L'ho già detto. Con parole diverse forse. O magari in altri tempi, perchè è nel tempo che il dolore si stringe, si allunga, passa attraverso buchi di serrature. Mai lo stesso, mai grande uguale. Sembra andare, poi discreto ti batte la schiena. Lo guardi, e non sai chi è, come uno che avevi perso di vista ed è invecchiato male.
Allora capisci che non ha più la stessa forza di prima, che è stanco, ma si è fatto scaltro. Ha esperienza.
Sì, l'ho già detto. Camminare accanto a chi porta dolore, richiede fegato.
Per alcuni è più semplice, perchè l'hanno visto in faccia, e lui non si fa dimenticare. Lo riconoscono al volo: nel tuo piegare appena la testa di lato, nella mano che porti alla nuca mentre cerchi di raccontare. Sono quelli che sanno come sfiorarti, se parlare, se tacere, quando metter su una tazza di tè. Ti offrono quello che avrebbero voluto per sè, nel tempo della battaglia. Generi di conforto.
Altri invece, non se la sono sentita. Hanno deciso di non scendere in campo, di non affilare il coltello. Resa totale: scorciatoie, maschere, mimetismo. Allora è ovvio, il tuo dolore sa di sconfitta, la loro sconfitta, e non si possono permettere di guardarti attraverso.
E io stasera penso che carezze, parole, silenzi, tazze di tè, non mi mancano mai. Mai.
Chi resta, chi mi cammina a fianco, ha davvero le palle.






