picchiarmi, dicendo "sono caduto per colpa tua". Una scena piuttosto esilarante, che divertì - e impietosì - non poco i soccorritori.
Noi, abituati col più grande che è l'incarnazione della flemma e del savoir faire, non sapevamo che pesci pigliare.
Adesso ci si ride su. Non mi par vero che questa creatura bionda, lieve, sottile e silenziosa, sia proprio quello stesso ceffo dal testone rotondo e dagli occhi febbrili.
Questo per dire che quando lo inserii alla scuola dell'infanzia ero veramente preoccupata. Feci alle sue meravigliose insegnanti tutte le premesse posssibili e le preparai ai peggiori scenari. Volevo che fossero pronte, attrezzate e consapevoli.
Verso dicembre, la maestra più anziana mi disse sorridendo "siamo molto contente, ha smesso di lanciare le sedie". E me lo riferì con autentica gioia, come per condividere un grande successo.
Ecco, io in quella fase sono sempre stata una specie di monolite. I no erano no e non c'era scenata che tenesse. Gli orari erano orari. Le regole, regole. E cazzo se mi è costato, in termini di fatica, dispiacere, rimorsi e lacrime. Ma ho tenuto botto.
Quando le maestre, con tutte le cautele (mi raccomando mamma, adesso non andare a casa a fare prediche, ce la vediamo noi!), mi dissero che aveva puntato un "debole" e stava un po' infierendo, andai come una furia a casa, a fare prediche. Anzi, per tutto il tempo, mentre guidavo sulla strada del ritorno, meditai su cosa avrei dovuto dire per essere puntuale ed efficace.
Così lo presi da parte, mi sedetti esattamente davanti a lui e dissi semplicemente "non deve succedere mai più". Certo che in due parole spiegai la questione dei forti coi deboli. Certo che gli chiesi perchè sentiva il bisogno di piegare qualcun altro per affermarsi. Ovvio.
Ma quello che restò, in mezzo alla cucina fu quel "non deve succedere mai più".
E non successe mai più.
Per questo io mi chiedo, in questi giorni di bulli e vittime, di soprusi e vessazioni, dove stavano e dove stanno i genitori dei carnefici e cos'hanno fatto, quali scelte precise, per salvare i loro figli da una vita così meschina e vuota.





