Da qualche anno, ossia da quando ho iniziato a tastare la mia consistenza, ho cambiato il mio modo di accostarmi all'altro. Sono decisamente più cauta, più protettiva, più consapevole che l'essere umano mostra quel che riesce a mostrare ed è - tendenzialmete - menzognero. Meno coscienza di sè e più bugie, questo sinteticamente è l'assunto.
Ora per bugie io intendo tutto quel cumulo di fulgide parole, fasulle convinzioni, narrazioni inesatte, idee artificiose che esprimiamo, esibiamo o semplicemente ci sussuriamo, per salvaguardare la nostra immagine, cioè l'immagine di noi che abbiamo faticosamente costruito nel tempo e che desideriamo entri in gioco nella relazione con l'altro.
Faccio un esempio. Un uomo che ha dovuto lottare per raggiungere una certa posizione, ama raccontarsi che si è costruito da solo. Fa di questo una bandiera e tende a dimenticare (la nostra mente seleziona i ricordi e i fatti con grande perizia) tutti gli episodi che non avvallano la sua tesi o che sbiadiscono la sua luminosa immagine.
Sia chiaro, questa è un'operazione che tutti mettiamo in atto e che per certi versi può risultare salvifica. Basti pensare a chi vive grossi traumi e decide di non affrontarli/rielaborarli, ma riesce comunque a vivere, a trovare un suo equilibrio.
Quindi non giudico in malo modo la menzogna che preserva l'identità (seppure fallace), perchè non è un atto cosciente. Eppure resta il fatto.
Ecco, io per dirne una, ho passato anni e anni a raccontarmi un'adolescenza brada e ribelle, che peraltro c'è stata tutta. Ma ho sempre omesso, a me stessa e nel racconto che ne facevo, che quello spirito indomito e racalcitrante andava di parti passo con un totale smarrimento, con una vertigine continua, con un dolore tanto assordante da zittire ogni altra voce. Mi piaceva di più la ragazzetta sveglia e impavida, capace di fronteggiare con audacia qualsiasi adulto, mi pareva più vincente e socialmente accettabile. Ma non era vera.
Spesso smonto i miei altarini - ne costruisco a iosa - e non è mai piacevole vedere davvero le cose come stanno.
Così adesso mi approssimo all'altro con stupore e meraviglia immutati, ma non posso evitare di chiedermi quale verità racconta, quanto di sè è riuscito a svelare e quanto riesce a mostrarmi.
Diciamo che tengo un certo margine. Sono sempre io, quella che nelle relazioni si tuffa di testa, ma indosso il paracadute, ecco. Mi dò tempo, dò tempo all'altro, lascio che le cose prendano forma, provo capire se le nostre verità - e le nostre omissioni - sapranno prendersi per mano e saltar giù assieme.











