giovedì 3 luglio 2014

Raccolgo

Ho pensato che si può solo partire dal bello.
Basta disfare, destrutturare, smontare. Adesso ho bisogno di mettere su.
Così cerco e raccolgo schegge dolci, di caramello biondo.

L'altro giorno si chiacchierava in giardino, al centro estivo. Ritrovo negli occhi di una mia alunna la stessa paura bambina che ricordo così bene. Racconta, lucida. Non sa affrontare il sonno, lasciarsi scivolare lieve nella notte. Anch'io, come lei, alla stessa età.
Allora il giorno dopo la chiamo a casa. Il papà che risponde al telefono e poi me la passa, ride di questi nostri segreti.
"Ehi, dormito ieri sera?"
"Sì, proprio benissimo, senza neanche leggere".
La bambina che sono stata si volta, felice.

Nella casa di fronte abita una signora bionda: minuta, veloce, di mezza età. A volte è così bella da guardare che mi tiene lì, alla finestra.
Con i calzoncini corti e il cappellaccio, da lontano pare una ragazzina. Taglia l'erba, pota la siepe, rastrella, seduta a terra fa qualcosa che non so, forse sceglie dei semi.
Ci salutiamo con la mano, e torna alle sue cose.

Ho ritrovato mamma-albero, in una breve camminata solitaria. Non ero sola in verità,  perché come dice lui, "porto sempre un altro paio di occhi".
L'ho guardata, accarezzata, ho poggiato la mia guancia alla sua scorza.

domenica 29 giugno 2014

Incursioni nel mondo

Passo un'oretta al sole, sul Ponte del diavolo, a Cividale.
Pare che il Maligno abbia contribuito alla sua costruzione in cambio dell'anima del primo che vi fosse transitato sopra. Per realizzarlo nel breve spazio di una notte si scomodò anche la madre, trasportando nel grembiule l'imponente scoglio centrale. I Cividalesi però beffarono il diavolo, facendo percorrere il nuovo passaggio da un animale, cane o gatto a seconda delle versioni.
È un posto bello, scelgo una posizione defilata rispetto al grande movimento legato alla manifestazione. Dopo un pò,  la gente mi confonde, mi satura.
Alla faccia del pantalone bianco, siedo a gambe incrociate sul lato della scalinata, e osservo.
Le persone portano le loro scelte, più o meno pavide, più o meno ardite. Gliele vedi addosso, in faccia, nei passi, nel modo di tenere la testa.
Mi chiedo se lo sappiamo tutti che siamo nati per vivere, adesso e qui, sotto le costole un ritmo irregolare, che non si fa dimenticare.
Poi mi distrae una voce baritonale, che intona qualcosa di vecchio. La folla in transito si ferma un attimo, si volta, fiuta. L'anomalia, la difformità: il flusso lento e pecoresco dell'insieme si strappa, per un attimo.
Lui avrà quarant'anni, un buon aspetto, pulito e dignitoso. Non capisci se sia già ubriaco a quest'ora del mattino o se i freni inibitori lo abbiano abbandonato per qualche sberla della vita.
Canta, ride, apostrofa i passanti. Lo buttano fuori dal museo perchè contempla un quadro disteso a terra, sul pavimento. "È la prospettiva migliore", dice mentre lo sollevano di peso.
E io seduta lì, penso che in questo matto vedo bellezza. Vedo il varco, la breccia.

Pranziamo all'aperto, in un luogo che ricordavamo bello, ma non così bello. Assaggiamo un rosso di ferro e fiori. Infiliamo gli gnocchi gialli con la forchetta, parliamo di ieri, oggi, domani. Guardiamo il gatto guercio, scegliamo un dolce al caffè.
Mi pizzico un braccio, per ricordarmi che è proprio tutto vero e possibile e mio.

mercoledì 25 giugno 2014

Orgoglio
















Ultimo giorno di esami.
I miei bambini sciamano felici in cortile.
A me, che pare di non aver fatto abbastanza.
A me, che non ho mai le risposte. Ma poi le cerco, con loro.
A me, che in questi mesi pensavo di dare briciole. Ma pane non c'era.
Ecco a me, è sembrato impossibile. Vederli leggeri, a spasso sul planisfero e nel tempo. L'Oceania e le sue bestie, i Fenici e i boschi di cedri del Libano, il Nilo, i capricci degli dei, il gioco del "se fossi" a trasformarli ora in delfini lustri, ora in monumentali elefanti africani.
Le maestre che ci hanno ospitati non si capacitavano. Che si possa imparare con la pancia e il cuore.
Grazie bimbi, avete dato luce ad ogni parola pronunciata, ad ogni pagina sfogliata, a tutte le sterili sequenze di date, e nomi, e luoghi, che si devono imparare.
E io mi sono beata.

venerdì 20 giugno 2014

Semplicemente vivere


Com'è, come non è, ieri sera sono andata in pappa.
Astenia, debolezza, senso di mancamento, corpo che non risponde a dovere.
Mangi? Poco e male.
Dormi? Come sopra.
La dottoressa del Pronto Soccorso dice che il cuore saltella, e suo piacimento stoppa, così per sorprendermi.
Mi accarezza il viso e sorride, come vedesse attraverso.
"Sei sotto con gli elettroliti, totalmente disidratata". E giù una flebo di sali, che dopo quindici minuti comincia a dopparmi. Divento lucida, riprendo calore e colore, chiacchiero.
Insomma così. Devo SEMPLICEMENTE mangiare, bere e dormire. Solo che a me adesso pare un'impresa eroica.
Resta un ricordo di leggerezza. Esco dall'ospedale nella brezza dolce di giugno e gli vado incontro un pò suonata e spettinata, ma felice. Lui è lì, nella maglietta celeste.
"Bimba mia". E io mi confondo, in quell'abbraccio.

sabato 14 giugno 2014

Addosso

Vorrei vestirmi da Regina della Primavera, come Sabrina, in terza elementare. Una bacchetta di giunchi intrecciati e rose selvatiche.
Vorrei vestirmi da Stella, gialla sul nero, unica fra uniche a centinaia, dipinta sullo scenario storto di un recital di fine anno. Lanterne appese, sedie di legno. Frinire di grilli.
Vorrei vestire il tubino a bolli della nonna, ventenne su un terrazzo, le gambe tornite e scure. Protesa, le spalle aperte come a dire "eccomi".
E vorrei la buccia spessa da aborigena, capelli di stoppa e sole. Addosso i miei anni, niente di più.

mercoledì 11 giugno 2014

Intrecci


8 giugno 2014
C’innamoriamo di minuzie, di riflessi in cui vediamo l’altra persona come pensiamo che nessuno l’abbia mai vista e mai la potrà vedere, e custodiamo questi attimi di unicità in forma d’immagine...
(Diego de Silva, Mancarsi)

Abbiamo salutato due alberi amanti. Fuso il legno dell'uno in quello dell'altro, il ramo nodoso del primo plasmato sul tronco liscio del secondo. 
Belli da togliere il fiato.
A tratti in questi giorni sono riuscita a credere che la mia struttura sia ben fatta, che regga bene. Che possa accarezzare ed essere accarezzata, sfiorare e poggiarsi lieve, senza gravare.
Qualcuno da lassù, sorrideva.

-Mia nonna, quando il nonno morì, si mise a dormire al suo posto. Diceva che in quel modo non sentiva il vuoto accanto.
-Così,- quando di notte si svegliava, guardava il posto vuoto vicino al suo e pensava: «Ma vedi, non ci sono»
(Diego de Silva, Mancarsi)

venerdì 6 giugno 2014

Ero, sono


Disse che la luce in cui si abita da giovani sarà la luce in cui si vivrà per sempre.
(A. Baricco, Tre volte all'alba)

Si parlava così, e raccontavo.
Di quando, poco più che maggiorenne, guidavo il pulmino del Centro. Otto posti.
Io alla guida e sette adulti diversamente abili e diversamente agitati alle mie spalle. Cantavano, ridevano, commentavano culi e tette delle passanti, picchiavano sul vetro per salutare gli automobilisti.
Quando la responsabile mi dava le chiavi del mezzo dicendo "portali al mercato", non stavo nella pelle.
Mi piaceva, mi faceva sentire grande, capace.
Loredana, brutta da morire, ma corteggiatissima dai frequentatori del Centro. E Sulvan, nome e altezza improbabili, che incrociando la gente per strada minacciava torvo "è mia Gioia, è mia".

Quindi sì, io abito quel cono di luce. Anche se a volte forse, mi sposto un po'.

La vita è così, stupisce

La vita è così, stupisce

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